Amiamo la divisa

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da “L’ Agente di Custodia“ anno 1955

AMIAMO LA DIVISA

di Domenico Canestraro – sottocapo degli AA.CC.
scritturale presso il Ministero di Grazia e Giustizia

 

La prima cosa che colpisce il detenuto è il nostro aspetto esteriore.
Egli, che sta lì a guardarci, si farà immediatamente un concetto della nostra personalità dal modo come indosseremo la divisa e dalla cura che dimostreremo di avere della stessa.
Come nella vita libera si deve considerare superato il detto che l’abito non fa il monaco, in quanto, ovviamente, non può ispirare simpatia od avere successo chi sia trasandato nel vestire, così in quella delle prigioni si imporrà al rispetto e, oserei dire, alla considerazione del detenuto quell’agente che gli si presenterà con la divisa in ordine e pulita.
Ognuno di noi sente l’imperativo di imporre la divisa in pubblico ed è orgoglioso di indossarla con quella sobria eleganza che desta la cameratesca simpatia degli appartenenti alle altre Forze Armate dello Stato e i favorevoli commenti dei cittadini. Non altrettanto, è inutile negarlo, sentiamo questo imperativo verso i detenuti.
Incominciamo col commettere un profondo errore di valutazione, ritenendo che non occorra fare buona figura e che un abbigliamento dimesso meglio si confaccia al luogo ed alle persone. In tal modo veniamo a sminuire noi stessi e la nostra funzione ed a dimenticare i doveri di carattere educativo che abbiamo verso i detenuti.
Noi sappiamo quel che avviene per i detenuti. Anche le persone più ordinate, più pulite, appena passano dalla libertà alla cattività, si rendono sciatte e preda del sudiciume.
Ciò è giustificabile con lo stato di angoscia in cui si vengono a trovare, per cui la preoccupazione per la propria sorte fa passare in seconda linea qualsiasi altra cura; è spiegabile anche col drastico cambiamento di abitudini di vita e col fatto che gli arrestati, quasi sempre, portano con sé soltanto quel che avevano indosso al momento dell’arresto.
Tali considerazioni non dovrebbero valere per gli abituali che, immessi nel loro ambiente naturale, il carcere, ci si acclimatano “ipso facto” e ci si sentono a lor agio. Ma anche costoro, il più delle volte, soggiacciono alla norma comune o per fattori negativi inerenti alla propria educazione o perché finiscono per dirsi, come gli altri: “Tanto, sono in carcere: chi deve vedermi?”.
La massa dei detenuti, innegabilmente, è tratta all’atto delinquenziale, fra le molteplici cause, dal bisogno, per cui non ci si può aspettare che essa vesta bene, fatta eccezione per qualche occasionale o per gli abituali dediti a quei reati in cui l’abbigliamento elegante faccia parte delle necessità del mestiere: MA un vestito rattoppato, purché pulito, può sempre far fare buona figura a chi lo indossi.
Porre, perciò, fra gli elementi di rieducazione dei detenuti quello della cura e della pulizia del vestiario, può significare indurre costoro a riconciliarsi con la società.
Ed il miglior mezzo per conseguire lo scopo è quello di stimolare i volenterosi e confondere i riottosi con nostro esempio.
Liberiamoci una volta per sempre dal complesso del mediocre abbigliamento in servizio e surroghiamolo con quello della sobria eleganza, come se dovessimo esporci al pubblico-detenuti da meno del pubblico-cittadini.
Occorre anche considerare che le carceri non sono più un mondo a sé, impenetrabile all’occhio esterno, come potevano esserlo fino agli albori del secolo XX.
