Appiccati, abbruciati, squartati, mazzolati Le vittime della giustizia nella Roma del ’500

bestemmia, al vagabondaggio, alla prostituzione, all’insolvenza per debiti.

Tra le pene più severe previste nel XVI secolo, oltre, naturalmente, la pena di morte (che, come si dirà in seguito, era eseguita con diverse modalità – impiccagione, decapitazione, rogo, mazzolamento, squartamento), si eseguivano mutilazioni (prevalentemente il taglio della mano), la fustigazione e i tratti di corda (queste ultime erano classificate come pene minori e in parte si equivalevano; generalmente coloro che subivano tali condanne erano costretti a portare un cartello appeso al collo nel quale era indicato il reato commesso).

Tra le altre modalità punitive, che incidevano sulla libertà e il domicilio del reo – e che hanno resistito, seppure in forme mutate fino a tempi recenti – si annoverano l’esilio, i lavori forzati, la deportazione, la galera. 

L’esilio, che consisteva nell’abbandono ed a volte nella confisca dei beni, era pur sempre preferibile al carcere, considerate le durissime condizioni di vita che la detenzione imponeva al condannato. 

I condannati alla deportazione erano inviati in territori lontani e impervi, paesi ancora da colonizzare. 

La condanna al remo delle galere fu introdotta tra il XV e XVI secolo e, secondo alcune fonti, fu papa Paolo II che nel 1471 ordinò al Senato romano di consegnare i rei di delitti capitali alle galere genovesi. 

La durata della condanna variava da sette anni a tutta la vita, poteva avere inizio solo dopo che il condannato era stato sottoposto, nelle carceri di Tordinona, a visita medica per verificare se le condizioni fisiche erano tali da poter sopportare la dura condanna. 

Se il soggetto era giudicato inabile a sopportare la durezza della condanna al remo, la pena era commutata nell’esilio o nella fustigazione. I condannati alla galera erano quindi inviati a Civitavecchia. Quando le navi erano a riva, era consentito ai galeotti di scendere a terra, con l’obbligo di portare la catena e di non accompagnarsi più di due alla volta. 

Dal secolo XVI i nuovi sistemi di navigazione a vela utilizzati per i lunghi viaggi, sostituirono le vecchie galere e la pena al remo fu convertita nei lavori forzati da scontarsi negli ergastoli o in luoghi pubblici.

La pena dell’esilio consisteva nell’allontanamento forzato dalla città ed era associata alla privazione della libertà ed all’impiego nei lavori forzati. 

I rei puniti con l’esilio erano prevalentemente ladri, vagabondi, disturbatori della quiete pubblica e impiegati infedeli al loro ufficio.

I lavori forzati, di durata variabile, spesso erano commutati in esilio perpetuo se interveniva, ad esempio, una grave malattia, come la lebbra, che spingeva ad allontanare il reo dalla comunità, non certo per fini umanitari, quanto piuttosto per evitare il contagio tra gli altri condannanti.

L’istanza punitiva spesso si mescolava a istanze morali, cosicché il controllo sociale si estendeva a quei comportamenti quali il vagabondaggio, l’accattonaggio e la prostituzione, fenomeni sociali diffusisi nelle città a seguito dello spopolamento delle campagne a favore dell’aumento demografico dei centri urbani. 

A Roma il problema fu affrontato dai papi con l’istituzione di ospizi che accoglievano queste persone, luoghi di “recinzione” che svolgevano una funzione repressiva e di assistenza caritatevole al tempo stesso. 

La pena di morte, a differenza di quanto si creda, non era applicata in maniera diffusa, facendosi invece un largo uso delle pene corporali non capitali, ma la tipologia dei reati punibili con la pena capitale era quanto mai ampia se si pensa che essa era comminata non solo per i reati più gravi, quali l’omicidio o il delitto politico di lesa maestà. 

Difatti, reati come la falsificazione di monete, il furto qualificato, la violenza carnale a zitella vergine, la sodomia accompagnata da violenza, la circolazione d’appestati fuggiti da lazzaretti erano ritenuti dal codice criminale comportamenti altrettanto gravi, punibili anch’essi con la pena capitale, perché destabilizzavano l’assetto politico, amministrativo e morale della società del tempo. 

Tra le modalità d’esecuzione capitale più diffuse sui territori dello Stato Pontificio prevalevano l’impiccagione, il taglio della testa (con mannaia, una sorta di ghigliottina ante litteram,  o con la spada di giustizia), lo squartamento e il rogo. 

