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E’ arrivato il momento di unificare la dirigenza penitenziaria… nel Corpo

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Negli ultimi anni l’Amministrazione penitenziaria ha attraversato e sta attraversando uno dei periodi di maggiore difficoltà della sua storia, una storia che ha visto molteplici riforme ordinamentali, nella maggior parte dei casi rimaste incompiute, almeno negli obiettivi.
In primo luogo la riforma del 1975 non è riuscita a realizzare il suo obiettivo fondamentale, quello di creare un’esecuzione penale aderente ai principi dell’articolo 27 della Costituzione, tendente, quindi, alla rieducazione del condannato.
Successivamente sono intervenute altre riforme che hanno interessato i tanti ruoli del personale dell’Amministrazione Penitenziaria. In primo luogo la Legge di riforma n. 395 del 1990 che ha istituito il Corpo di Polizia Penitenziaria, un Corpo la cui carriera terminava con il ruolo degli ispettori. Successivamente è intervenuto il Decreto legislativo n. 146 del 2000 che ha istituito due ruoli direttivi (ordinario e speciale), recentemente unificati nella carriera dei funzionari dal Decreto legislativo n. 95 del 2017 (più comunemente conosciuto come Riordino delle carriere).
Il Decreto in questione ha determinato una dotazione organica di 400 dirigenti di Polizia Penitenziaria.
A questi si aggiungono quelli della carriera dei dirigenti penitenziari, istituita con la Legge n. 154 del 2005 (c.d. Legge Meduri), la cui attuale dotazione organica è di 300 posti.
Quindi, una doppia dirigenza, con funzioni diverse, ma che per alcuni aspetti sembrano sovrapporsi (si veda la sicurezza e la gestione/comando del personale).
A questi si aggiungono i dirigenti provenienti dalla carriera socio – pedagogica che devono occuparsi esclusivamente del trattamento dei detenuti, mentre in capo ai dirigenti penitenziari ed ai dirigenti di Polizia Penitenziaria sono posti molteplici obiettivi, compiti, funzioni e qualifiche che, come si è accennato poc’anzi, determinano, ormai, un evidente conflitto.
Per tale ragione si ritiene sia giunto il momento di porre fine a tali conflittualità, derivanti da una normativa poco chiara e non rispondente più al mutato quadro ordinamentale.
Si pensi, per entrare maggiormente nel merito, al fatto che i dirigenti penitenziari, direttori del carcere, sono responsabili della sicurezza dell’istituto, ma sono i dirigenti di Polizia Penitenziaria a possedere la qualifica di sostituto ufficiale di pubblica sicurezza.
Si pensi ancora al fatto che esiste dipendenza gerarchica tra il Reparto di Polizia Penitenziaria e il Direttore dell’istituto, senza che tra di essi esista, come i principi dell’ordinamento richiedono, immedesimazione di funzioni e di carriera.
Addirittura le due figure appartengono a Comparti diversi.
Sarebbe quindi necessario che le due carriere confluissero in una sola, prevedendo che i Dirigenti penitenziari entrino a far parte del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Avremmo così 700 posti da dirigente di un’unica carriera dirigenziale – commissario coordinatore, commissario coordinatore superiore, primo dirigente e dirigente superiore – che svolgerebbe, all’interno degli istituti, le funzioni di Direttore di istituto e Direttore di area sicurezza, le cui qualifiche verrebbero individuate in relazione all’importanza e alla complessità della struttura.
Per rendere l’idea, in un istituto di prima fascia o con incarico superiore potrebbero esserci un primo dirigente o un commissario coordinatore superiore che fa il direttore di area sicurezza e un dirigente superiore che fa il direttore di istituto; in uno di seconda fascia un commissario coordinatore o coordinatore superiore che fa il direttore di area sicurezza e un primo dirigente che fa il direttore di istituto; in un istituto di terza fascia un commissario capo o coordinatore che fa il direttore di area sicurezza e un commissario coordinatore superiore che fa il direttore di istituto. Nel momento in cui si assume la funzione di direttore di istituto si perderebbe la qualifica di polizia giudiziaria, conservando, però, quella di pubblica sicurezza, cosa che legittimerebbe in capo al direttore la responsabilità della sicurezza dell’istituto.
