Carceri italiane più sovraffollate d’Europa? Breve storia di un’informazione scorretta

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Ci risiamo, anche quest’anno è accaduto! Dopo la pubblicazione delle statistiche annuali del Consiglio d’Europa, molti siti, giornali e riviste hanno lanciato l’allarme: le nostre carceri sarebbero tra le più affollate del Vecchio Continente.

Giusto per fare un esempio, il 25 luglio, l’importante agenzia di stampa Adnkronos – riprendendo l’ultimo rapporto di Antigone, nota associazione impegnata seriamente nella tutela dei diritti delle persone detenute – titolava in maniera perentoria: «Carceri italiane le più sovraffollate d’Europa».

Apparentemente niente di strano: si tratta della visione mainstream, quindi condivisa dalla maggioranza e raramente messa in discussione.

Ma siamo proprio sicuri che corrisponda al vero?

Forse vale la pena porsi qualche domanda in proposito. Cominciando da quelle più ovvie.

  • Su quali basi si fondano queste affermazioni?
  • Davvero il sovraffollamento delle nostre carceri è così grave da farci collocare nelle peggiori posizioni in Europa?
  • A quale “Europa” alludiamo?
  • E, infine, può dirsi che l’Italia abbia un numero eccessivo di detenuti nelle sue carceri?

Proviamo a fornire qualche risposta.

Da dove arriva la “notizia”

Tanto lo studio dell’Associazione Antigone quanto gli articoli di stampa che lo hanno ripreso e divulgato (e non sono pochi) si fondano su un documento apparentemente inattaccabile: il rapporto statistico periodico commissionato dal Consiglio d’Europa all’Università di Losanna, denominato Space I, acronimo che sta per Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe.

Si tratta di uno studio che viene pubblicato annualmente, sin dal 1983.

I rapporti Space I sono di regola riferiti a dati risalenti a circa uno o due anni prima. Space I 2018 non fa eccezione, in quanto, pur contenendo dati riferiti al 31 gennaio 2018, è stato pubblicato il 2 aprile 2019.

Tali studi mettono a confronto un’ampia serie di dati relativi ai sistemi penitenziari degli Stati europei, non ultimo quello concernente la sovrappopolazione delle carceri. Vengono così periodicamente proposte delle “classifiche” degli Stati con i sistemi maggiormente congestionati, nelle quali l’Italia si colloca quasi sempre nelle ultime posizioni. Come ben può comprendersi, tale aspetto si riflette assai negativamente sull’immagine del nostro Paese. E non solo su quella.

Di quale “Europa” parliamo?

Il primo, possibile, equivoco da dissipare è geografico: l’“Europa” alla quale fanno riferimento i rapporti Space I non è quella a 28 Stati dell’Unione Europea ma quella a 47 del Consiglio d’Europa.

Le carceri italiane compaiono sempre fra le più sovraffollate

In base ai dati del rapporto Space I 2018, quello italiano è risultato il 4° sistema carcerario più sovraffollato del continente.

In particolare, al momento della rilevazione, si contano 58.087 detenuti a fronte di una capacità totale di 50.517 posti. Se si divide il numero di persone ristrette per il totale dei posti, e poi lo si moltiplica per 100, si ottiene la c.d. “densità detentiva”, che nel caso italiano è di 115. Cosa significa?

Che per ogni 100 posti disponibili ci sono 115 detenuti; quando la “densità detentiva” cresce sopra il 100 si ha sovraffollamento.

Secondo le statistiche europee, oltre a quello italiano, solo altri 11 sistemi presentano una densità detentiva superiore a 100 e, dunque, possono dirsi in varia misura sovrappopolati.

Si tratta di: Macedonia del Nord (122.3), Romania (120.5), Francia (116.3), Moldova (113.4), Serbia (109.2), Portogallo (105.9), Repubblica Ceca (105.5) nonché di Danimarca, Slovenia, Austria e Grecia, i quali, però, con un tasso detentivo compreso fra 100.5 e 101 hanno un sovraffollamento quasi insignificante.

Anche negli anni passati l’Italia ha ottenuto, almeno di regola, risultati tendenzialmente negativi.

