Anche noi siamo eroi silenziosi

E’ che poi succedono cose che mi inducono a domandarmi perché le professioni front-office civili del Ministero della Giustizia siano diventate negli ultimi anni …come dire? …quasi squalificanti per chi le riveste. 

Come sia stato possibile cioè, che chi lavora come un dannato, migliaia di professionisti del DAP e del DGMC che investono anche energie e tempi personali affinché le persone ai margini abbiano serie opportunità di riscatto, venga trattato come l’ultima ruota del carro. 

Tutti riconoscono in camera caritatis che l’esecuzione penale è piena di persone educate, acculturate, sensibili, competenti e per giunta gradevoli. 

Eppure abbiamo stipendi indegni. 

Non possiamo ammalarci …quando capita ci tocca prendere le ferie perché non riusciamo a sostenere i costi delle odiose decurtazioni retroattive.

Ed ogni giorno ci vengono sottratti diritti, tutele e riconoscimenti retributivi. 

Com’è stato possibile tutto ciò? Beh, io mi sono dato qualche risposta…

Quando al minorile da Funzionari ricopriamo il ruolo di Direttori percependo un’indennità di funzione di 2.000 euro lordi l’anno e uno stipendio mensile che è la metà di un Comandante di Reparto che sarebbe gerarchicamente sotto-ordinato, diamo il segno di una corsa al ribasso del valore della nostra prestazione. 

Quando seguiamo progetti mirabolanti a costo zero o persino rimettendoci di tasca nostra, comunichiamo che non ci interessa cosa succede in altri posti, come nella scuola o nella sanità dove le attività extracurricolari sono remunerati adeguatamente, perché ci basta ricevere una bella ed economica pacca sulle spalle.

Quando usiamo l’auto personale per raggiungere i nostri assistiti ed in un giorno viaggiamo tra diverse località senza missione, diciamo che ci sta bene farlo a nostre spese e a nostro esclusivo rischio. 

Se andiamo ad una riunione, liberi dal servizio, perché fissata all’ultimo minuto, stiamo affermando il principio che il nostro tempo personale ha scarso valore. Come accade tutte quelle sante volte che, richiamati dalle ferie senza essere reperibili, perché c’è un problema con un utente, neppure ci adombriamo un po’. 

Siamo un esercito di persone che dà l’anima dentro e fuori, sposta mobili, scrivanie, fascicoli, passa panni o pulisce persino bagni perché manca un adeguato servizio. Che lavora in stanze da dieci metri quadri pigiata come tacchini in batteria costringendosi ad abbozzare dinnanzi ad assistiti che la guardano con un misto di pena e perplessità e poi si racconta la balla che è per il loro bene. 

Persone che hanno trasformato il rischio professionale nella norma tanto che gli si vuol riconoscere appena la sufficienza in quest’ultima assurdità della performance per qualcosa che sa di eroico ma che i nostri Dirigenti hanno imparato a considerare poco più che dozzinale!

E tutto questo, sebbene fatto in nome di una professione che è ben più di una missione, non fa il bene nostro ma neppure dei nostri assistiti. Volenti o nolenti, ci svuota dalle energie e dalla motivazione e ci consegna, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, al rischio burnout!

È bene che ci rendiamo conto che non siamo impiegati statali come gli altri! La nostra è una nobile e fiera professione. Una professione che ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri ed è stata costruita sul sangue, il lavoro, l’abnegazione di decenni di impegno e saggezza. E che quelli che abbozzano, vivacchiano, piegano il capo, sviliscono la loro dignità e la storia di tutti adattandosi a fare qualsiasi cosa per quieto vivere o per grevi privilegi, non dovrebbero fregiarsi del titolo di Assistenti sociali o Educatori!  

Dunque lo sfacelo che stiamo vivendo è merito nostro. Siamo noi che lo abbiamo consentito perché abbiamo detto troppi “si”. 

E gli altri colleghi civili ci hanno seguito in questa deriva.

Di certo lo abbiamo fatto per nobili scopi soltanto che altri ci hanno costruito carriere e pubblicazioni. 

Ed i sindacati firmatari dei CCNL…

Nella migliore delle ipotesi aspettiamo ancora che battano un colpo! 

