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Tutti contro la Polizia Penitenziaria. Ma chi protegge i protettori?

 

La Polizia Penitenziaria attende ad assicurare l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, garantisce l’ordine all’interno degli istituti di prevenzione e di pena e ne tutela la sicurezza (art. 5 della Legge 395/90, Ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria).

In altre parole la Polizia Penitenziaria esiste, anche, per “proteggere” i cittadini dalle persone socialmente pericolose.

E chi protegge i protettori?

In Italia esistono centinaia di Autorità, Magistrati e Associazioni che si occupano di “proteggere” le persone private della libertà personale. Probabilmente molte di più di quelle che si occupano di malati, indigenti o disadattati.

Ovviamente, tutte pagate, finanziate o sostenute dallo Stato (o dal 5×1000, che è la stessa cosa).

A San Gimignano, per esempio, è possibile adire (oltre alla Magistratura di Sorveglianza) il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del comune di San Gimignano Emilio Santoro, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della regione Toscana Franco Corleone (già sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria dal 1996 al 2001) e, ovviamente, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma.

Per non parlare delle numerose associazioni che si occupano di diritti umani, laiche e religiose.

Tuttavia, la segnalazione delle presunte violenze è arrivata da Cosenza, dall’Associazione Yairaiha, che si occupa anch’essa (come altre centinaia e centinaia di onlus) di tutela e difesa dei diritti della popolazione sottoposta a limitazione della libertà.

Inevitabilmente, non appena trapelata la notizia delle indagini (badate bene delle indagini, non delle condanne), si è scatenata la solita kermesse contro la Polizia Penitenziaria. Tutti quanti a partecipare alla gara di tiro al bersaglio sui “secondini” (è sempre in queste occasioni che viene riesumata la spregiativa definizione … insieme a guardie carcerarie, agenti di custodia, custodi … e via dicendo). E, purtroppo, la campagna mediatica che ne consegue finisce per essere “contro” la Polizia Penitenziaria e non contro il presunto episodio e/o contro gli eventuali presunti responsabili.

Il “predicatore” Celentano, senza tenere in alcun conto due sentenze di assoluzione sopravvenute (che poi sarebbero diventate definitive in Cassazione), scrisse nel 2014 sulla tragica vicenda Cucchi: “… senza più il timore che qualche guardia carceraria ti rincorra per ucciderti.”

E nessuno a proteggere i protettori …

Certo, criticare gli altri fa sentire migliori. Condannare presunte violenze e “certi sistemi vessatori” consente di rivendicare una certa supremazia morale e, a volte, anche sociale.

“Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nelle sue scarpe”, dicevano gli indiani Sioux.

“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”, scriveva Luigi Pirandello.

La domanda retorica è: “… tu nelle situazioni in cui mi sono trovato io, come avresti agito?”

Quando qualcuno critica gli altri senza essere capace di mettersi nei loro panni, senza provare nemmeno un briciolo di empatia e senza cercare di capire punti di vista differenti, sta soltanto esprimendo il suo modo di essere. Vuole solo “strillare” che pensa che sei una persona cattiva.

Ma, probabilmente, sta soltanto rivelando le proprie insicurezze, facendo ricorso a luoghi comuni e stereotipi.

La maggior parte delle volte, si critica ciò che non si comprende o non si capisce.

“Le persone giudicano più con gli occhi che con l’intelligenza. Infatti, tutti possono vedere, ma pochi capiscono quello che vedono” Niccolò Machiavelli.

Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone (ha fatto per anni ricerche in filosofia) scrive, con tetragona convinzione, che “… la violenza in carcere esiste ed è un elemento di sistema … in un ambiente di omertà che, pur non sostenendola, non la combatte. A San Gimignano si sta evidenziando un generale clima violento, risalente e diffuso”.

Insomma, Susanna Marietti, ricercatrice filosofica e conduttrice radiofonica, scrivendo sul Fatto Quotidiano emette una inappellabile sentenza.

Antigone locuta, causa finita est.

Del resto, un’associazione che si costituisce per contrastare la violenza nelle carceri, per continuare ad esistere ha bisogno che la violenza continui ad esserci o, perlomeno, ha bisogno di “sostenere” che ci sia.

La “violenza” è, allo stesso tempo, la sua ragione sociale e il suo oggetto sociale.

Però, soltanto la violenza, vera o presunta, nei confronti dei detenuti. Quella inversa (nei confronti dei poliziotti penitenziari) non conta niente … è irrilevante … praticamente “non esiste”.

Per questo io continuo a ripetere … E CHI PROTEGGE I PROTETTORI?

 

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