I direttori non vogliono scendere dal carro della Polizia Penitenziaria

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In questi giorni abbiamo assistito ad inutili e sterili polemiche messe in campo da un gruppo di dirigenti penitenziari; polemiche dettate esclusivamente dall’esigenza di conservare il potere esclusivo di gestione del personale di Polizia Penitenziaria per un verso, per altro verso di inserirsi in un provvedimento che non li riguarda, per ottenere qualche altro beneficio, così come è sempre avvenuto finora, ma di questo diremo più avanti.

Non potrebbe essere altrimenti, atteso che la riforma de qua non incide in alcun modo sull’ordinamento penitenziario e sulla gestione dei detenuti, le cui prerogative restano assolutamente intatte in capo ai dirigenti penitenziari. Infatti, la riforma amplia le competenze dei dirigenti della Polizia Penitenziaria esclusivamente sulla gestione del personale di Polizia Penitenziaria; in particolare, per quanto riguarda la disciplina (inflizione della sanzione della censura, attualmente di competenza del direttore), i giudizi di fine anno del personale, la partecipazione alle commissioni d’esame, a quelle per il reclutamento del personale e per gli avanzamenti.

L’aspetto che forse suscita maggiori timori nei dirigenti penitenziari è legato alla eliminazione della subordinazione gerarchica, a partire dalla qualifica di primo dirigente.

A nostro avviso questa innovazione dovrebbe riguardare tutte le qualifiche dirigenziali, quindi a partire da commissario coordinatore.

Tale innovazione costituisce il primo passo verso il giusto adeguamento ai principi generali dell’ordinamento, atteso che l’esistenza della dipendenza gerarchica tra dirigenti penitenziari e Corpo di polizia non trova giustificazione alcuna, trattandosi di figure professionali che sono regolate da ordinamenti diversi.

Perché possa sussistere dipendenza gerarchica è necessario che vi sia immedesimazione di funzioni e unità di ordinamento, cosa che non avviene assolutamente e per nessun aspetto tra i dirigenti penitenziari ed il Corpo di Polizia Penitenziaria.

Infatti, sono diverse le norme che regolano il reclutamento, le carriere, le valutazioni e le attribuzioni funzionali dei dirigenti penitenziari, rispetto al Corpo di Polizia Penitenziaria ed ai suoi dirigenti.

L’introduzione della dipendenza funzionale meglio definisce i rapporti tra dirigenti appartenenti ad ordinamenti completamente diversi, senza nulla togliere al potere direttivo dei dirigenti penitenziari, atteso che le funzioni degli stessi sono ben definite dalla legge.

Ciò è avvalorato da quanto avviene nel rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria.

Infatti, coloro che hanno scritto il Codice di procedura penale non si sono nemmeno posti il problema di introdurre la dipendenza gerarchica della polizia giudiziaria dal pubblico ministro, ritenendo assolutamente sufficiente la sussistenza della dipendenza funzionale, senza che si sia mai verificata alcuna deriva poliziesca.

Per la fattispecie di cui si discute, invece, è stata invocata la deriva securitaria, ma l’unica deriva che abbiamo riscontrato in questi ultimi anni è quella ideologica che vorrebbe le carceri chiuse ed i delinquenti fuori; qualcuno vorrebbe chiudere le carceri, ritenendole inutili, qualcun altro voleva trasformare la Polizia Penitenziaria in una polizia della rieducazione, dimenticando le esigenze di sicurezza degli istituti penitenziari e della società.

La situazione attuale, con i direttori a capo degli istituti, dimostra che il sistema non funziona, atteso che ci sono detenuti che arrivano a chiamare il 112 dal carcere col cellulare, le aggressioni e le colluttazioni crescono di giorno in giorno, fino ad arrivare a circa diecimila nell’arco di un anno.

Vengono esaltati l’equilibrio, la terzietà e l’imparzialità, ma non si comprende quali siano le peculiarità che renderebbero i dirigenti penitenziari equi, terzi e imparziali, rispetto ai dirigenti della Polizia Penitenziaria, considerato che questi ultimi sono tutti portatori di una elevata cultura giuridica, derivante dalla Laurea in giurisprudenza, a volte anche più di una Laurea, da Master, abilitazione alla professione forense, ecc.

Cultura e formazione che, a volte, non si riscontra in alcuni dirigenti penitenziari, atteso che qualcuno ha anche raggiunto i massimi vertici, senza nemmeno possedere la laurea in giurisprudenza.

Basti pensare che i dirigenti della Polizia Penitenziaria fanno due anni di corso post concorso, conseguendo il Master in scienze penitenziarie, mentre i dirigenti penitenziari ne fanno uno.

Forse l’unico vero desiderio dei dirigenti penitenziari è quello di continuare ad edificare le loro carriere utilizzando la Polizia Penitenziaria e la Polizia di Stato.

Infatti, hanno ottenuto l’equiparazione giuridica ed economica alla Polizia di Stato, percependo il trattamento economico di cui all’articolo 43 ter della legge 121/81, prima che fosse abrogato, ma hanno poi rimediato inserendo una norma ad hoc nel riordino delle carriere (dlgs 95/2017), hanno chiesto ed ottenuto l’applicazione della normativa del contratto delle Forze di polizia, si sono inseriti nel decreto legislativo istitutivo dei ruoli direttivi della Polizia Penitenziaria (dlgs 146/2000), facendo in modo che tutte le sedi di istituto penitenziario diventassero sedi di livello dirigenziale, hanno elevato le sedi regionali al rango di dirigenza generale, per poi far approvare la legge Meduri, attraverso la quale sono diventati tutti dirigenti, spacciandola per la dirigenza della Polizia Penitenziaria.

L’unica volta in cui non compaiono in un provvedimento della Polizia Penitenziaria è quello attuale, in via di approvazione.

Anche adesso vorrebbero ottenere qualcosa, avendo chiesto di introdurre anche per loro la qualifica di dirigente superiore.

Una richiesta assurda in questo provvedimento, atteso che si tratta di un atto che riguarda le Forze di polizia e non altre figure professionali; sarebbe, quindi, assolutamente fuori delega.

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About Author

Giovanni Battista Durante

Nato a Rossano il 9 febbraio 1967 Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze giuridiche all'università di Bologna. Giornalista pubblicista, autore di pubblicazioni tecnico-giuridiche e professionali. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe.

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