Basta gogna mediatica. Nessuno ci può giudicare fuori dai Tribunali

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Chi non ricorda il brano che una giovanissima Caterina Caselli ebbe modo di proporre nel 1966 al festival di Sanremo classificandosi al posto d’onore?
Perché rifarsi al testo della cantante modenese per parlare di problematiche legate al mondo carcere?

In sintesi perché sviscerando le rime della canzone, non si può che trovare similitudini con il nostro agognato pianeta legato a situazioni del mondo carcere.

“La verità mi fa male lo so” … Ecco, l’inizio del brano della Caselli trova appoggio sistematico in ciò che si vive in ogni angolo della nostra amministrazione.

Tutti sanno, tutti vogliono spaccare il mondo pur di ridare lustro al nostro contesto da troppo tempo bistrattato, ma nessuno osa fare e se il buontempone di turno ci prova in tanti altri proveranno a tarpargli le ali. E quindi, tutti sanno delle difficoltà del Corpo di Polizia Penitenziaria ma non resta altro che ammettere che “la verità ci fa male lo so” ma che nulla si può (per alcuni meglio dire “vuole”) fare.

Stando poi all’emissione di tanti provvedimenti in contrasto tra loro, alle nefandezze poste in essere da alcune direzioni, dall’incoerenza di alcune azioni amministrative, ritorna utile la seconda strofa “lo so che ho sbagliato una volta e non sbaglio più…”.

Trova esempio lampante la vicenda che ha visto un povero Assistente Capo Coordinatore con ben 32 anni di onorato servizio prestati alle dipendenze di uno dei PRAP della penisola, reo l’aver distolto un climatizzatore portatile per refrigerarsi attesi i 40 gradi che imperversavano all’esterno lo scorso 7 giugno. E cosa avviene?

Semplice, a fronte di iter burocratici lunghi, tortuosi e meritevoli di risoluzioni rapide, si riesce a trovare tempo per redigere un articolato rapporto disciplinare in danno di chi (seppur inopinatamente) distoglie un congegno refrigerante per rendere il suo ufficio meno afoso e più vivibile.

Lungi dal voler sindacare quanto operato dall’Amministrazione e senza voler in alcun modo invadere la discrezionalità e la competenza dell’agire istituzionale, ma tanta solerzia non è stata del pari riscontrata (dallo stesso ufficio distrettuale) a carico di quel dirigente di un istituto dello stesso distretto, il cui operato è stato ritenuto grave, con comprovati e dettagliati motivi rappresentati da tutte le OO.SS. congiuntamente il 24 luglio u.s., e che, nell’immediatezza, necessitavano dell’adozione di drastici provvedimenti amministrativi, atteso che una dettagliata documentazione risaltava ben 16 gravissimi fatti che avevano messo l’Istituto di riferimento a rischio per l’ordine, la sicurezza e l’incolumità del personale di Polizia Penitenziaria.

A distanza di oltre due mesi, l’ago della bilancia dimostra di come, tra il povero Assistente Capo Coordinatore (episodio del climatizzatore) – sanzionato – e il dirigente dell’Istituto Penitenziario (gravi rischi per ordine e sicurezza), sono state al momento adottati due pesi e due misure.

Possibile che gravi fatti che mettono a repentaglio un intero istituto dopo oltre due mesi non risultano disciplinati con l’emissione di dovuti provvedimenti amministrativi?

Ci si limita a far trascorrere l’estate e solo dopo due mesi si decide di inviare un’ispezione che non ha ancora partorito decisioni?

Se ispezione doveva esserci, questa forse sarebbe dovuta intervenire nell’immediatezza, non a distanza di quasi sessanta giorni dalle denunce dei sindacati!

“lo so che ho sbagliato una volta e non sbaglio più” … forse meglio “lo so che ho sbagliato una volta e sbaglio ancora” …

Caterina Caselli continua con il ritornello “c’è tanta gente che ce l’ha con me, chi lo sa perché?”

Se dovessimo riportarla al nostro ambiente, ebbene, credo che in tanti ce l’abbiano con il contesto in cui viviamo. Più che avercela, diciamo, rammaricati per ciò che non si fa e si ha.

Sono troppe le incertezze che ci accompagnano, da anni oseremo dire, nonostante l’ardore dei politici che cercano invano di venire a capo con proclami di vario genere, troppo spesso non accompagnati da fatti concreti.

Ma anche in campo amministrativo più di un qualcosa continua a far mugugnare i più, prova ne siano le già denunciate mancate liquidazione delle missioni da tempo immemore (istituti che da oltre un anno non corrispondono il dovuto agli aventi diritto), agli organici che non vengono decretati da oltre 7 anni in barba a quanto sancito dal D.M. dell’8.02.2012 (art. 8), alle carenze strutturali di molti istituti (sale regie fuori uso, al mancato funzionamento dei sistemi di antiscavalcamento ed antintrusione, alla tecnologia non in linea con i nuovi disposti normativi e nuovi metodi di vigilanza imposti dal sistema politico), non può che amareggiare i poliziotti speranzosi da tempo per un contesto meritevole di aggiornamento e più rivolto all’avanguardia.

“Ognuno ha il diritto di vivere come può…”, continua la cantante modenese, ma è altrettanto vero che quando si vive in comunità e si condividono contesti come il penitenziario, allora non si può accettare di “vivere come può” ma di farlo con il rispetto dei più e di quanti vivono all’interno della dura realtà carceraria. Certo, specie con il nuovo capo del DAP, le cose sembrano volgere verso un sensibile miglioramento, pur se si resta dell’avviso che ancora e troppo vada fatto per il bene della Polizia Penitenziaria.

La gogna mediatica verso fatti che spesso riportano alla luce eventi in danno dell’immagine degli appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria, sentenziare prima che i togati emettano decisioni, appare mortificante per tutti coloro che con spirito di sacrificio, zelo e scrupolo, pongono costantemente la loro opera a sostegno del Paese, di un sistema in difficoltà, fatto di carceri sovraffollati, di organici da definire, di mezzi vetusti, di straordinari e missioni liquidate spesso anche in ritardo, e di una burocrazia troppo prolissa e antiquata, con relazioni tra parte pubblica e rappresentanze sindacali sempre più esacerbate da un sistema poco oleato e malfunzionante.

“…e d’ora in avanti prometto che quel che fatto un dì non farò mai più…” e, per finire, se errori sono stati commessi, l’auspicio è che la parte finale del brano della Caterina Caselli possa trovare la sua consacrazione, in fondo ammettere di poter sbagliare (e di averlo fatto) non può che dare lustro e smorzare spesso i toni polemici e placare le ire dei più.

Occorre coraggio, voglia di invertire la rotta quando questa dimostra di non essere più al passo con i tempi, dare dimostrazione che si possono raggiungere risultati anche affrontando di petto questioni che necessitano una risoluzione da anni.

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