Nel penultimo Rapporto Space I è risultata il settimo sistema penitenziario più congestionato d’Europa, mentre in passato era andata ancora peggio.

Si pensi, ad esempio, al Rapporto Space I 2012, in base al quale le carceri del Belpaese finirono in penultima posizione, superate in negativo solo da quelle della Serbia.

Oppure al report del 2013, quando anche il sistema penitenziario serbo si rivelò meno affollato di quello italiano che scivolò così all’ultimo posto. Piuttosto imbarazzante per il Paese di Cesare Beccaria.

Paese che vai, capienza che trovi

Sulla base di questi Rapporti Space, può davvero affermarsi che il sovraffollamento delle carceri italiane sia tra i peggiori d’Europa?

La risposta più onesta è: decisamente no.
La ragione è semplice, anche se difficile da credersi: le statistiche comparate del Consiglio d’Europa non possono essere utilizzate per effettuare confronti internazionali. E a dirlo, in maniera sempre più netta con il trascorrere degli anni, sono gli stessi autori dei rapporti Space!

Già nel rapporto Space I 2008 si avvertivano i lettori che «le comparazioni sul sovraffollamento carcerario vanno condotte con cautela perché le regole per stabilire la capacità delle istituzioni penali variano da Paese a Paese».

Nello Space I 2018 viene affermato, in maniera ancora più netta, che «i tassi di densità detentiva e di sovraffollamento carcerario non consentono comparazioni dirette tra uno Stato e l’altro».

Ciò dipende dal fatto che «gli indicatori di densità detentiva e di sovraffollamento carcerario sono calcolati sulla base dei dati sulla capacità carceraria» stimati da ciascuno Stato membro, secondo propri parametri.

È questo un problema fondamentale che cerchiamo di segnalare sin dal 2014 (per chi volesse approfondire la questione, è in corso di pubblicazione un nostro studio sul n. 12 del 2019 della Rivista Cassazione penale).

Vi è più di un elemento che impedisce di effettuare confronti internazionali.

Ad esempio, mentre alcuni Stati forniscono il dato relativo alla capacità progettuale degli istituti penitenziari (la design capacity cioè il numero di persone che un carcere è destinato ad accogliere al momento della costruzione o della ristrutturazione), altri comunicano la “capacità operativa” (la operational capacity ovvero il numero di detenuti che un istituto penitenziario può accogliere rimanendo funzionante).

Ancora, alcuni Paesi, come l’Italia, indicano il numero di posti indisponibili mentre altri non lo fanno o non è chiaro se lo facciano.

Inoltre, sono disomogenei i criteri utilizzati per stabilire la capienza regolamentare delle celle.

Infatti, nel rispetto dei limiti (davvero) minimi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani, ogni Stato decide liberamente quale sia la superficie regolamentare da assegnare a ciascuna persona ristretta.

È in base a questi parametri piuttosto variegati che ogni ordinamento calcola il totale dei posti disponibili.

Ma non è tutto. Nell’ultimo Rapporto Space I solo 8 Stati su 47 – fra gli 8 figura l’Italia – hanno fornito i criteri di calcolo delle proprie capienze o lo spazio disponibile per persona detenuta. Anche solo limitando i confronti a queste poche nazioni, emerge che nessuna usa un criterio uguale all’altra.

Insomma, a ogni Paese corrisponde una diversa definizione di sovraffollamento carcerario e, per giunta, per la maggioranza degli Stati il Rapporto non precisa in che modo calcolino le loro capienze.

È, dunque, possibile giungere a una prima conclusione: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’affollamento delle carceri non è un dato oggettivo e confrontabile a livello internazionale, poiché ogni Stato è libero di calcolare la capienza degli istituti come crede e non esiste a livello europeo un modo univoco di misurazione.

Diverse superfici minime per le camere detentive

In Italia, in base alla lettera circolare (dell’Amministrazione penitenziaria) del 17 novembre 1988, n. 649773/1.5.28, Rilevamento dati istituti penitenziari, la capienza regolamentare (l’unica che ormai viene ufficialmente comunicata, anche tramite il sito giustizia.it) è calcolata considerando una camera di 9 mq idonea per una persona a cui vanno aggiunti 5 mq per ogni ulteriore detenuto.

