Come funziona la magistratura di sorveglianza

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Poche persone sanno come funziona la magistratura di sorveglianza.
Vi siete mai chiesti cosa c’è dietro le quinte delle misure alternative al carcere?
In questo articolo vi parlerò di questo sconosciuto; di uomini e donne, di professionisti che ogni giorno tra centinai di documenti, si impegnano per garantire egual diritti a tutti; garantire da un lato i diritti dei detenuti, dall’altro la sicurezza.
Secondo la mia personale considerazione, è in questo Settore, Sorveglianza e Uffici di Esecuzione Penale Esterna, che l’uso dell’ago della bilancia è maggiormente significativo.
I nostri illustrissimi Giudici di Sorveglianza sono quotidianamente afflitti da dilemmi etici, come del resto noi Funzionari di Servizio Sociale.
Fatta questa premessa , vado ora nel dettaglio a specificarne compiti e funzioni.
Alla Magistratura di Sorveglianza competono “quelle materie, facenti parte del diritto penale sostanziale e non di quello processuale, in cui prevalente appare il giudizio sulla funzionalità ed efficienza della pena in relazione al fine specifico della rieducazione del condannato ed in quelle dove appare essenziale l’accertamento della pericolosità del soggetto (…)”.
A siffatti scopi, per così dire finali, si ricollega necessariamente la valutazione dei risultati parziali del trattamento penitenziario, compito, questo, istituzionalmente attribuito alla Magistratura di Sorveglianza.
Gli organi della Magistratura di Sorveglianza sono il Magistrato di Sorveglianza ed il Tribunale di Sorveglianza.
Agli Uffici di Sorveglianza, la cui ubicazione è stabilita da una tabella allegata all’ordinamento penitenziario, possono essere assegnati magistrati di Cassazione, di Appello e dei Tribunali, i quali mentre esercitano le funzioni di sorveglianza non possono svolgere altre funzioni giudiziarie (Art. 68 ordinamento penitenziario).
Il Magistrato di Sorveglianza è stato definito il “garante di conformità alla legge dell’attività penitenziaria”.
Le sue funzioni, previste dall’art. 69 dell’ordinamento penitenziario, si possono distinguere tra funzioni di vigilanza e controllo, interventi a contenuto amministrativo ed emanazione di provvedimenti ed interventi a contenuto giurisdizionale.
Quanto alle funzioni di vigilanza, il magistrato ha un notevole potere sulla supervisione dell’organizzazione e della gestione di ogni istituto penitenziario, nonché sulla legalità dell’esecuzione della pena di ogni detenuto, con particolare attenzione all’attuazione del trattamento rieducativo (Art. 69 comma 1 ordinamento penitenziario).
Proprio quest’ultimo aspetto suscita molte discussioni, poiché è controverso quale debbano essere le modalità di attuazione del controllo: in particolare, ci si chiede con quale ampiezza debba essere consentito al Magistrato di Sorveglianza di visitare il carcere, dato che c’è il rischio che la sua terzietà non sia più garantita nel momento in cui egli deve decidere sulla concessione delle misure alternative a favore del condannato.
Fra gli interventi a contenuto amministrativo, si segnalano l’approvazione del programma di trattamento dei condannati e delle successive modificazioni e la decisione sulla richiesta di permessi di necessità e di permessi premio e sull’ammissione al lavoro all’esterno.
I poteri giurisdizionali del Magistrato di Sorveglianza sono molto ampi.
Egli si occupa infatti non solo della dichiarazione di abitualità, professionalità nel reato o tendenza a delinquere ed alla sua revoca, ma gode anche di molto spazio nella determinazione della modalità esecutiva di misure alternative e sanzioni sostitutive, che può concederle provvisoriamente, in attesa della decisione definitiva del Tribunale di Sorveglianza.
Quest’ultimo è un organo collegiale composto di quattro magistrati, due togati e due laici, scelti fra esperti in psicologia, psichiatria, servizi sociali e docenti di scienze criminalistiche.
L’art. 70 ord. pen. prevede, al sesto comma, che il Magistrato di Sorveglianza competente sul luogo di detenzione dell’interessato deve, a pena di nullità, far parte del collegio giudicante, a meno che non sia stato lui ad emettere i provvedimenti che sono oggetto di appello o di reclamo davanti al Tribunale.
Quest’ultimo infatti funge da grado di appello contro le decisioni adottate dal Magistrato di Sorveglianza.