La condanna a morte si svolgeva pubblicamente, perché servisse da esempio ed ammonisse il popolo a non ripetere quei reati che giustificavano così tremende pene. 

L’esemplarità della pena era elemento decisivo nel funzionamento della giustizia al punto che, se un reo condannato alla pena capitale avesse anticipato l’esecuzione con il suicidio, il suo corpo senza vita era ugualmente condotto sul luogo della pubblica esecuzione e sottoposto alle stesse procedure di condanna a morte previste per i vivi. 

Nella rubricella della Confraternita di San Giovanni Decollato di Roma si legge che nel 1559 Ottavio da Roccacontrada “che si era ammazzato, fu portato a Ponte, ed ivi squartato”. 

E ancora, tale Francesco di Cordova, accusato forse d’eresia e linciato dal popolo sul Ponte Sisto nel 1531, fu lo stesso bruciato.

La prassi d’esecuzione capitale utilizzata per punire i reati più gravi prevedeva una lunga e tragica sequenza di supplizi durante la quale il reo era attanagliato con tenaglie roventi che gli strappavano brandelli di carne e lo mutilavano di naso e orecchi; quindi il boia assestava un colpo al capo con mazzuola (il cosiddetto mazzolamento) che stordiva il condannato e gli impediva di agitarsi, seguiva poi la fase finale, in un crescendo di crudeltà e di sadismo, quando il boia, armato di coltelli di varia dimensione, scannava e squartava il malcapitato. Infine, il corpo smembrato era quindi esposto su uncini per tutto il giorno sulla piazza dell’esecuzione. 

Molti casi, tratti dai documenti dell’epoca, testimoniano della varietà delle modalità d’esecuzione capitale. 

In proposito è ricordata la storia di un soldato spagnolo, tale Francesco di Alonso dal Modone, reo di avere colpito con alcuni sassi un’immagine della Madonna. 

Il soldato fu condannato ad essere condotto sul carro dei condannati a morte, dalla prigione di Corte Savella al luogo su cui sorgeva l’immagine vilipesa. Giunto sul posto, fu legato alla forca e sottoposto alla lapidazione del pubblico. Il suo corpo fu infine bruciato.

Il boia era autorizzato a intervenire a proprio piacimento e con vari strumenti per eseguire la condanna, secondo la fantasia macabra che caratterizzava il suo operato, cosicché le condanne a morte per reati efferati erano precedute da un’ampia varietà di supplizi: dal taglio della mano destra allo scorticamento da vivi, dallo strazio del corpo con torce o tenaglie ardenti. 

Supplizi che precedevano l’atto finale, praticate dal boia sotto gli occhi dei cittadini lungo il percorso che conduceva il condannato, trasportato sul carro, al luogo dell’esecuzione. 

Gli episodi da ricordare sarebbero tanti e ognuno si distingue per la crudeltà con cui fu eseguita la condanna.

Come quella subita l’8 gennaio 1600 da una donna di nome Giulia Cervelati e da Melchiorre Lattanzi, accusati entrambi di avere ucciso il marito della donna, tale Domenico e un altro uomo di nome Giacomo Alariti. Entrambi furono condotti sul carro dei rei per le strade di Borgo e, giunti dinanzi al palazzo dove avevano abitato le vittime, la donna fu attanagliata tre volte. Entrambi i rei, poi, seguirono la stessa pena dell’impiccagione. Normalmente, al supplizio seguiva la confisca dei beni, misura, questa, che lasciava dubbi legittimi sull’equità della condanna, giacché i beni confiscati andavano a rimpinguare le casse dello Stato.

Il ruolo del boia era fondamentale nell’esercizio di una giustizia basata essenzialmente sulle punizioni corporali. La perizia nel preparare il corpo del reo ad accettare e a subire la condanna, l’esecuzione della condanna stessa, la scelta degli strumenti del supplizio, richiedevano una consapevolezza del mestiere che era riconosciuta con una paga proporzionata alla fatica da compiere.

Nel corso del XVI secolo i compensi pagati al boia, riportati nei libri della contabilità del Governatore di Roma, consistevano nelle seguenti cifre: nel 1515 il boia esigeva tre giuli per eseguire l’impiccagione, cui se ne aggiungevano altri tre se seguiva il rogo del cadavere. 

Stessa cifra il carnefice incassava per eseguire la decapitazione e il taglio della mano.

