Emergenza carceri: le colpe non sono solo di Basentini

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Io so’ salmone e nun me ‘mporta gnente …
A me me piace anna’ contro corente …

Di questa emergenza carceri, le responsabilità principali non sono solo del Capo Dipartimento.

L’emergenza carceri è esplosa con il pretesto dei rischi da contagio per il COVID-19, ma di fatto era una bomba innescata da anni.

La sorveglianza dinamica

Tutto inizia con la sperimentazione della “sorveglianza dinamica” sperimentata a Rieti dall’allora Capo Dipartimento Tamburino, procedura operativa estesa, poi, a tutti gli istituti penitenziari dal suo successore Consolo.

Di fatto, Basentini ha ereditato una nave che imbarcava acqua con una falla di proporzioni enormi e in una situazione non più gestibile.

A mio modesto parere le principali responsabilità vanno cercate tra i vari Garanti dei detenuti, Direttori Generali, Provveditori, Direttori di Istituto, Funzionari Socio Pedagogici e Comandanti di Reparto.

La legge 199

Se si fosse data attenta applicazione alla legge 199/2010, e sottolineo anno 2010, forse oggi la situazione sarebbe di gran lunga migliore.

Il quadro poteva essere questo: Non avremmo mai avuto la necessità del ridicolo ricorso alla “sorveglianza dinamica”, perché la corretta ed attenta applicazione della 199/2010, avrebbe di fatto inviato a casa in regime di detenzione domiciliare molti “utenti”.

L’assenza della sorveglianza dinamica avrebbe, sine die, consentito di mantenere il regime di detenzione che è più confacente alla così detta “sicurezza”, ovvero il sistema che per anni ha funzionato in maniera efficiente ed efficace, in altre parole non sarebbe mai accaduto quello che vediamo oggi.

In altre parole, detenuti chiusi, niente sovraffollamento e SICUREZZA in primis per la POLIZIA PENITENZIARIA.

La resa dello Stato

Entrare in un istituto oggi, per quello che ci viene trasmesso, è una sensazione di resa incondizionata dello Stato, invece di entrare in una struttura che dovrebbe fare della sicurezza per chi ci lavora, una condizione imprescindibile, si ha, invece, la sensazione di trovarsi in un altro posto, per movimenti, numero di detenuti che girano fuori controllo, operatori di varie associazioni non accompagnati ecc. … è come fare un giro nel mercato di Marrakech, ovvero il caos totale

Di fatto, per evitare la pressione della Comunità Europea, a seguito della “sentenza Torreggiani”, anziché privilegiare l’effettiva applicazione della esecuzione penale esterna, che avrebbe sicuramente avuto un effetto deflattivo per i detenuti meritevoli, si è preferito privilegiare l’apertura delle celle durante tutta la giornata, favorendo l’ozio e ricreando all’interno degli istituti le dinamiche criminali in cui si erano distinti e formati all’esterno, a totale discapito della sicurezza della Polizia Penitenziaria e di molti altri detenuti più deboli e svilendo volutamente ogni attività di controllo cui è preposta la Polizia Penitenziaria.

Il patto coi detenuti

A testimonianza della fallimentare esperienza della “sorveglianza dinamica” è stata la sottoscrizione di un “patto” di impegno dei singoli detenuti nei confronti dello Stato, patto di impegno per il rispetto delle regole, finalizzato alla ammissione al regime così detto “aperto”.

La realtà ha dimostrato che la popolazione detenuta accetta e sottoscrive questo “patto” per esclusiva convenienza, infatti lo stesso viene sistematicamente disatteso e tutti i detenuti riproducono all’interno di ogni singolo istituto le dinamiche criminali che li hanno portati in carcere, il tutto favorito dal “regime aperto” e dalla “sorveglianza dinamica”.

Tale situazione, ha di fatto escluso ogni possibilità di controllo da parte della Polizia Penitenziaria, organismo preposto al mantenimento dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti, a totale discapito anche della rieducazione del reo, mission che è miseramente fallita.

Una attenta lettura della legge 199/2010 evidenzia, inoltre, che i requisiti per l’ammissione ai benefici coincidono con le caratteristiche individuate per l’ammissione al programma di cui all’articolo 20/ter dell’O.P.

Ora, questa ultima riflessione è tutt’altro che risibile rispetto alla situazione attuale.

Le direttive di Basentini

Il Capo Dipartimento Basentini ha dettato delle precise direttive in tal senso in tempi non sospetti, direttive che se rispettate nelle modalità e nelle tempistiche, avrebbero effettivamente portato ad una effettiva azione preventiva, ovvero molti dei detenuti che meritavano una opportunità sarebbero usciti, con i benefici dell’articolo 20/ter, mentre i restanti, effettivamente chiusi, non avrebbero mai avuto la possibilità di creare troppi problemi.

Tra l’altro, i detenuti in 20/ter, che potrebbero usufruire della detenzione domiciliare, sarebbero impiegati in attività di pubblica utilità, pagati dalla Cassa delle Ammende, a totale beneficio dello Stato o degli Enti locali, laddove la Polizia Penitenziaria potrebbe esercitare il controllo, assumendo effettivamente il ruolo di garante della esecuzione penale esterna, tenendo presente che detenuti in articolo 20/ter in detenzione domiciliare e impegnati in attività retribuite produrrebbero senza alcuna ombra di dubbio un sensibile risparmio, in luogo dei costi non ammortizzabili della detenzione intramuraria.

I detenuti ai lavori di pubblica utilità

Sta di fatto che i diecimila detenuti da mandare ai domiciliari, che cita il garante nazionale Mauro Palma, hanno tutti i requisiti e potrebbero essere impiegati nei lavori di pubblica utilità, producendo gli effetti benefici sopra descritti.

La situazione attuale dimostra, senza alcuna ombra di dubbio, che nel contesto generale è imprescindibile una Direzione Generale della Polizia Penitenziaria il cui Direttore Generale, possa collaborare direttamente con il Capo Dipartimento, a prescindere da chi sia, svincolando la Polizia Penitenziaria dalla gestione pressapochista dei vari direttori generali del personale che si sono susseguiti dalla riforma del 1990.

Pasquino

 

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