Dibattito sul 41-bis. Dap: utile per prevenire crimine e garantire sicurezza

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Nel Rapporto tematico sul 41-bis pubblicato a gennaio, il “Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale” ha messo in evidenza i fattori di criticità riscontrati dopo aver visitato, tra il 2016 e il 2018, tutte le sezioni per detenuti in regime speciale. Le raccomandazioni si sono concentrate sulle reiterate proroghe del regime differenziato, sull’inserimento di alcuni detenuti in “aree riservate” che finirebbero per costituire un regime nel regime. E, poi, ancora sono stati manifestati dubbi sulle condizioni materiali, definite “inaccettabili” in alcune situazioni specifiche, “con ricadute sulla salute psicofisica del personale e delle persone ristrette” e sull’adozione di regole interne eccessivamente dettagliate in materia di vita quotidiana dei detenuti. Il Garante, riprendendo una pronuncia della Corte Costituzionale del 1997 proprio sul regime carcerario speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, ha ricordato come “le misure disposte non possono comunque violare il divieto di trattamenti contrari al senso d’umanità né vanificare la finalità rieducativa della pena”.
In seguito alla pubblicazione del Rapporto, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha formulato alcune considerazioni riferite ai rilievi critici sollevati iniziando con la contestazione del termine “carcere duro”, ritenuto fuorviante. Nel documento del Dap, inoltre, viene ricordato che l’applicazione e il rinnovo del regime speciale, adottati con decreto ministeriale, sono sempre il risultato di uno scambio informativo e partecipativo tra varie istituzioni: la direzione distrettuale antimafia (DDA) territorialmente competente, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (DNAA) e gli organi di polizia e investigativi. Rimarcando la finalità di prevenzione della misura, il Dipartimento ha sottolineato come il regime differenziato sia necessario, oltreché per recidere qualsiasi possibilità di comunicazione tra i soggetti reclusi e altri appartenenti alle organizzazioni criminali, anche per “evitare ulteriori affiliazioni o la formazione di nuove alleanze in carcere”.
Quanto alla criticità tracciata dal Garante relativa “all’inserimento di alcuni detenuti in aree riservate che finirebbero per costituire un regime nel regime”, è stato chiarito che la collocazione dei soggetti 41-bis in aree anche logisticamente separate dal resto della struttura risponde all’esigenza di assicurare ordine e sicurezza all’interno dell’istituto: basti pensare al caso di detenuti che, per la particolare carica rivestita all’interno di un’organizzazione criminale (un capoclan, per esempio), possono imporre una relazione di  sudditanza  e sopraffare altri detenuti di rango criminale inferiore.
Nel suo lavoro il Garante ha tracciato un quadro delle “criticità specifiche” (suicidi e tentati suicidi, autolesionismo, impiego di forza fisica, aggressioni) rilevando che esse sono minori nelle sezioni speciali rispetto a quanto avviene nelle sezioni ordinarie. Questo perché – spiega l’Amministrazione penitenziaria – la custodia “è calibrata alle esigenze del singolo detenuto”.
Il Dipartimento ha, inoltre, ricordato come i casi di isolamento, richiamati come fattore negativo dal Garante, siano in realtà il frutto di una libera scelta del detenuto in seguito al rifiuto di inserimento in gruppi di socialità (con l’ovvia eccezione di quelli previsti dalla legge).
Relativamente alla critica per “l’eccessivo livello di dettaglio” delle norme che regolano la vita quotidiana dei detenuti sottoposti al regime speciale, nella risposta dell’Amministrazione penitenziaria si spiega che tutte le prescrizioni previste rispondono alle finalità di prevenzione, ordine e sicurezza. La circolare del 2017 sulle modalità di attuazione del regime detentivo speciale – ha ricordato il Dap – mira a realizzare un’omogenea applicazione del 41-bis nei diversi istituiti, seppur permangono differenze dovute alle diverse caratteristiche strutturali e organizzative dei reparti, su cui sono, però, già in corso interventi di adeguamento.
In tema di diritto alla salute e alla riservatezza dell’intimità individuale, il Garante ha sollevato rilievi rispetto alla presenza di personale della Polizia penitenziaria durante le visite mediche. Una presenza affermatasi come “prassi ordinaria – si evidenzia nel Rapporto – in violazione della relazione di fiducia tra medico e paziente”. Su questo aspetto, il Dipartimento ha ricordato che la vigilanza durante i controlli medici ai detenuti sottoposti a regime differenziato, caratterizzati per definizione da “elevata pericolosità e capacità di intimidazione”, ha permesso di intervenire tempestivamente in caso di gesti autolesionistici evitando conseguenze molto gravi.

Leggi anche: Garante condizioni inaccettabili 41 bis

Fonte:gnewsonline.it

 

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