Sindrome di burnout nel poliziotto penitenziario: Cos’è?

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Scopriamo cos’è la sindrome di burnout nel poliziotto penitenziario.
A fronte degli ennesimi episodi che hanno visto appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria togliersi la vita, reputo fondamentale appronfondire una tematica sull’essere poliziotto penitenziario, chiedersi, in effetti, chi  sono coloro che indossano la blasonata uniforme dei baschi blù nonché il cd. burnout che sempre più attanaglia gran parte degli operatori in carcere.
Ed è per questo che, nello spazio della mia rubrica mensile,  mi dedicherò ad estrapolare quegli aspetti che sempre più determinano nei poliziotti penitenziari un senso di scoramento che – ahimè alla statistica – alimenta sempre più la crescita in percentuale di eventi a pieno titolo considerati critici. Ma facciamo un passo alla volta.
Per poter rispondere a queste domande è necessario aprire uno spazio di riflessione sulla singola persona, sull’organizzazione per la quale lavora e su tutta la comunità.

I poliziotti penitenziari sono persone, ragazzi e ragazze, che si arruolano con la speranza di poter migliorare la loro vita ,

sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista personale, maturando sempre più il desiderio di soddisfare il bisogno di autorealizzazione, correlato allo sviluppo di una nuova identità personale e sociale impregnata di valori rappresentanti la legalità dello Stato. Entrando negli istituti penitenziari ci si scontra, tuttavia, con una realtà di dolore alla quale non si era preparati e per la quale, nonostante il periodo formativo, non sempre si possiedono gli strumenti per poterla affrontare ed elaborare.
A ciò, sovente, si aggiunge uno scarso riconoscimento sociale e professionale nonostante il duro lavoro svolto quotidianamente, e tale noncuranza potrebbe provocare effetti sul senso di autoefficacia percepito.
All’interno di ogni istituto penitenziario si respira il contagio emotivo della sofferenza, delle aggressioni vissute direttamente o indirettamente, della violenza, degli abusi, delle minacce gravemente lesive la persona, nonché causa principale di stress psicologico e fisico. A questo si aggiunge il carico di lavoro molto spesso intollerabile, i turni definiti sulle 24 ore, nonché un ambiente strutturato in modo non sempre troppo favorevole.
Quanti e quali altri problemi potremmo elencare? Una miriade.
Non è certo cosa nuova che al primo posto, tra i problemi, vi è quello della carenza di personale, problema da cui derivano tutti gli altri. Un’incognita che comporta una maggiore difficoltà nel mantenere la sicurezza e che obbliga i poliziotti a fare lavori che non competono loro, con conseguente mancanza di risorse per altre mansioni specifiche.
La vita da poliziotto penitenziario qui, come altrove, diviene un continuo logoramento di nervi che influisce, talvolta, sul modo con cui gli agenti vivono il loro rapporto con i detenuti. I momenti di nervosismo sono inevitabili con conseguente rischio del sereno svolgimento del lavoro.
Ma del resto, come affermato da alcuni agenti, è difficile dover ricoprire anche il ruolo di psicologo, confidente di una umanità disperata e problematica.
Un lavoro delicatissimo, per cui vengono richieste competenze e attitudini particolari ma che, ad oggi, viene svolto in condizioni al limite del lecito.

Lo stato cosa fa per il poliziotto penitenziario?

Taglia proprio là dove, invece, più servirebbe investire. E anche di questo la politica dovrà assumersi qualche responsabilità e agire di conseguenza. E le condizioni economiche? Anche questo è un argomento delicato che suscita non poche polemiche e che è tra le cause del fenomeno del  doppio lavoro (sicuramente ingiustificato e non ammesso dalla legge) che molti agenti, e non solo di Polizia Penitenziaria, sono costretti a svolgere per far fronte alle spese. In linea di massima un poliziotto appena assunto guadagna circa 1.200 euro netti al mese; in Germania, tanto per gradire, ne guadagna circa 1.600 euro, un francese quasi 1.700; in Inghilterra lo stipendio può arrivare a 2.500 sterline. E le remunerazioni sono un elemento importante per la professionalità di uomini e donne che servono lo Stato con tanta abnegazione e sacrifico (Vuoi sapere nel dettaglio lo stipendio di un poliziotto penitenziario? leggi poliziotto penitenziario stipendio 2018).
Per non parlare, poi, delle ripercussioni dal punto di vista fisico, cognitivo, affettivo e socio-relazionale che sono inevitabili in talune circostanze. Si inizia con il percepire di non sentirsi bene, non si comprende sempre consapevolmente cosa genera il malessere, ci si lamenta di qualsiasi situazione e si cerca costantemente una via di fuga, si vorrebbe il confronto con altri che vivono la medesima realtà, ma non sempre questo è possibile. L’isolamento lavorativo ed interiore, il senso d’insoddisfazione personale e la poca autostima cristallizzano la vulnerabilità, si perde il controllo sulle proprie emozioni ed a volte anche sul proprio comportamento ed ogni evento acquisisce immotivatamente un valore esponenziale: paura, ansia, stress iniziano a strutturarsi e diventano una realtà con la quale bisogna convivere. Frequentemente capita, soprattutto ai neo-poliziotti, di trovarsi assegnati lontano da casa, a centinaia di chilometri dalla famiglia, coloro che potrebbero offrire il giusto sostegno e le richieste di distacco o trasferimento il più delle volte, non possono essere accolte.
Ci si ritrova quindi ad affrontare una realtà burocratica, inflessibile, autoritaria, noncurante e demotivante, impregnata di sofferenza, monotonia, carichi eccessivi di lavoro e stress.
Le persone, in questo specifico contesto, potrebbero diventare maggiormente suscettibili a disturbi da stress lavorativo, fino ad arrivare a quello che in psicologia viene identificato con il termine sindrome di burnout.
Quest’ultimo rappresenta un fenomeno psicosociale, una sindrome multidimensionale complessa associata a quelle professioni nelle quali il rapporto con l’utente assume un aspetto emotigeno profondo.
Essa determina il deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro, delle emozioni originariamente associate ad esso ed ostacola l’adattamento tra le persone ed il lavoro, perché quest’ultimo impone carichi che la persona non è in grado di sostenere: la mancanza di controllo, l’insufficienza delle gratificazioni, il crollo del senso di appartenenza comunitario, l’assenza di equità e valori contrastanti sono fra le principali cause eziopatogenetiche nello sviluppo di tale sindrome. Da ciò si evince che fattori sociali, personali, relazionali, oggettivo-professionali, socioculturali, si integrano generando vera e propria sofferenza che si manifesta e si individua in una molteplicità di conseguenze psicofisiche.