Dunque, una camera di 9 mq è considerata singola, una di 14 mq doppia, una di 19 mq tripla, e così via.

In base a tale criterio – c.d. del “9 + 5” – risultano 50.517 posti (anche se disponibili sono solo 46.587) in relazione ai quali, come si è detto, vengono calcolate la densità detentiva e, quindi, l’eventuale sovraffollamento.

Ciò autorizza a pensare che, in realtà, la sovrappopolazione carceraria italiana non sia così grave come appare dalle statistiche europee, nel senso che il criterio di calcolo della superficie detentiva utilizzato dal nostro Paese è più vantaggioso per le persone detenute rispetto a quelli che provengono dal livello sovranazionale.

Il parametro “italiano”, infatti, è più elevato rispetto al criterio consolidato nella giurisprudenza della Corte EDU, la quale ritiene che una superficie media nella cella inferiore a 3 mq, dia luogo a una forte presunzione di trattamenti inumani o degradanti.

È superiore anche allo standard auspicabile promosso nel 2015 dal CPT (Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti) ossia almeno 6 mq per una camera singola, ai quali vanno aggiunti 4 mq per ogni ulteriore persona (criterio del “6+4”).

Ma non è tutto, poiché se si osservano i report degli anni passati, si scopre che molti Stati impiegano criteri di calcolo della superficie regolamentare più facili da rispettare.

Si pensi, in tal senso, al caso (prima accennato) di Space I 2013, quando il nostro Paese risultò il più sovraffollato del Continente.

In quell’occasione le statistiche mostrarono che 21 Stati soffrivano di sovraffollamento (mentre i restanti Paesi del Consiglio d’Europa avevano una densità detentiva inferiore a 100) e l’Italia era all’ultimo posto.

Gli ultimi sei posti erano occupati da Macedonia del nord, Grecia, Belgio, Cipro, Ungheria e appunto Italia.

La Macedonia concedeva 4 mq a testa, la Grecia e il Belgio non comunicavano il dato, Cipro 6.4 mq e l’Ungheria 3 mq. L’Italia utilizzava, come detto, il “9+5”, mentre complessivamente 16 Stati concedevano tra 2.5 e 4 mq pro capite.

La Serbia, in particolare, rispetto a Space I 2012 era risalita dall’ultima posizione alla dodicesima (nel senso che undici Paesi avevano un tasso di sovraffollamento peggiore); interessante notare come in Space I 2012 i serbi usassero come criterio 4 mq mentre in Space I 2013 lo avessero abbassato a 3 mq!

Insomma, se le tabelle pubblicate dal Consiglio d’Europa propongono raffronti di grandezze incomparabili, allora non consentono di trarre conclusioni sulla posizione occupata dal nostro sistema penitenziario nella classifica del sovraffollamento, né a maggior ragione permettono di affermare che l’Italia sia fra le “pecore nere” d’Europa.

Anzi, guardando anche alle statistiche degli anni passati, è chiaro che se il nostro Paese utilizzasse un calcolo della capienza meno impegnativo del “9 + 5”, avrebbe una posizione migliore nel confronto con gli altri Stati membri del Consiglio d’Europa.

Perché in Italia si fondano campagne di stampa sulla base di dati non confrontabili?

Ma se gli stessi studiosi che hanno compilato il report europeo raccomandano di non effettuare alcun confronto internazionale sul congestionamento delle carceri, allora perché – quasi ogni anno – studiosi e giornalisti lanciano un allarme sovraffollamento sulla sola base della pubblicazione del Rapporto Space?

Forse perché tali rapporti non vengono accuratamente studiati, ma ci si affida alla semplice lettura dei comunicati stampa del Consiglio d’Europa nei quali vengono riportati i numeri e, talvolta, le classifiche sul sovraffollamento, ma senza le doverose spiegazioni sulla loro inutilizzabilità?

Ad esempio, quando il 2 aprile 2019 il Consiglio d’Europa ha presentato Space I 2018, da una parte ha inserito una infografica contenente la classifica dei Paesi afflitti dal sovraffollamento carcerario e dall’altra, nel comunicato stampa, ha dato risalto a tale comparazione, con le negative conseguenze a livello mediatico già descritte.