Mastro Giacomo da Bergamo, carnefice a Roma dal 1516 al 1519, guadagnò quattro carlini per avere appiccato il suo superiore, il Bargello, e due ducati d’oro per avere appeso un altro condannato a Ponte Molle e sei carlini per un’impiccatura e una fustigazione. 

Tre giuli, invece, li guadagnò per l’impiccagione di tale Fra’ Tommaso, la cui esecuzione non aveva presentato particolari complicazioni.

Nel 1522 è in servizio Mastro Alberto, che guadagna la stessa paga del suo predecessore, mentre è dal 1535 che cominciano a variare le tariffe per le attribuzioni straordinarie. 

Così era per la staffilatura, per la cui esecuzione la paga variava in relazione al sesso del reo e in base al numero dei colpi da infliggere.

Per appendere e poi squartare un reo il boia esigeva dieci giuli; per il taglio della mano e l’appiccamento sette giuli e tre bajocchi. 

Nel 1542 il boia fu pagato due ducati per avere presieduto allo strascicamento del reo legato alla coda di un cavallo e poi per aver eseguito il suo appiccamento. 

Nel 1546 per aver impiccato e poi bruciato un luterano, il carnefice percepì cinquanta baiocchi.

Tornando alle vicende dei Cenci, è curioso osservare come i due boia che avevano eseguito nel 1599 le condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia Petroni – Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe – conclusero tragicamente i loro giorni: il primo morì tredici giorni dopo il supplizio dei Cenci, oppresso da incubi notturni per il rimorso di avere inflitto i feroci tormenti ai rei e, in particolare, per l’attanagliamento di Giacomo Cenci; il secondo morì accoltellato a Porta Castello, nei pressi del luogo dell’esecuzione di Beatrice, un mese dopo la stessa.

La pena di morte era la pena esemplare per eccellenza. 

Essa era accompagnata da una liturgia di morte che aveva inizio con l’avviso alla Confraternita della sentenza di morte. Da questo momento in poi il potere giudiziario lasciava il posto a coloro che prendevano in carico il condannato per far si che la sua anima ricevesse  gli ultimi conforti religiosi  e, attraverso il pentimento, riceveva il perdono divino. 

I luoghi che ospitavano le pubbliche esecuzioni variarono nell’arco dei secoli dal Medioevo al Cinquecento. 

Fino al XVI secolo le esecuzioni avvenivano in luoghi scelti a caso, ma successivamente, in ragione del nuovo assetto urbanistico che la città andava assumendo, furono individuati precisi punti della città deputati alle esecuzioni capitali pubbliche, individuate in base al tipo di pena da applicare. 

Così, fino al Seicento, a Campo dei Fiori si innalzavano i roghi per gli eretici, mentre a Ponte (la piazza davanti Castel Sant’Angelo), al Popolo (piazza del Popolo), alla Madonna ai Cerchi (tra la Bocca della Verità e la sede dell’Arciconfraternita di Giovanni Decollato) si impiccava, si decapitava, si squartava e si mazzolava. Luoghi, questi, che rimarranno sedi d’esecuzione anche nei secoli successivi.

La pena crudele, per essere efficace, e quindi svolgere funzione deterrente, doveva essere eseguita sotto gli occhi di tutti, in larghi spazi dove potesse affluire un pubblico numeroso e vociante. 

In occasione delle esecuzioni la piazza è gremita di gente che assisteva al macabro spettacolo, unita in una sorta di rito collettivo in cui i cittadini s’identificano nelle braccia del boia, partecipano all’esecuzione, compiono il sacrificio attraverso il quale avviene la purificazione di tutti. Al carcere, che segregava il reo e lo sottraeva al pubblico spettacolo, spettava un’altra funzione, prevalentemente preventiva, ma altrettanto punitiva.

Nota

Domenico Orano riporta un elenco più lungo di luoghi di giustizia che mostra come ogni strada e ogni piazza di Roma poteva diventare teatro di esecuzioni: “Generalmente si giustiziava a Campo di Fiori, a Ponte Sant’Angelo, a piazza Navona, sul Campidoglio, a piazza Giulia, e più tardi a piazza del Popolo, ma spesso le giustizie si eseguivano a Tor di Nona, a Corte Savella, fuori Porta Latina, in Trastevere, a San Celso, in piazza Salviati, a Santa Maria Maggiore, a San Giovanni, a piazza del Pantheon, a piazza Nicosia, a San Marcello, a Ponte Molle e sulla riva del Tevere”. 

(D. Orano, 1904, p. IX-X, n.3)

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