Oggi, che i duri sistemi di esecuzione penale hanno rivelato la loro inefficacia e l’Amministrazione Penitenziaria, aderendo e dando impulso al moderno indirizzo scientifico sancito dall’art. 27 della Costituzione, tende alla rieducazione ed al recupero sociale del detenuto adulto allo stesso modo di quanto praticato per il detenuto minorenne, l’Amministrazione medesima ci tiene a mostrare con quali mezzi il nuovo sistema si attui ed è larga di permessi per chiunque, che non sia mosso da semplice curiosità, voglia visitare le carceri.
Per cui, specie negli istituti importanti, sono frequenti le visite di studiosi o giornalisti italiani e stranieri.
Quando viene preannunciata una di tali visite, si cerca di correre ai ripari, rivolgendoci l’invito a metterci in ordine.
Quell’invito è già un’ammissione che non siamo a posto con l’abbigliamento e che, molto spesso, esista una deplorevole tolleranza al riguardo. Ma, poi, perché riordinandoci soltanto per un visitatore che, sì o no, riuscirà a vederci frettolosamente per un momento, e non per noi stessi, per i nostri superiori – tanto per rimanere nell’ambito della mia tesi – per i detenuti, sotto i cui sguardi, si può dire, passiamo buona parte della nostra vita?
Lascio immaginare quel che può avvenire quando, invece di un visitatore qualsiasi, arriva un ispettore o una illustre personalità come il Direttore Generale.
Gli ispettori e le personalità, è notorio, non hanno l’abitudine di preannunciare le loro visite, giacché non amano le messe in scena tanto a base di fiammanti divise maleodoranti di naftalina quanto di qualsiasi altra cosa ancora, di cui non apprezzano mai la trafelata improvvisazione.
Noi osserviamo scrupolosamente le disposizioni che i Comandanti dei Presidi Militari competenti impartiscono di volta in volta alle Direzioni in merito all’uso dell’uniforme in pubblico, ma, se non siamo di sentinella esterna o di libera uscita, facciamo una confusione enorme nell’ambito dell’istituto.
Mi si consenta di dire che, salvo lodevoli interessamenti dei Direttori, che vi sopperiscono con frequenti ordini di servizio, i regolamenti interni, il più delle volte, non dettano precise norme in merito ai capi di vestiario da indossare in determinate stagioni o turni di servizio (essendo ovvio, ad esempio, che la divisa di tela se può essere utile, in alcune zone, per il servizio diurno, non altrettanto può dirsi per quello notturno, per cui non è infrequente il caso di imbattersi in un agente in servizio di 2. guardia vestito in tela che si ripari dai rigori della notte col cappotto di scorta) e che, anche quando si consegua l’obiettivo della divisa in ordine e pulita, non vi è uniformità di vestizione fra gli agenti. Basterebbe fare una improvvisa adunata per convincersene.
Noi siamo adibiti a taluni servizi – quali quello delle perquisizioni alle persone, ai locali ed alle cose, della distribuzione della minestra e del sopravvitto, della battitura dei ferri e dei muri, della verifica, distribuzione e ritiro degli utensili da lavoro, ecc. – che ci portano frequentemente ad imbrattarci ed a logorare rapidamente i capi di vestiario.
Per questo l’Amministrazione si è preoccupata di fornirci di tute di protezione o da lavoro, che ci conferiscono un aspetto giovanile e nulla tolgono al nostro prestigio verso i detenuti, perché munite di stellette e delle insegne dei gradi: Nondimeno, alcuni agenti hanno una inspiegabile avversione per tale capo di vestiario e, se lo indossano, lo fanno con riluttanza.
Mi limito, senza commenti, alla sola constatazione del fenomeno, confidando che gli agenti vorranno dimostrarmi che io sono in errore.
La fonte del nostro abbigliamento è il Magazzino Centrale. Vestiario di Roma-Rebibbia, che sarebbe desiderabile venisse decentrato per regioni al fine di raggiungere una maggiore sollecitudine nelle forniture. Un passo in tal senso è stato già. fatto con la istituzione, limitatamente a taluni articoli, dei depositi di Napoli e di Firenze.
Viene richiesto, inoltre:

1. una confezione più accurata delle divise, specie quelle di tela, tagliate e cucite a tirar via e senza bagnare preventivamente la stoffa;
2. che le maglie di lana non abbiano alcuna percentuale di cotone;
3. che nelle zone fredde (e forse, anche in quelle non fredde, se si tiene conto del servizio notturno di sentinella esterna cui siamo sottoposti) ci vengano fornite le mutande di lana;
4. che ci vengano forniti dei pigiama estivi ed invernali;
5. che le calze vengano modificate nel colore e nella foggia;
6. che i fazzoletti vengano ridotti un po’ di formato;
7. che venga posta allo studio la possibilità dell’adozione dì una divisa estiva da libera uscita, in tela. bianca, dello stesso tipo di quella usata dai Vigili urbani delle grandi città;
8. di studiare anche la possibilità dell’adozione, per la stagione estiva, di una divisa di servizio e da lavoro composta dalla normale bustina ín tela, camicia con maniche corte e pantaloncini corti.

Nel farmi portavoce di questi desiderata degli agenti (col che, per ragioni di trattazione organica, vengo a togliere argomenti alla rubrica «Palestra libera»), debbo dire che :

a) la stoffa per le divise di tela e per le camicie non viene bagnata preventivamente per ragioni tecniche inerenti alla confezione delle stesse, ma che un congruo margine viene lasciato, per ogni singola taglia, in previsione del successivo restringimento della stoffa sottoposta all’azione dell’acqua. Occorre anche riconoscere che gli adattamenti delle divise alle singole persone, che l’Amministrazione autorizza a proprie spese, nonché le confezioni su misura per gli agenti di taglia fuori dell’ordinario, riescono ad eliminare molti inconvenienti ed a far tacere quei sofisticatori che vorrebbero far «arrangiare» la divisa secondo i propri gusti, fino ad alterarne la foggia;
b) le maglie, come praticato nell’Esercito e in altri Corpi Armati, non vengono confezionate di pura lana, per evitare che le stesse, restringendosi rapidamente, diventino inservibili, essendo notorio che i filati di lana lavorati a maglia si restringono ogni volta che vengono lavati;
c) le mutande di lana non ci possono essere fornite perché non previste dal capitolato militare, al quale il nostro, in un certo senso, si deve uniformare ;
d) lo stesso dicasi per i pigiama; ma per le une e gli altri è sperabile che si addivenga a qualche soddisfacente soluzione;
e) le calze sono state modificate nella foggia, nel colore e nella qualità del filato;
f) eguale cosa si sta facendo per i fazzoletti, modificati sia nelle dimensioni che nella qualità della stoffa;
g) è sperabile che da parte della nostra Amministrazione, che tanto a cuore ha il nostro prestigio, venga posta allo studio la possibilità di fornirci una divisa bianca;
h) in merito al desiderata della camicia con maniche corte e calzoncini corti, occorre considerare che l’abbigliamento militare si va evolvendo decisamente verso una semplicità di linee che ha abbandonato e relegato nei musei storici le antiche bardature, destinate a produrre un certo effetto nelle parate ma non a consentire elasticità di movimenti in combattimento.

