Fermate il “mal di vivere” dei poliziotti penitenziari

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E’ successo di nuovo!

Due tragedie ai primi di ottobre, in meno di 24 ore, hanno visto coinvolti due appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.

Venerdì 4 ottobre scorso, a Piacenza, un Assistente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria, di circa 53 anni, originario della Calabria e da molti anni in servizio nel carcere delle Novate, si è tolto la vita in mattinata, impiccandosi nei pressi della cantina di casa.

Suicida a Piacenza Agente di Polizia Penitenziaria

Il successivo sabato 5 ottobre, invece, a Orta Nova, nel Foggiano, si è verificata una tragedia immane: un altro Assistente Capo di Polizia Penitenziaria di 53 anni ha prima ucciso con la pistola di ordinanza la moglie di 54 anni e le figlie di 12 e 18 anni e poi si è suicidato con un colpo alla testa.

FOGGIA: POLIZIOTTO PENITENZIARIO UCCIDE MOGLIE E FIGLIE E SI SUICIDA

Sembrerebbe che, in entrambe le situazioni, non sono stati trovati biglietti o messaggi che potessero far presagire il suicidio di Piacenza e la tragedia di Orta Nova.

Sembra, dunque, non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato italiano.

E’ fondamentale evitare strumentalizzazioni di fronte a fatti del genere, di una gravità assoluta, ma è altrettanto doveroso e necessario comprendere e accertare se e quanto hanno eventualmente inciso l’attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nei tragici gesti posti in essere.

Non sappiamo se, in entrambi i casi, erano percepibili o meno eventuali disagi che vivevano i colleghi.

Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo.

Pilagatti sull’omicidio-suicidio poliziotto penitenziario di Foggia: ORA BASTA!

Al Ministro Bonafede ed ai Sottosegretari di Stato Andrea Giorgis e Vittorio Ferraresi abbiamo subito chiesto un incontro urgente per attivare serie iniziative di contrasto al disagio dei poliziotti penitenziari.

Capece sull’omicidio-suicidio poliziotto penitenziario di Foggia: tragedia immane

E’ luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti.

Ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza, spesso in condizioni di lavoro difficili aggravate dall’endemica carenza di Agenti.

Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere.

Il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non possono continuare a tergiversare su questa drammatica realtà.

Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del Personale di Polizia Penitenziaria.

Come hanno autorevolmente evidenziato esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria.

Perdere altro tempo prezioso senza mettere in atto immediate strategie di contrasto del disagio che vivono gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria è irresponsabile.

Vorremmo fare, anche da queste colonne, un appello al Ministro Bonafede: non c’è più tempo da perdere su questa grave, importante ma ancora troppo trascurata tragedia!

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