Ex terroristi? …forse. Ex assassini? …mai! Non si può stravolgere la Storia!

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Ancora una volta ci troviamo a discutere di talune iniziative pubbliche nelle quali vengono direttamente coinvolti quelli che sono stati militanti di formazioni terroristiche e che spesso si sono resi protagonisti di gravi reati. Premesso che taluni possono pure essere considerati ex terroristi, è però altrettanto vero che mai potranno essere ritenuti ex assassini quanti hanno ucciso e trucidato.

E perciò non è accettabile che chi ha combattuto lo Stato armi alla mano, lasciando il sangue di molti innocenti (feriti e uccisi) sulle strade, pensi poi di riciclarsi a scrittore, politologo o maître à penser su temi sociali, pensando che il loro ingombrante passato possa essere dimenticato senza troppi problemi!

Eppure, ancora oggi vediamo che si continua a mortificare la memoria storica di quegli anni terribili e della nostra Repubblica, confondendo le acque su chi era la vittima e chi era il carnefice, continuando a coinvolgere membri di gruppi eversivi responsabili di gravi fatti di sangue in iniziative politiche e sociali, alla faccia dei Caduti e dei Loro familiari…

Come, ad esempio, Barbara Balzerani.

Ex brigatista rossa, dirigente della colonna romana e componente del commando che rapì Aldo Moro e uccise gli uomini della scorta in via Fani a Roma, mai pentita né dissociata, dopo aver scontato la pena in carcere, oggi fa la scrittrice (sei libri all’attivo).

Lo scorso 10 aprile è stata invitata a presentare la sua ultima “fatica letteraria” in una sala di proprietà del comune di Milano. Oltre ai crimini di sangue, di Barbara Balzerani ricordiamo bene sia il post su Facebook con il quale solo pochi mesi fa chiedeva a qualche compagno “ospitalità fuori confine per rinverdire i fasti del quarantennale della morte di Aldo Moro”, sia quella indecente frase “Fare la vittima è diventato un mestiere”

…Addirittura secondo lei, sanguinaria protagonista, mai pentita e dissociata, su quegli anni terribili sono stati fatti «mille commissioni d’inchiesta e nessuna verità, perché nessuno ha sentito le fonti dirette».

Gli anni ’70 non sono stati solo piombo: c’è stato anche l’oro: «In quel periodo sono state fatte grandi conquiste sociali e economiche eppure si riduce tutto a quella formula: anni di piombo».

Tra le sue “perle” vi è anche quella secondo la quale il carcere è solo un «grande inganno», visto che non riabilita, mandando in scena solo «la finzione». Ragione, questa, per la quale la Costituzione «è carta straccia».

Certe ragioni di «ieri», sembrano ancora quelle dell’oggi. «Eravamo tanti nelle strade, nelle piazze, in ogni angolo della città», scrive la Balzerani nel libro presentato a Milano, «e non eravamo soli. I padri e fratelli maggiori c’ erano, con noi, con la stessa ostilità».

Ecco con quale storia non avremmo fatto i conti. E con quale l’ex terrorista chiede di confrontarsi, come rimarca anche nel primo capito del libro.

Perché il capitalismo «cattivo» e ancora lì. A creare le nuove vittime, gli immigrati.

E’ stato giustamente evidenziato che, leggendo in filigrana le parole della Balzerani, è un po’ come se nel suo modo di vedere l’ordine cronologico dei fatti il terrorismo avesse accelerato gli eventi. Moltiplicato i processi.

Le vittime, drammaticamente, restano sullo sfondo. Immagine sfocata e seppiata. Ma il dolore dei familiari non scolorisce.

L’associazione Vittime del Dovere ha chiesto che le istituzioni intervengano in modo concreto «per stigmatizzare i palcoscenici incalzanti organizzati per gli ex terroristi».

