Correggere per scoraggiare. La Polizia Penitenziaria ed il mondo dei rapporti disciplinari

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Nel pieno di questa estate rovente che viene passata per gran parte del personale in servizio purtroppo alcuni di noi, a mio avviso troppi, stanno trascorrendo questa stagione in attesa di un consiglio di disciplina presso il Provveditorato Regionale.

Per chi non sapesse di cosa si sta parlando, descriverò la prassi aiutandomi con un fantasioso esempio.

L’agente Tizio va a dormire dopo il suo turno di 8 ore e siccome non vorrebbe essere svegliato dall’ennesimo, e neanche troppo gradito, messaggio whatsapp che augura la buonanotte con un simpatico gattino, imposta sul suo cellulare la modalità aereo però dimentica la sveglia.

Così al mattino apre gli occhi incredibilmente riposato ma un paio d’ore dopo l’orario previsto e onde evitare di tardare ancor di più e impensierito per l’errore, dimentica di comunicare telefonicamente il ritardo ai superiori che intanto avevano provato a contattarlo senza successo.

L’ispettore Caio quindi, una volta che Tizio si presenta in servizio, gli fa presente che ha posto in essere un fatto disciplinarmente rilevante e redige rapporto. Nello stesso però non solo contesta il ritardo e l’irreperibilità ma anche una grave negligenza in servizio perché si è ricordato che la settimana precedente Tizio era andato a prendere un caffè al distributore automatico senza la sua autorizzazione.

Dopo qualche settimana Tizio viene convocato per firmare la presa visione del rapporto disciplinare e scopre che ha dieci giorni, prorogabili di altri dieci, per presentare uno scritto utile a discolparsi ed eventualmente raccogliere testimonianze dato che, nel frattempo, ci sarà un Funzionario Istruttore che una volta ricevuti tutti gli atti redigerà a sua volta una relazione in cui darà la sua opinione in merito ai fatti. Tutti questi documenti saranno poi presentati davanti al Consiglio regionale di disciplina dove sarà presente solo l’incolpato che si giocherà il tutto per tutto; in cui dovrà proteggere l’integrità del suo foglio matricolare per un umano ritardo ed un caffè senza preavviso.

Che la professionalità di un poliziotto si dimostri anche dal seguire pedissequamente un regolamento di servizio che si sente imprescindibile, è chiaramente un dato di fatto ma questo esempio banale, inventato, non molto lontano dalla realtà merita di essere scardinato  attraverso un riflessione.

Anzitutto in merito ai tempi: come per la giustizia ordinaria anche in ambito disciplinare trascorrono settimane, se non mesi, prima che si possa giungere alla fine del procedimento e per quanto possano essere comprensibili le lungaggini burocratiche e gli impegni di tutte le figure coinvolte non è piacevole vivere con il pensiero di dover essere giudicati. Inoltre, spesso e volentieri, in un solo rapporto vengono contestati più comportamenti illeciti neanche ci fosse il tre per due al supermercato e ciò dà, ma giusto un po’, l’impressione che il rapportante stesse aspettando che si cadesse in errore proprio per poter fare una relazione più ricca, di modo che la stessa possa generare una punizione certa.

Ma quello che ritengo davvero ingiusto è che, in sede di discussione, sia presente solo l’incolpato; perché non far partecipare anche chi accusa, perché non favorire un confronto anche per fare in modo che il Consiglio abbia la funzione di mediatore tra le parti?

Perché chi accusa deve sentirsi meno tirato in causa di chi è colpevolizzato?

La nostra stessa Costituzione dice che si è innocenti fino a prova contraria mentre con queste modalità si afferma l’esatto contrario; ci si deve impegnare per dimostrare la propria innocenza o per chiedere delle attenuanti.

Il vero problema che si crea con i procedimenti disciplinari, soprattutto quando questi vengono compilati per comportamenti che non hanno creato né grave disservizio né danno all’amministrazione, quindi che fondamentalmente redarguiscono mancanze lievi, è la  delusione e lo scoramento.

Anche perché ad una sanzione disciplinare, foss’anche la meno grave, (quasi) sempre corrisponde un abbassamento nel rapporto informativo, cosa ingiusta, non prevista e senza dubbio frustrante.

Tizio infatti, dopo la sua avventura è tornato in servizio sfiduciato, non più motivato, sapeva di non essere l’agente più brillante dell’Istituto ma ha sempre indossato con fierezza la sua divisa e si è sempre impegnato a rispettare tutti gli ordini che gli sono stati impartiti e così ora si domanda perché conta così poco l’impegno dimostrato fino a quel maledetto giorno, ripensa alle sere di Natale passate in servizio e ai pomeriggi d’estate trascorsi in sezione e si chiede se è valsa davvero la pena rinunciare a quel riposo per evitare di lasciare i colleghi in difficoltà ma soprattutto sta aspettando che l’Ispettore Caio lo chiami per chiedergli di fare una notte in più questo mese, perché non vede l’ora di dirgli che proprio non potrà.

Dunque mi domando, vale davvero la pena? Perché cari superiori non vi soffermate di più a parlare con i vostri subalterni, perché non gli date la possibilità di farvi presente situazioni di difficoltà e perché se lo fanno non le prendete in considerazione?

Perché siete sempre pronti a rimproverare ma mai a proferire parole di apprezzamento e soprattutto di confronto? Non vi rendete conto che una parola di gratitudine e riconoscimento per il lavoro svolto vale più di cento rimproveri e soprattutto più di cento provvedimenti disciplinari?

Che quelle parole possono essere di grande giovamento e che migliorano notevolmente il rendimento?

Vogliamo parole che ci facciano sentire uniti, una squadra con un obiettivo comune.

Siate autorevoli non autoritari.

Non sentitevi forti perché avete una penna che può rovinare le nostre carriere ma traete forza dal fatto che potete essere per noi dei punti di riferimento.

Forse non si da la giusta dimensione ai fatti, forse non ci si rende conto che è denigrante, umiliante, sentirsi sotto accusa e doversi discolpare, avere timore di avere una decurtazione dallo stipendio quando si ha una famiglia sulle spalle e che anche pochi euro fanno la differenza.

A volte viene da pensare che quel che si vuole non è correggere ma scoraggiare, incutere timore, dimostrare chi è il più forte, ma cari colleghi non smettete mai di impegnarvi, per quanto possa essere dura, continuate ad essere sempre fiduciosi e camminate a testa alta, qualunque sia la vostra colpa perché indossare la nostra divisa è difficile ma è sempre e comunque un onore.

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Chiara Sonia Amodeo

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