Senza andare tanto indietro nel tempo, noi vediamo che la divisa del nostro glorioso fante della prima guerra mondiale, che pur rappresentò un sensibilissimo progresso sulle precedenti, perché studiata e messa in uso, nel 1914, nell’immanenza della nostra entrata in guerra, ha subito tali e tante modificazioni da far ritenere logica l’adozione di camiciole e calzoncini per i servizi interni e le manovre da campo. Pertanto, è da ritenere che noi non apporteremmo alcuna novità se, nell’ambito dell’istituto e, naturalmente, nella stagione estiva, adottassimo una simile divisa. Una così profonda innovazione potrebbe essere circondata delle dovute cautele inizialmente potrebbe essere sperimentata nelle colonie, salvo ad estenderla a tutti gli altri istituti. E chissà, col tempo, si potrebbe arrivare anche a far adottare ai detenuti un tale abbigliamento. Il giorno in cui questa eventualità si dovesse verificare, sfiderei chiunque a chiamare ancora noi secondini ed i detenuti galeotti.
Amiamo la divisa non soltanto in senso figurato, in quanto emblema della nostra attività volta alla vigilanza ed al riscatto morale di una umanità dolorante, ma amiamola anche col non sottoporla ad ingiustificata usura, col conservarla accuratamente.
Nelle nostre abitazioni, nelle caserme togliamoci la divisa di dosso senza gettarla in un angolo o accatastarla alla rinfusa nella cassa d’ordinanza come se non ce ne dovessimo servire più, più ma, prima di metterla a posto, dedichiamo ad essa un po’ del nostro tempo allo stesso modo che lo dedicheremmo al nostro migliore vestito che ci sia costato fior di quattrini: lo Stato ci fornisce la divisa gratis, ma siamo noi a pagarla, direttamente e indirettamente, in quanto non è chi non sappia che lo Stato è universalità dei cittadini che lo compongono e non è chi non consideri che le nostre paghe sarebbero più elevate se dovessimo provvedere direttamente noi al vestiario.
Previa, perciò, una buona, energica spazzolata, assicuriamoci che la nostra divisa sia completamente in ordine, che non manchi di un bottone, che non necessiti di qualche piccolo punto, di un colpo di ferro o di un po’ di detersivo. Oltre tutto, saremo al coperto, quando dovremo indossarla di nuovo, da sorprese che non sempre avremo il tempo o l’opportunità di riparare. Il precetto dell’ordine e della pulizia della divisa (1) sia esteso al nostro posto in caserma.
Facciamo in modo da non scadere nella considerazione dei detenuti addetti alla pulizia delle caserme, offrendo loro lo spettacolo edificante del nostro disordine.
Con quale autorità potremo richiamarli se, a nostra volta, troveremo che il loro po-sto, in camerata, nel cubicolo o nella cella, non sarà in ordine e le loro povere cose tenute male?
Altri detenuti addetti alla nostra persona sono quelli che ci servono a tavola, nella sala mensa.
Noi non commetteremo mai l’errore di ritenere che essi, sol perché detenuti, non siano abituati a stare a tavola civilmente o, quanto meno, non conoscano le regole del galateo al riguardo o che, comunque, non siano pronti a farsi uno scadente concetto di noi cogliendoci in atteggiamento poco corretto. La compostezza a tavola, che usiamo ovunque, non ci abbandoni nell’istituto, ma sia sempre presente in noi per le stesse considerazioni fatte in merito alla divisa.
Nel meridione corre il detto che il vero signore si riconosce a tavola. Comportiamoci come tali ed aumenterà la stima dei detenuti per noi.
E’ preferibile, se abbiamo fretta, mangiare meno anziché ingozzare tutto il pasto come affamati, il che, oltre tutto, è poco igienico.
Peggio che mai farci portare la mensa in sezione, quando ciò è tollerato, o scartare l’involtino che ci siamo portato da casa e metterci a mangiare in un angioletto: a parte il fatto che vigilanza e igiene diventano un mito, che figura ci facciamo?
Chiediamo una breve surrogazione, ove la consumazione dei pasti coincida con l’orario di servizio e, quando si sappia che questa non sia possibile, usiamo la preveggenza di metterci d’accordo con uno dei colleghi che si alternano con noi nel servizio, affinché, col permesso del capoposto, ci sostituisca temporaneamente, ricambiandogli la cortesia il giorno successivo.
Sono piccoli accorgimenti che, assieme a quello dei nostri superiori in merito all’orario della mensa, evitano inconvenienti al servizio e menomazioni alla nostra dignità.
Cari amici, lo spazio mi è tiranno ed occorre che io faccia punto.
Secondo il programma che mi ero prefisso per lo svolgimento della tesi che l’esempio di noi stessi sia il miglior mezzo per conseguire la rieducazione dei detenuti e far sì che essi trascorrano una ordinata e tranquilla carcerazione, nello scorso numero ho trattato la parte spirituale dell’argomento; in questo avrei dovuto esaurirlo parlando della parte materiale e pratica. Ma i casi sono così numerosi e complessi che, anche a volerne fare la cernita, la sola trattazione di quelli di fondo rischierebbe di rimandare sine die la conclusione.
E, dopo aver parlato del vestiario ed accennato a qualche soggetto marginale, mi accorgo di aver preso tanto spazio da non poter ulteriormente abusare della pazienza dei lettori, verso i quali peraltro non ho dimenticato l’impegno, preso fin dal primo numero, di essere meno prolisso. Reputo, perciò, opportuno rimandare la conclusione della mia tesi al prossimo numero, in cui parlerò esclusivamente della preparazione fisica ai nostri compiti, tralasciando tutti gli altri casi di carattere materiale e pratico, che potrebbero avvalorare il mio assunto e dare ad esso una maggiore esemplificazione, ma che nulla perderanno della loro efficacia se trattati singolarmente, anche da altri punti di vista, mano mano che se ne presenterà l’occasione.
Anticipando l’esposizione dei miei concetti, dico fin da ora che, nel parlare di preparazione fisica, farò delle osservazioni in senso favorevole all’uso della forza, essendo ovvio che, come in ogni aggregato sociale, così nelle carceri le doti dello spirito, per potersi liberamente manifestare, hanno bisogno di essere sorrette dall’immanenza e, quando occorra, dall’uso della forza, senza di che ogni libertà sarebbe parola vana.

(1) Chi intenda approfondire l’argomento dal punto di vista disciplinare, è rimandato alla lettura degli art. 80, n.4 e 111, 3° e 4° comma del Regolamento per il Corpo; n. 3 delle norme per la distribuzione, l’uso e rinnovo del vestiario uniforme contenute nel libretto vestiario personale. nonché della Circolare 20 ottobre 1954, n.404/ 2892, che, richiamando gli uni e le altre, detta disposizioni al riguardo.

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1 commento

  1. Sono molto contento al commento di indossare la Divisa in perfetto ordine.
    Ma, come ben Tu sai, non tutti hanno la Divisa o la mimetica nuova, perché, non l’anno avuta dal magazzino vestiario locale, regionale e dal ministero, come sono ben dal 2010, non ricevuta alcun vestiario tra cui relazionato dal sottoscritto, dal responsabile magazzino vestiario, dal Comandante è Direttrice, senza alcun esito.
    Pertanto, non è colpa dell’Agente che non vuole mettersi in ordine con la Divisa, la colpa è dei sindacati non intervengono per sanare la situazione è dell’Amministrazione , che non da vestiario è mezzi ultimi per lavorare.
    Cordiali Saluti.
    TonyB

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