Coerenza, non contraddizione e verità

Prendo spunto dalle parole di un aforisma di Socrate, il famoso filosofo greco tra i più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale risalente al 400 a.c., per introdurre un argomento su cui, a distanza di secoli, ci si interroga ancora oggi. In un suo scritto, il sommo filosofo sosteneva: “Io invece credo, o carissimo, che sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io dirigessi, e che la maggior parte della gente non fosse d’accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, ad essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi”.

È storia nota di come, purtroppo, il controverso mondo dell’Amministrazione Penitenziaria lasci spazio e tempo a temi che importano superficialità gestionale a fronte delle sempre più impellenti criticità che di sovente mettono in ginocchio il sistema.

Dai soliti luoghi comuni che affliggono il Corpo di Polizia Penitenziaria, alle discrasie interne tra operatori e ruoli apicali delle diverse aree di un contesto penitenziario, per giungere poi alle prolisse disquisizioni sindacali nelle aberranti riunioni di cui, spesso, si conosce solo la data d’inizio senza ipotizzare minimamente la sua fine.

A questo punto è il caso di parlare di coerenza, la cui definizione comune è quella di una unità d’insieme, ovvero un insieme in cui le parti non sono in contraddizione l’una con l’altra. La coerenza vieta che una parte subordinata agisca contro quella dalla quale dipende; la coerenza vieta che una parte vitale si separi da quelle altre da cui si ricava l’energia di vita, o che attenti alla vita di tutto l’insieme.

Da qualsiasi punto di vista la si intenda, la coerenza, è sempre un termine che appartiene alla logica e quindi non è altro che una derivazione del primissimo principio della logica stessa, che è quello di non-contraddizione. 

Parlando di coerenza e non-contraddizione, non si può non fare riferimento anche alla verità, intesa come carattere di ciò che è vero, in conformità a principi di coerenza ed a dati di una realtà obiettiva.

Ho citato volutamente questi tre aggettivi, “coerenza”, “non-contraddizione” e “verità”, perché a mio avviso sono le componenti che tutti noi ricerchiamo nelle istituzioni, in quelle strutture politiche e sociali che hanno il compito/dovere di fare il bene per la collettività; la mancanza di coerenza, le contraddizioni e le false verità generano un senso di sfiducia nell’animo di chi, in quelle stesse istituzioni, ripone le proprie aspettative. 

Ebbene, arriviamo al dunque.

I principi cardine alla base dell’ordinamento penitenziario, sono chiari ed inequivocabili, e, con essi, il regime peni- tenziario blinda altrettanto chiaramente il processo istituzionale nei rapporti con la popolazione detenuta.

Eppure, qualcosa non quadra: a fronte di un sempre più farraginoso sistema, fatto di eventi ai limiti della sopportazione, con spesso vicende che esaltano il totale disprezzo da parte di un’utenza sempre più tutelata da processi di assoluto servilismo, trovi a doverti dimenare per risaltare il  contrastante operato di direzioni periferiche, spesso non in grado di dare seguito ai dettami normativi posti alla base del loro mandato istituzionale.

Se un detenuto si rende responsabile di condotte oltremodo irriguardose, fatte di aggressioni, risse, danneggiamenti, incendi ed altro ancora, si assiste ad una compassata azione amministrativa che quasi mai (o comunque molto di rado) propende per una corretta applicazione dei metodi di ripristino della piena legalità anche all’interno del circondario penitenziario.

Tanto per rendere l’idea, prendiamo come riferimento l’art. 14 bis dell’O.P.

Non lascia dubbio alcuno, eppure viene applicato in percentuale molto inferiore rispetto agli eventi che ne meriterebbero miglior soluzione di sorta.

Così come il ricorso all’esclusione dalle attività in comune (in gergo, definito isolamento), trova mal rimedio spesso per questioni logistiche e strutturali, aggravate dal processo di sovraffollamento ancora oggi persistente nelle galere della penisola.

Ma poi, cosa succede? Che alcune direzioni prendono tempo sulle decisioni da assumere, che si rinvia l’iter amministrativo ad ipotetiche definizioni dei processi penali, e l’impunità resta lì, mera chimera di un ideale normativo che risulta, ahimè, scritto e vigente.