Ora, è chiaro che in uno stato di diritto, che tende alla «rieducazione», nessuno può essere condannato al silenzio perpetuo e c’è chi sostiene che forse ha pure il diritto all’«oblio» sui delitti commessi, ma qui l’unico oblio è quello cui sono condannate le vittime, coi loro cari, mentre i carnefici su quei fatti ci marciano, e ci ricamano sopra, circondati da una strana soggezione, mentre un alone di rispetto preserva i loro presunti «ideali». E così non si comprende la realtà che dovrebbe emergere sul terrorismo: quella di un esercito di invasati al servizio di un’idea criminale.

Gli (ex) estremisti rossi, invece, sono coccolati, interpellati, a volte gratificati…

Per quale incomprensibile ragione, allora, si continua a fornire loro un pulpito privilegiato ed esclusivo per la ricostruzione storica, come accaduto tempo fa per un convegno pugliese con Alberto Franceschini, fondatore delle BR, o a dicembre con la consegna a Foggia di una pergamena Anpi (associazione dei partigiani!) all’altro fondatore brigatista Renato Curcio, o tre anni fa con la stessa Faranda che doveva partecipare a un corso di formazione sulla giustizia riparativa!

Restano inascoltate le parole che Giorgio Napolitano, Presidente emerito della Repubblica, disse nel discorso di celebrazione del Giorno della Memoria dedicato alle Vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice il 9 maggio 2008 al Quirinale: “…lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni.

Lo ha sconfitto dopo aver subìto colpi molto duri – più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione – lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.

Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche – in seno al governo e in Parlamento – nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine. La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.

Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là, Mondadori, 2007, n.d.r.) – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di «scommettere tutto sull’amore per la vita», di guardare avanti «nel rispetto della memoria». Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche. D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori.

Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni.

Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare «rammarico per i famigliari delle vittime delle BR», ma aggiungendo di aver dato per scontato che «quando si fanno azioni di un certo tipo» accade di «dare dei dispiaceri ad altri».

No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri. Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali.

Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.

Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati.

Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante.

E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004.  Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti”.

Nel perenne ricordo, mi permetto di aggiungere, dei Caduti e dei Feriti di quegli anni terribili – questi sì Eroi da prendere ad esempio! -, che hanno servito lo Stato con fedeltà, abnegazione e professionalità, senza avere mai abbassato la guardia, a costo dell’estremo sacrificio…

Eroi che abbiamo avuto anche nelle nostre file, spesso misconosciuti, ed anche per questo da tempo abbiamo chiesto al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di realizzare un Sacrario ed editare un Volume che ricordi le vite e le storie di tutti i Caduti del Corpo di Polizia e dell’Amministrazione Penitenziaria.

Perché sono patrimonio dello Stato e della nostra Istituzione e le Loro storie e il Loro martirio meritano di essere conosciuti da tutti.

Niente, però, è stato fino e si continua a fare in questa direzione, nonostante le richieste del SAPPE datano ormai quasi trent’anni. Trent’anni…

Ricordare deve essere un dovere morale e civile.

E’ stato, è e sarà sempre un preciso impegno morale per tutti noi ricordare quanti sono stati uccisi perché indossavano l’uniforme del Corpo di Polizia Penitenziaria, del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia e del soppresso ruolo delle Vigilatrici penitenziarie.

Donne e uomini rappresentanti di una Istituzione fondamentale dello Stato e che proprio perché rappresentanti dello Stato nel duro, difficile e pericoloso contesto delle carceri sono stati barbaramente trucidati da assassini imbevuti di fanatismo ideologico.

L’unica arma contro l’oblio è tenere vivo il ricordo di chi non c’è più, perché il ricordo delle vittime non è solo un lutto privato ma anche un lutto collettivo.

C’è bisogno di “riappropriarsi” della parola “Memoria”, per rendere sempre onore ai Caduti e per non stare al gioco di chi, inconsapevolmente o forse no, vorrebbe confondere vittime e carnefici o mischiarli insieme,

Perché forte e viva deve essere la nostra riconoscenza verso Coloro che, nell’interesse di tutti, hanno sacrificato la propria vita a salvaguardia delle istituzioni democratiche e repubblicane della nostra amata Italia.

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About Author

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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