Eppure siamo garanzia di civiltà! 

Chi ha sulla pelle le cicatrici dell’altrui sofferenza non sarà mai davvero rinchiuso nelle torri d’avorio dei Provveditorati e/o degli Uffici. 

Chi sa cosa significa avere davanti un ragazzo che è vinto ma non piegato, un uomo che vuol costruirsi una nuova opportunità di riscatto, una donna che è riuscita a vincere lo sfruttamento del suo corpo o ha già curato i buchi delle sue braccia ma non quelli del suo cuore e ci chiede una mano, non ha bisogno di un Capo ma di un leader. 

E leader che sappiano dare speranze a 77.000 adulti e 18.000 minori all’anno io ne vedo tanti, quanti siamo noi Assistenti sociali ed Educatori in trincea! Leader silenziosi, eroi normali, piccole grandi persone che non parlano ma che forse è tempo che inizino ad urlare. 

Urlare di rabbia!

Ventiquattro anni fa, quando dominava la consapevolezza della nobiltà della nostra professione, il Dott. Vincenzo De Orsi, mente pulsante della Giustizia Minorile, andava dicendo che gli Operatori sociali “sono il volano attorno al quale ruotano tutti gli altri.” 

Allora ci consideravano come le api: quelle che quando scompariranno, tempo cinque anni, e sarà la fine della civiltà! 

Dobbiamo ritrovare la certezza assoluta di essere gli unici a saper trarre fuori da un fiore d’uomo, magari sdrucito, del nettare e che, proprio per quello, non possiamo farci considerare satelliti di nessuno ma vere e proprie stelle 

Da ciò discenderà la giusta rivendicazione di un adeguato trattamento economico perché lo stipendio è il mezzo attraverso il quale si dà un valore a ciò che facciamo. 

La luce che segnala il nostro pulsare. 

Partiamo dunque da un modello esistente: la nostra Polizia Penitenziaria! 

I Baschi Blu sono diventati fondamentali per il funzionamento dell’esecuzione penale e nei decenni hanno condotto e vinto molte battaglie. 

Loro soltanto possono esserci da esempio perché condividiamo tempi e spazi di lavoro e spesso medesimi rischi.

In questo preciso momento storico tutti quanti i penitenziari, noi civili che abbiamo raggiunto l’apogeo e i poliziotti penitenziari, che, invece, sono su un’orbita che potrebbe al contrario condurli al loro perigeo avrebbero solo da guadagnare nello stipulare una santa alleanza affinché chi ci ha fin qui divisi e messi gli uni contro gli altri, non abbia terreno fertile per disinnescare le legittime pretese delle due categorie di operatori penitenziari. 

Loro, i Baschi Blu, ormai sono grandi. Sono cresciuti. 

E sapete una cosa? Nella stragrande maggioranza dei casi parlano la nostra stessa lingua. E sognano i nostri stessi sogni. 

Tutti abbiamo a cuore identiche priorità e le ideologie si sono dimostrate per quel che erano: delle imposture! 

La battaglia per i Ruoli tecnici significa recuperare dignità per noi e consegnare alla collettività una Forza di Polizia completa e specializzata per loro; ma anche molto altro. 

Le periferie scoppiano, il disagio aumenta, baby gang, bullismo, prostituzione minorile, forme sempre nuove e allarmanti di marginalizzazione minacciano la società e solo chi sta in trincea ha ben chiaro cosa occorra fare.

Sul versante dei presidi all’integrità del nostro modello di società ci sono i Baschi Blu che hanno venduto cara la pelle e fatto notevoli passi in avanti per la costruzione di un’identità professionale solida e riconosciuta. 

E ci siamo noi civili penitenziari che quella pelle ce l’hanno strappata dalla carne pezzo dopo pezzo facendoci arretrare ogni giorno sempre di più. 

Solo che…

Né noi cosiddetti tecnici, educatori e assistenti sociali, né i contabili e gli amministrativi che garantiscono il funzionamento dei sistemi complessi, né gli eroici colleghi in divisa possiamo permetterci di marciare separati. 

Rischiamo di far vincere chi ci vuole ancora servi ma, soprattutto, di consegnare le future generazioni all’oscurità!

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