Per dare seguito al pluridecennale processo di crescita del Corpo di Polizia Penitenziaria appare utile e importante che la riforma de qua intervenga anche sui Ruoli tecnici.
Ѐ evidente, infatti, come in tutti i Corpi di polizia la presenza di ruoli tecnici, composti da personale di elevata specializzazione, talvolta implicante vere e proprie abilitazioni professionali, abbia rappresentato un indubbio arricchimento e innalzamento dei livelli di professionalità.
La Polizia Penitenziaria, allo stato, è dotata dei soli ruoli tecnici necessari al funzionamento del Laboratorio Centrale per la Banca Dati Nazionale del DNA, collocato in seno alla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento.
A questi potrebbero aggiungersi i ruoli tecnici dei medici, degli psicologi, socio pedagogico e amministrativo-contabile.
Per quanto riguarda questi ultimi si tratterebbe sostanzialmente di dare copertura legislativa a funzioni che da anni e senza specifici riconoscimenti il personale del Corpo svolge e nelle quali ha maturato una significativa esperienza e professionalità (si veda, a tal proposito, l’articolo 5, comma 4, della legge 395/90).
Proprio in considerazione di tale situazione di fatto si potrebbe procedere, con il semplice inquadramento a domanda, all’istituzione di due ulteriori profili nell’ambito dei ruoli tecnici: uno di tipo giuridico-amministrativo, l’altro di tipo contabile.
In tal modo, il Corpo non necessiterebbe di ampliamenti di organico, poiché già svolge di fatto – ma senza adeguata copertura normativa – le funzioni de quibus.
Oltre alle riforme citate ci sono stati anche due atti normativi che hanno riordinato i ruoli dei vari corpi di polizia – il riordino delle carriere del 1995 e quello più recente del 2017.
Il nuovo governo sembra intenzionato a mettere mano ad una nuova riforma dell’ordinamento delle forze di polizia, avendo previsto un fondo a tal fine e una ulteriore delega, anche per le Forze Armate, riguardante i correttivi al riordino.
A proposito di correttivi, l’amministrazione penitenziaria ha istituito un tavolo tecnico che ha previsto delle linee guida, sulla base delle quali elaborare un articolato da sottoporre a tutti i componenti del tavolo, nella riunione prevista per il prossimo 24 gennaio 2019.
Le linee guida sono sicuramente insufficienti, rispetto alle esigenze di tutti gli appartenenti al Corpo, in particolare per quanto riguarda il ruolo degli ispettori, sicuramente il più penalizzato dal riordino che ha previsto un percorso di carriera eccessivamente lungo, tant’è che molti non riusciranno mai a raggiungere la qualifica apicale.
Quindi, è assolutamente necessario procedere ad una revisione di tale percorso di carriera, alla quale deve necessariamente aggiungersi una misura risarcitoria per tutti coloro che, dal 1997 ad oggi, hanno partecipato ai vari concorsi e corsi di formazione del ruolo ispettori, atteso che, molti di loro, hanno subito ritardi notevoli, in ordine alla lungaggine delle procedure concorsuali.
Per gli stessi ispettori è necessario valorizzare le funzioni, prevedendo, per la qualifica apicale, così come già l’attuale riordino ha in parte sancito, l’assunzione delle funzioni di comando, negli istituti di minore rilievo, laddove venisse a mancare il funzionario titolare.
Altra questione da affrontare e definire, infine, è quella relativa al ruolo unico agenti assistenti e sovrintendenti.

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2 commenti

  1. Sono un ispettore capo, ho vinto il concorso interno nel ruolo degli ispettori nel 1999…..aspetto che il nostro capo ‘basentini’, firmi la promozione ad ispettore superiore ” 5 agosto del 2018″, dopo ben nove anni nella qualifica di ispettore capo, e ben 7 anni nella qualifica da ispettore a ispettore capo. Non capisco perché ad alcuni ispettori capo che hanno usufruito già di un riordino nel 1995 gli hanno riconosciuto i cinque anni per la promozione da ispettore a ispettore capo ….detto ciò è giusto è gratificante riconoscere a tutti gli ispettori il passaggio a cinque anni e non sette per ispettore capo, e i cinque anni per la promozione successiva, in modo tale che tutti raggiungano la qualifica di apicale nel ruolo.

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