Al tribunale spettano compiti esclusivamente giurisdizionali: esso decide, deliberando nelle forme del procedimento di sorveglianza, in materia di affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà, riduzione di pena per liberazione anticipata, liberazione condizionale e rinvio dell’esecuzione della pena ai sensi degli artt. 146 e 147 c.p.p (L’articolo 146 c.p. prevede che l’esecuzione della pena detentiva debba essere differita se nei confronti di una donna incinta o madre di infante di età inferiore ad anni uno oppure nei confronti di una persona affetta da AIDS conclamata o da una malattia particolarmente grave, alla presenza di particolari condizioni relative all’incompatibilità dello stato di salute della persona con il regime carcerario.
A queste ipotesi di rinvio obbligatorio per ragioni legate alla tutela dei diritti di cui agli artt. 31 e 32 Cost. l’art. 147 c.p. aggiunge delle ipotesi di rinvio facoltativo per altri motivi tassativamente elencati, fra i quali la presentazione di domanda di grazia, la presenza di un figlio di età inferiore ai tre anni ovvero condizioni di salute gravi ma non tali da giustificare un rinvio obbligatorio dell’esecuzione.
Si tratta di cause che “incidono esclusivamente in modo temporaneo sull’esecuzione della pena, senza, peraltro, eliminarla definitivamente, onde, non appena venga a cessare la situazione sospensiva, inizia o riprende il procedimento esecutivo della pena detentiva” .
Il progressivo ampliamento dell’ambito di applicazione delle misure extracarcerarie ha significato un aumento notevole dei poteri del Tribunale di Sorveglianza, la cui sfera di operatività, ma anche di discrezionalità, è ormai molto grande.
Il procedimento di sorveglianza invero è il “meccanismo destinato agli interventi manipolativi sul regime punitivo”, disciplinato dal codice di procedura penale all’art. 687, il quale fa riferimento all’art. 666 sul procedimento di esecuzione.
La scelta di disciplinare la procedura di sorveglianza con norme sistematicamente vicine a quelle che regolano il processo penale è sintomatico dell’inten- zione del legislatore di giurisdizionalizzare il momento dell’esecuzione della pena.
La soluzione introdotta con il c.p.p. del 1989 “si atteggia quale ‘completamento e perfezionamento’ di quel programma di graduale potenziamento delle attribuzioni del giudice penitenziario e di assimilazione dei corrispondenti congegni procedurali per tutte le questioni che (…) insistono su un adeguamento individualizzato della risposta sanzionatoria”.
Infatti, il rito di sorveglianza è pensato per attuare la finalità rieducativa che pervade il momento sanzionatorio.
L’art. 678 primo comma c.p.p. elenca i casi in cui gli organi di sorveglianza devono decidere secondo il modello del procedimento di sorveglianza, il quale può essere attivato su richiesta dell’interessato o del suo difensore, del pubblico ministero ovvero d’ufficio.
Quanto al procedimento, dopo un iniziale controllo sull’ammissibilità della richiesta il Magistrato di Sorveglianza o il presidente del collegio fissano la data dell’udienza, la quale si svolge in una situazione di contraddittorio “tecnico”, essendo necessaria solo la presenza del PM e del difensore, mentre l’interessato può essere presente solo se detenuto in un istituto situato nella circoscrizione del
giudice procedente.
Al contrario, se egli si trova in un carcere ubicato in un’altra circoscrizione, “l’estrinsecazione del suo diritto di difesa è limitata all’audizione da parte del magistrato di sorveglianza territorialmente competente (…) che dovrà aderire alla sua richiesta (…) e procedere all’audizione con congruo anticipo rispetto alla data fissata per l’udienza”.
La legge non si sofferma a specificare quali sono le modalità di svolgimento dell’udienza, così che nella prassi essa si sviluppa secondo uno schema molto simile a quello del processo penale di cognizione, in modo da assicurare il massimo rispetto delle esigenze di tutela del contraddittorio.
A differenza dal rito ordinario penale, però, in questo caso il giudice dispone di un autonomo potere d’iniziativa in materia probatoria.
Tale aspetto, che avvicina il procedimento di sorveglianza ad un processo di stampo inquisitorio, solleva dei problemi di legittimità dopo la modifica dell’art. 111 Cost.
Il procedimento si conclude con ordinanza, contro la quale è ammesso il ricorso per Cassazione per motivi di legittimità.

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Gennaro Del Prete

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