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E’ meglio essere carcerato che lavorare come agente di Polizia Penitenziaria?

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“Il cimitero dei vivi”. Con queste parole il deputato Filippo Turati, nei primissimi anni del secolo scorso, definiva le carceri italiane. Poco, in verità, è mutato da allora. Persino i muri decrepiti sono rimasti gli stessi, e la medesima disperazione costudiscono.
Lo sanno bene coloro che la galera la respirano notte e giorno. Non solo i detenuti, ma anche gli agenti della Polizia Penitenziaria, 35 mila tra uomini e donne (31 mila i primi, circa 4 mila le seconde), i quali, reclusi per scelta superato un concorso pubblico, ricevono un compenso mensile tra i 1.000 e i 1.200 euro per sfiancanti turni di lavoro, che dovrebbero essere di sei ore al dì ma che finiscono con il dilatarsi per esigenze di servizio e carenza di personale, dato che in certi istituti è previsto un agente per ogni 3,8 detenuti.
Eroi senza lode, i poliziotti penitenziari nel primo semestre del 2018 hanno sventato 585 tentativi di suicidio da parte dei ristretti e sono intervenuti per bloccare 5.157 atti di autolesionismo.
Il che implica che episodi di questo genere sono all’ordine del giorno e  copiosi in ogni istituto della nostra penisola.
Nel 2017 le morti volontarie evitate furono 1.135, gli atti di autolesionismo 9.510; l’anno precedente le prime furono 1.011, i secondi 8.586, come ci raccontano i dati raccolti e forniti a Libero dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPe).
Codesti numeri ci consegnano la fotografia di un sistema penitenziario che non funziona come dovrebbe, in quanto le carceri non dovrebbero essere luoghi in cui il trapasso costituisce la soluzione, ma bensì ambienti in cui si sceglie di rinascere, intraprendendo un nuovo percorso esistenziale, alternativo alla devianza. Lo scopo rieducativo è rimasto sulla carta.
Nella realtà, purtroppo, sempre come diceva Turati, “Le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori”. Questo perchè un trattamento individualizzato di riabilitazione e di rieducazione del reo diventa impossibile a causa di una piaga che è tornata ad essere dolorosa e infetta: il sovraffollamento endemico.
La popolazione carceraria aumenta ma di contro non cresce il numero degli agenti della Polizia Penitenziaria, i quali vengono oberati di lavoro e sono costretti a resistere ad ogni genere di disagio. Rivolte, risse, aggressioni, rappresentano pane quotidiano.
“Le carceri sono tornate ad essere incandescenti. Per questo sollecito di nuovo il Ministro della Giustizia Bonafede ad indire un incontro sul tema. Il crescente sovraffollamento e l’escalation di eventi critici sono fenomeni allarmanti”dichiara il Segretario Generale del SAPPe, Donato Capece, augurandosi che “quanto prima Bonafede si confronti con chi rappresenta le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, i quali lavorano 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, con grande stress nelle prigioni italiane caratterizzate da costante violenza contro gli agenti”.
Insomma, i poliziotti chiedono di essere ascoltati al fine di fornire il loro contributo, volto a risolvere le criticità di un sistema che necessita con urgenza di interventi, anche a tutela del personale.

Vita tra le sbarre
A fronte di una capienza regolamentare di 50.581 reclusi, al 31 dicembre 2018 i nostri istituti di pena ospitano 59.655 detenuti, di cui 20.255 stranieri (fonte: Dipartimento Amministrazione Penitenziaria). Il malessere vissuto dai carcerati, anche a causa del limitato spazio vitale, condizione che acuisce le tensioni, si riflette sugli agenti,  che condividono con i condannati la quotidianità tra le sbarre e persino la scelta di togliersi la vita.
Se nel 2018 si sono suicidati 65 detenuti, negli ultimi cinque anni 35 poliziotti. E dal 2000 ad oggi sono stati oltre 110.
Il 2019 è appena iniziato ma già si contano i cadaveri. L’ultimo episodio risale a venerdì scorso: un assistente capo di 41 anni, padre di due bambine, originario di Cagliari e da diversi anni in servizio presso il carcere di Milano San Vittore, si è sparato.
“Il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria sembra non avere fine” commenta Capece, il quale ritiene che <<sui temi del benessere lavorativo Amministrazione Penitenziaria e Ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo e non hanno fatto nulla di concreto. Non si può più tergiversare su questa drammatica realtà. Ministro se ci sei batti un colpo!>> conclude il Segretario.
Se è vero, come sosteneva lo scrittore Dostoevskij, che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, non ci resta che constatare che in Europa ci distinguiamo per inciviltà. Ci consola sapere che la chiusura dei porti all’arrivo in massa di immigrati che – loro malgrado – finiscono con il vivere per strada e di conseguenza delinquere, consentirà di tenere sotto controllo almeno il numero esorbitante di stranieri che nelle nostre carceri dimorano. Siamo alla canna del gas. Non c’è più spazio. Non c’è più speranza.

Fonte: Liberoquotidiano.it

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1 commento

  1. Che dire, la situazione è veramente intollerabile . Gli eventi critici a scapito della polizia penitenziaria non si contano più , situazioni gravi sottaciuti da tutti , diritti acquisiti per decreto e non applicati dalle direzioni a vario livello in certi casi anche con il consenso delle organizzazioni sindacali i quali pur di fare una misera tessera ricorrono al sistema del clientelismo più sfrontato, perdendo di vista il benessere comune di tutti i poliziotti penitenziari . Tavoli a contrattazione separata, indici puntati come pistole fumanti verso l’uno o l’altro rappresentante e intanto lo scempio verso chi nelle patrie galere continua a svolgere il proprio lavoro “con spirito di abnegazione” ovvero al limite della legalità e della decenza allo sfinimento psicologico e senza soluzione di continuità. Poi la domanda è veramente fuori luogo anche se provocatoria. La verità è , che per lo stato italiano i detenuti sono una realtà scomoda da tener celata aldilà di quelle quattro mura in cemento armato ed è altrettanto vero che la polizia penitenziaria fa parte di quella realtà in maniera molto intrinseca.

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