Ma ciò che passa è una sorta di delegittimazione dell’alveo appartenente al Corpo della Polizia Penitenziaria, con i colleghi spesso avviliti per non sentirsi tutelati dai diretti superiori, spesso e soprattutto con l’Autorità massima all’interno degli istituti. Prova ne sia, ma qui si rischia il ridicolo, di aver assistito a direttori che, nonostante la vigenza di un provvedimento di un 14 bis O.P. ha anche concesso il pallone al detenuto al fine di sgranchirsi le gambe durante il lasso di tempo della sorveglianza particolare. Eppure, condivisibile o meno che fosse, vige l’obbligo per lo Stato di dover garantire la sicurezza a tutti i cittadini, compreso il personale della Polizia Penitenziaria, spesso affranto nel vedersi negato il diritto di svolgere la propria attività in maniera efficiente e con adeguate attrezzature, nondimeno quello di ricevere il totale appoggio dagli appartenenti alla propria Amministrazione. E, quindi, non può non condividersi che, fosse anche solo quale riconoscimento per i gravi rischi che quotidianamente corrono al fine di salvaguardare l’incolumità di tutti i cittadini, gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, debbano vedersi riconosciuto il diritto ad una vita lavorativa e privata dignitosa. Accade, spesso ed invece, tutt’altro. I poliziotti arrancano nel proprio lavoro a causa di una sempre maggiore scarsità di attenzioni, con la loro posizione nel tessuto sociale posto a livelli bassissimi (come forse mai lo è stato) a causa anche di uno stipendio assolutamente inadeguato, risultato di un sempre maggiore disinteresse da parte dei vari Governi che si sono succeduti in questi anni. 

Lecito domandarsi: lo meritiamo? 

Beh, i nostri morti ed i nostri feriti, gli eventi critici giornalieri, rispondono per noi e dicono che non lo meritiamo!!!

Le reali incoerenti condizioni lavorative dei poliziotti, la necessità di una maggiore attenzione nei confronti di questi uomini e donne che ogni giorno mettono la propria vita a disposizione degli altri, anche di quelli da cui costantemente ricevono solo calci in bocca e la puntuale delegittimazione del loro operato, rappresentano la cruda realtà giornaliera. Sono molte le carenze nelle strutture periferiche, infiniti i diritti previsti dalle vigenti norme che, purtroppo e alquanto spesso, vengono rifiutati ai poliziotti, continue le arroganze, le farsesche interpretazioni delle leggi dello Stato, la negazione di vedersi riconosciuta la possibilità di progredire professionalmente ed economicamente (un trend, quest’ultimo, che lentamente progredisce…almeno questo, sic!!!!), le assurde disparità di trattamento esistenti con chi svolge la propria attività istituzionale con scrupolo e zelo all’interno delle carceri italiane.

Particolarmente indecente, il vedersi troppo spesso (in una buona percentuale degli istituti penitenziari) posto alla gogna di un azione irrispettosa, causata inopinatamente dal legittimo sospetto che taluni poliziotti “non farebbero bene il proprio lavoro”. 

Eppure, chi oggi è deputato a giudicare gli altri, riesce a “predicare bene pur razzolando male”. 

Viene da sorridere a pensare all’ultima commissione arbitrale adita in Emilia Romagna; in tale occasione si contestava la persistente gestione di ingenti somme di denaro in consegna al personale addetto alla portineria di un istituto penitenziario. 

Somme che ammontavano a 3.000,00 euro al giorno con annessa anche le mansioni della decade mensile. Sei lunghissimi anni, fatti di corrispondenza alle Autorità amministrative, forti di una normativa chiara ed esaustiva, eppure quel dirigente non ha mai risolto quella incresciosa situazione.

Fatti chiari, leggi limpide ed esistenti, ciononostante il decorso di sei lunghi anni per definire un processo semplice per contenuti e modalità. Eppoi, magari, ci sono colleghi che per molto meno ci rimettono la divisa…

Quelle stesse Direzioni che risultano spesso ostaggio di altre figure professionali e di altre aree (si pensi ai contrasti tra i responsabili di aree all’interno degli istituti penitenziari), che paga dazio per non ricevere la liquidazione delle missioni in tempo utile (anzi, quasi sempre, senza nemmeno ricevere l’anticipo), che per anni non ha garantito il giusto equipaggiamento ai poliziotti, con gli uomini dei baschi blù impegnati nelle traduzioni con mezzi fatiscenti ed ultrachilometrati.

Ed ecco quindi il richiamo alla coerenza, alla credibilità, alla voglia di riuscire ad invertire la rotta per dare un segnale migliore al contesto amministrativo.

Il senso di responsabilità che dovrebbe accompagnare chi a vario titolo si trova all’interno di un’organizzazione, in grado di assurgere a finalità di imparzialità e di evitare congetture che spesso alimentano disagi tra il personale ed insoddisfazioni di massa.

Quale, quindi, la ricetta per risolvere questo stato di cose? 

Semplice, occorre ridare dignità alla Polizia Penitenziaria, serve assicurare il rispetto delle Leggi consci che chi entra in carcere in qualità di detenuto è perché (forse) qualche stronzata all’esterno l’avrà pure commessa, quindi se la finalità è quella di restituirlo alla società con i crismi della legalità, sarà doveroso che questi osservi le regole e che, principalmente, rispetti il personale di Polizia. Ma sono tutti concordi (quindi anche chi è posto al vertice dell’Istituto) anche nei fatti o lo sono solo a parole? Vi lascio con i miei personalissimi dubbi… in fondo servirebbe “Coerenza”, “non-contraddizione” e “verità”.

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