Affinchè il sangue non sia stato inutilmente versato. In ricordo di Lorenzo Cutugno

Il due giugno, noi, come tutte le Forze Armate, abbiamo sfilato davanti alle più alte cariche dello Stato, per rendere omaggio alla nostra Repubblica, hanno solcato ancora una volta il cielo le frecce tricolore ricordando i colori che contraddistinguono la nostra nazione. Eppure, in tutto ciò, giusto per dimostrare come siamo poco considerati, è stato omesso un simbolo che ci rappresentasse nel manifesto ufficiale della Festa. 

Erano presenti disegni rappresentanti le Forze di Polizia, le Forze Armate e anche il Pubblico Soccorso ma niente che facesse riferimento al nostro Corpo. Non un piccolo stemma, non una misera stilizzazione della nostra uniforme. Niente. 

Poi, giusto per continuare sulla scia del danno oltre la beffa, proprio in quel giorno, durante la parata si è presentata l’occasione per incrementare il nostro lavoro. 

Infatti cinque rom, un tunisino e un peruviano, hanno pensato bene, evidentemente emozionati dall’omaggio fattogli del Presidente della Camera Fico, che ha dedicato la festa della Repubblica ai Rom, ai Sinti e agli emigrati, di derubare i presenti alla parata. Risultato? Sette arresti per rapina.

Ed è inoltre necessario ricordare altri episodi che hanno come protagonista la mancanza di rispetto verso la Polizia Penitenziaria. 

Infatti in occasione della cerimonia di commemorazione dell’uccisione dell’Agente di Custodia Lorenzo Cutugno per mano delle brigate rosse, non era presente nessuno dell’Amministrazione Penitenziaria e nessuna autorità cittadina. Lo stesso è avvenuto ad Alessandria, per ricordare i quarant’anni dalla rivolta del ’47 nella quale rimasero uccisi due agenti e tre civili.

E dato che nessuno era presente spero che il nostro collega e la sua famiglia possano apprezzare questo umile scritto nel quale voglio ricordare Lorenzo Cutugno, la sua abnegazione per il lavoro, il suo coraggio e il suo senso del dovere.

Lorenzo aveva rimandato il trasferimento in Sicilia per non lasciare i suoi colleghi in difficoltà e nonostante le minacce ricevute nei mesi precedenti, rimane a Torino, gli viene addirittura incendiata l’auto, azione rivendicata dai militanti dei nuclei proletari comunisti e l’ultimo giorno della sua vita si stava recando a lavoro. 

Alle 7:30 del mattino, non appena esce dall’ascensore del suo palazzo gli sparano numerosi colpi alle gambe. 

Nonostante le ferite, Lorenzo si trascina fuori dall’androne nel tentativo di fermare i suoi attentatori e spara, riuscendo a ferire due di loro. 

Un terzo criminale però, arrivato alle spalle dell’Agente ferito, lo colpisce con un colpo al cuore ed uno alla testa ponendo così fine alla vita di Cutugno il 13 aprile. 

Una mattina di primavera, l’ultima per sempre, per lui ma non per i suoi assassini. 

I carnefici di Cutugno infatti sono oramai liberi nonostante i due ergastoli ai quali sono stati condannati. 

Non solo, proprio a Torino, è stato concesso l’ingresso in carcere a terroristi responsabili delle violenze di quegli anni e che mai si sono pentiti. 

Terroristi, ma ormai uomini e donne liberi, ai quali è stato concesso di partecipare alla presentazione della guida ai diritti del carcerato, proprio nella Casa Circondariale intitolata a Lorenzo Cutugno.

Tutto questo accade di questi tempi, mentre le ex brigate rosse, assassini e attentatori si godono la loro vita e la loro libertà partecipando a convegni, pubblicizzando i loro libri nei vari saloni d’Italia; mentre i  detenuti beneficiano di sconti di pena, di misure alternative alla detenzione, di programmi di riabilitazione, di beneficenza. 

Tutto questo accade mentre ancora troppi colleghi continuano a togliersi la vita e l’unico sportello di counseling attivo sul nostro territorio, presso la Casa Circondariale di Regina Coeli, a cura esclusiva della dottoressa Giannoni, che con passione e dedizione ha fatto nascere questo punto di riferimento per tutto il personale in servizio, si sta depotenziando e probabilmente verrà chiuso a causa del disinteresse della nostra stessa Amministrazione e del Servizio Sanitario Nazionale. 

E ripeto NAZIONALE. 

La memoria deve rimanere viva, lo Stato deve ricordare chi è morto per difendere i suoi principi. 

Chi ha urlato “Lo giuro!” con tutto il cuore e che ha dimostrato con il proprio sangue quanto credesse in essi. 

Lo Stato, anche un solo rappresentante di esso, deve essere presente ad ogni singola commemorazione, per dimostrare e mostrare che è dalla parte della giustizia, dell’onestà, della lealtà e del sacrificio estremo. 

Lo Stato deve rendere omaggio.

Ma d’altronde stiamo parlando di quello stesso Stato che se ne sta fregando delle gravose condizioni in cui migliaia di Agenti di Polizia Penitenziaria stanno quotidianamente operando, Agenti che ogni giorno devono sedare rivolte e risse, rischiando la vita. 

Agenti che giornalmente salvano la vita ai detenuti che tentano il suicidio, anche se non fa notizia, anche se non ottengono neanche un misero elogio. 

Agenti che da anni con abnegazione, lavorano nei vari reparti di tutti i carceri italiani, effettuando anche 40 ore di straordinario al mese e che poi devono andare a discutere del proprio operato davanti ai Consigli di Disciplina dei Provveditorati per piccole mancanze, rischiando decurtazione dello stipendio o il blocco del grado, per sciocchezze. 

E poco conta se si è stati integerrimi per anni, non ci sono sconti per noi.   

Tutto questo è inaccettabile, per non dire vergognoso. 

Si da spazio alla rieducazione ma non alla giustizia, e soprattutto non si riconosce l’operato di tutti gli uomini e le donne che quotidianamente rischiano la vita per far rispettare i principi che hanno giurato di difendere. 

Abbiamo tutti il dovere di ricordare, abbiamo tutti l’obbligo di ribadire e di non dimenticare.

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Chiara Sonia Amodeo
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