Approfondimenti di diritto. Omessa denuncia di reato da parte del Pubblico Ufficiale

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Al titolo III del codice penale, tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia, figura l’art. 361 che prevede “Il pubblico ufficiale, il quale omette o ritarda di denunciare all’autorità giudiziaria, o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, è punito con la multa da euro 30 a euro 516. La pena è della reclusione fino ad un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria, che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto. Le disposizioni precedenti non si applicano se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa.”
L’incriminazione dell’inadempimento degli obblighi di denuncia di reato è stata introdotta nel nostro ordinamento già con il codice Zanardelli (1889).
La fattispecie delittuosa rientra tra i reati propri: i soggetti attivi possono essere alternativamente i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, così come definiti, rispettivamente, dagli artt. 357 e 358 c.p.
La diversa qualifica del soggetto agente è irrilevante ai fini della realizzazione del fatto tipico, posta l’identità delle condotte incriminate.
Essa rileva, piuttosto, ai fini sanzionatori: il fatto del pubblico ufficiale, infatti, è punito più gravemente rispetto a quello dell’incaricato di pubblico servizio. L’elemento costitutivo del reato presuppone che il pubblico ufficiale abbia acquisito la notizia di un fatto costituente reato (perseguibile d’ufficio) nell’esercizio o a causa delle sue funzioni.
Si tratta di un obbligo processuale, consistente nel dovere per ufficiali e agenti di polizia giudiziaria (artt. 55 e 347 c.p.p.), pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio (artt. 331 e 332 c.p.p.) di riferire al pubblico ministero i reati perseguibili d’ufficio di cui essi vengano a conoscenza.
L’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero richiede inevitabilmente che questi venga a conoscenza dei fatti di reato commessi, a maggior ragione in un ordinamento come il nostro, in cui l’esercizio dell’azione penale è obbligatorio (art. 112 Cost.).
Poiché è impensabile che egli venga a conoscenza di tutte le notizie di reato esclusivamente mediante il proprio potere-dovere di iniziativa.
L’art. 361 è un reato di pericolo astratto, a consumazione istantanea, infatti, il legislatore non richiede esplicitamente il verificarsi di una concreta messa in pericolo del bene giuridico tutelato (né tanto meno una sua concreta lesione), ma congettura, in astratto, che le violazioni incriminate possano essere nocive per l’efficace persecuzione penale dei reati.
Il termine per la presentazione della denuncia («senza ritardo», «immediatamente») è, perciò, unico e finale (PIFFER, 2005, 50; contra CALCAGNO, 2009, 20): oltre un certo momento la denuncia risulta inutile ai fini dell’efficace persecuzione del reato e l’agente non ha più la possibilità di uniformarsi alla condotta comandata (contrariamente a quanto accade, invece, per i reati permanenti, ove il soggetto è sempre in grado di far cessare la propria condotta criminosa).
La valutazione se la violazione dell’obbligo di denuncia oggetto di imputazione possa concretamente porre in pericolo l’interesse a che l’autorità competente venga a conoscenza della notizia di reato è rimessa al giudice, caso per caso (cfr. PAGLIARO, 2000, 9; C. 25.6.1999, Castiglioni, RP, 2000, 1079; C. 5.12.1975, Carriero, CP, 1977, 351).
Infatti, non compete al pubblico ufficiale il compito di decidere se veramente il fatto sia punibile o se non lo sia, ad es. per la presenza di una scriminante o di una causa estintiva del reato.
Tali valutazioni competono solo all’autorità giudiziaria.
È sufficiente che il pubblico ufficiale ravvisi nel fatto il fumus di un reato. Non è pensabile, infatti, demandare il loro accertamento ai pubblici ufficiali o agli incaricati di pubblico servizio nel momento in cui vengano a conoscenza di possibili fatti di reato.
Il reato de quo è previsto per tutelare il normale funzionamento della giustizia, poiché tale interesse è strumentale alla finalità della giustizia penale di accertamento e repressione dei reati. In particolare, il momento iniziale: l’acquisizione della notitia criminis (e, quindi, di ogni procedimento penale) da parte dell’organo competente;
L’elemento soggettivo è costituito dalla consapevolezza e dalla volontarietà dell’omissione del dovere di informare l’Autorità Giudiziaria di un fatto costituente reato del quale il pubblico ufficiale è venuto a conoscenza nell’esercizio o a causa delle sue funzioni: è richiesto il dolo generico, ovvero consapevolezza e volontarietà dell’omissione della denuncia.

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Giovanni Passaro

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