Davvero l’Italia ha troppi detenuti?

Un’ultima questione riguarda la quantità di persone detenute nel nostro Paese. Secondo molti è eccessiva e costituisce la vera causa della sovrappopolazione carceraria (S. Marietti, nel suo blog ospitato dal sito de Il fatto quotidiano); secondo altri, al contrario, è troppo esigua in relazione alla criminalità presente in Italia (M. Travaglio, Dal tramonto all’alba, Il fatto quotidiano del 28 febbraio 2019).

A noi sembra molto difficile stabilire, in modo scientifico e oggettivo, quale sia il numero “giusto” di detenuti per un determinato ordinamento giuridico.

Su una valutazione del genere incidono troppo le diverse sensibilità culturali e politiche di ciascuno.

Tuttavia è possibile fornire una limitata risposta alla domanda che ci siamo posti.

A tale scopo è utile fare riferimento al tasso di detenzione, indicatore che misura il numero di persone detenute in un determinato Stato ogni 100.000 abitanti.

Da questo specifico punto di vista, emerge che l’Italia, tra i Paesi del Consiglio d’Europa, non ha un numero elevato di persone ristrette in carcere in proporzione alla propria popolazione, sebbene tale indicatore negli ultimi anni sia in crescita.

Il prison population rate del nostro Paese, infatti, è pari a 96 detenuti ogni 100 mila abitanti, inferiore tanto alla media europea (123.7) quanto al tasso detentivo di molti fra gli Stati più popolosi del Consiglio d’Europa.

Il nostro Paese, infatti, in questa graduatoria è preceduto tra gli altri da Federazione Russa (418.3), Repubblica Ceca (208.8), Polonia (194.4), Inghilterra e Galles (142.4), Portogallo (130.6), Spagna (126.7), Romania (118.1), Francia (103.5).

Hanno, invece, un tasso detentivo inferiore Paesi come Grecia (93.5), Germania (77.5), Svezia (56.5) e Olanda (54.4).

Ricapitolando

Abbiamo visto che l’Italia – senza avere una rilevante quantità di detenuti in relazione alla sua popolazione – appare frequentemente nell’elenco dei Paesi con le carceri più congestionate d’Europa. Abbiamo, però, anche constatato che i dati sul sovraffollamento non sono comparabili e, dunque, non consentono di affermare che la situazione di un determinato sistema penitenziario sia peggiore, o migliore, degli altri. E questo non è un segreto, ma è scritto chiaramente nei rapporti Space I.

Nonostante ciò, almeno in Italia, si dà periodicamente vita a campagne di stampa fondate su questi numeri non confrontabili, con l’effetto, magari non voluto, di porre in secondo piano altre, non meno importanti, questioni o problematiche del sistema penitenziario.

La ragione di questa anomala situazione non ci è del tutto chiara. Riteniamo però importante esserne consapevoli.

A nostro parere, questi malintesi non sorgerebbero – o, quantomeno, sarebbero fortemente attenuati – se tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa fornissero i propri dati statistici utilizzando criteri uniformi per determinare la capienza delle strutture detentive e le superfici regolamentari minime all’interno delle celle.

Un modello è costituito dal parametro “6 + 4” caldeggiato dal CPT.

Si potrebbero effettuare confronti ancora più attendibili e istruttivi se tutti gli Stati si dotassero di strumenti di monitoraggio capaci di indicare, al di là delle medie statistiche, quanto spazio hanno in concreto a disposizione i singoli ristretti nelle varie camere di pernottamento.

Da questo punto di vista, l’Italia è già avanti, poiché dispone di un applicativo informatico sugli spazi detentivi che, nel 2016, ha ricevuto l’apprezzamento ufficiale da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Tali soluzioni potrebbero funzionare a condizione di non cadere nel circolo vizioso in cui è entrata la giurisprudenza italiana.

Quest’ultima, infatti, contraddicendo la Corte EDU e il CPT, pretende di misurare le superfici delle celle al netto del mobilio fisso e del letto.

Questa diversa, ma non meno curiosa, questione meriterebbe di essere trattata in un apposito articolo…

Alessandro Albano
Francesco Picozzi

 

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