stress poliziotto penitenziario
Burnout-esaurimento-emicrania-insonnia

I segnali della presenza del burnout si inquadrano nell’esaurimento cronico in cui ci si sente esasperati, prosciugati, incapaci di rilassarsi e di recuperare; nelle somatizzazioni come l’emicrania, l’insonnia e i disturbi dell’alimentazione e della digestione; nella depersonalizzazione, nei comportamenti distaccati dal lavoro che portano all’assenteismo, ad un senso di indifferenza, inefficienza e alla perdita della capacità di controllo e del senso critico.
Se il burnout viene considerato l’extrema ratio delle sindromi derivanti dall’attività professionale, di non meno importanza sono lo stress ed il dolore interiore causato dall’esposizione a continue situazioni stimolo per le quali la persona non dispone delle risorse necessarie ad affrontarle e fra queste si inquadra anche il cordoglio anticipatorio.
Così come la paura, che nelle forme più acute porta a sviluppare emozioni di ansia tali da predisporre lo strutturarsi di vere e proprie patologie a cui la persona non potrebbe mai riuscire a far fronte da sola.
Il poliziotto penitenziario non si confronta solo con una realtà lavorativa difficile, esigente e molto spesso destabilizzante, ma anche con una propria interiorità nella quale emergono paura, senso di colpa e vergogna, senso di inadeguatezza, vissuti tali da portare il soggetto non solo a non chiedere aiuto, ma ad isolarsi nei propri pensieri prima, ed ossessioni interiori poi. Cosa fare quindi per aiutare ogni singolo soggetto? Quali interventi apportare per favorire il benessere di ogni poliziotto, dell’organizzazione e dell’intera comunità?
L’Istituzione Ministeriale ed il Legislatore sono consapevoli di tali problematiche già da diversi anni.
A prova di ciò, non prima e non ultima, vi è la proposta di Legge 1772/2013, ancora ferma in fase di analisi. Proposte e decreti presenti che impongono di inquadrare le figure tecniche a supporto della grande fragilità e mancanza di resilienza che rappresentano il vero e proprio disagio.
Qualcosa si è fatto: sono stati istituiti sportelli di ascolto a Padova e Roma, sono state elaborate ricerche scientifiche ed eseguite pubblicazioni atte ad enfatizzare le problematiche che vive il poliziotto penitenziario, una ricerca-intervento con l’obiettivo di realizzare una trasformazione in termini di aiuto.
Ma, per ottenere effetti concreti di benessere della persona, l’intervento dovrebbe essere maggiormente istituzionalizzato, legalizzato e concretizzato in ogni singolo istituto.
I poliziotti penitenziari hanno bisogno di maturare nuovamente il senso collaborativo di appartenenza, hanno bisogno di sentirsi avvolti e sicuri all’interno della propria organizzazione lavorativa e tutelati a livello Istituzionale Ministeriale. Hanno bisogno di un vero e proprio sostegno psicologico tale da renderli capaci di elaborare le situazioni particolarmente provanti per la persona, sia dal punto di vista fisico, sia dal punto di vista psicologico. Hanno necessità di sentirsi appagati e gratificati, premiati per i loro meriti. Hanno bisogno di avvicinarsi alla propria famiglia. Hanno bisogno di un clima lavorativo fondato e fondante sul mutuo e reciproco aiuto, su porte aperte all’ascolto, sul rispetto della dignità che permetta di ricostruire ciò che una condizione di estremo disagio distrugge.
Per approfondimenti sulla sindrome di Burnout leggi  BURNOUT O SINDROME DA ESAURIMENTO PROFESSIONALE: COS’È?


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1 commento

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    dovrebbero fare qualche controllo a secondigliano cosi si capirebbe quanto poca considerazione si ha delle guardie

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