Il dramma dei suicidi nella Polizia Penitenziaria

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E’ successo ancora.
Una Assistente Capo del Corpo di Polizia Penitenziaria, di circa 41 anni, originaria della provincia di Messina e dal 1998 in servizio nel carcere di Monza, si è tolta la vita la sera di mercoledì 18 dicembre scorso, sparandosi con la pistola d’ordinanza.
La donna ha terminato il turno di servizio in carcere alle 20 ma il marito, non vedendola tornare a casa, verso le 21 si è recato nel penitenziario.
La collega, però, si era già allontanata e, nei pressi di un’area industriale adiacente la struttura detentiva, si è tolta la vita in macchina, dove è stata ritrovata cadavere.
Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di polizia dello Stato italiano.
Siamo sconvolti.
La donna era benvoluta da tutti, molto disponibile, solare ed era sempre a disposizione degli altri. Per questo risulta ancora più incomprensibile il suo terribile gesto, tanto più se si pensa che era mamma di un bimbo di 11 anni. Anche in questo triste e drammatico caso, non entriamo nel merito delle cause che hanno portato la donna a togliersi la vita, ma va sottolineato come sia importante evitare strumentalizzazioni ma fondamentale e necessario è comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l’attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere dal poliziotto.
Non può essere sottaciuto ma, anzi, deve far seriamente riflettere che solo negli ultimi cinque anni sono stati 35 i suicidi di poliziotti penitenziari che dal 2000 ad oggi hanno superato l’inaccettabile numero di 100.
Non sappiamo se era percepibile o meno un eventuale disagio che viveva la collega.
Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo, senza alcuna iniziativa concreta. Al ministro Bonafede ed ai Sottosegretari di Stato Morrone e Ferraresi chiedo un incontro urgente per attivare serie iniziative di contrasto al disagio dei poliziotti penitenziari.
Non è possibile assistere inerti a questo dramma reale e vero: i suicidi di appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria sono oggettivi e costanti, ma nonostante ciò mancano serie azioni di contrasto del disagio lavorativo e iniziative concrete per il benessere lavorativo.
E’ luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza, spesso come in Lombardia in condizioni di lavoro difficili aggravate dall’endemica carenza di Agenti.
Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere.
E certo è che in quasi tutte le regioni italiane poco e nulla è stato fatto per prevenire il disagio lavorativo dei poliziotti penitenziari. Basta!
Il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non possono più continuare a tergiversare su questa drammatica realtà.
Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di Polizia Penitenziaria!
Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria.
Non si perda altro prezioso tempo nel non mettere in atto immediate strategie di contrasto del disagio che vivono gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
Vorrei fare un appello al Ministro Bonafede, ai Sottosegretari di Stato Morrone e Ferraresi, al Capo del DAP Basentini: se ci siete, battete un colpo!
Non continuate a trascurare questo dramma reale che purtroppo caratterizza il Corpo di Polizia Penitenziaria!

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About Author

Donato Capece

Nato ad Albano di Lucania il 23 marzo 1947 già Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in lettere e in giurisprudenza, un master in scienze criminologiche, uno in studi penitenziari ed uno in metodologia e tecniche della creatività. Giornalista pubblicista. Autore di pubblicazioni tecnico-giuridiche e professionali. Avvocato praticante. Manager per i servizi di mediazione. Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Presidente dell’Accademia Europea Studi Penitenziari. Segretario Generale del Sappe e Presidente dell’Anppe.

2 commenti

  1. Avatar

    Siamo sicurissimi che è suicidio ??????? In qualsiasi azienda una così alta incidenza di decessi per suicidio avrebbe già fatto scattare indagini dello SPRESAL (Organo di vigilanza sulla Sicurezza dei Lavoratori) in merito ai piani di sicurezza lavorativi ed al controllo sanitario che spetta al Datore di Lavoro, con indagini a risvolto penale nei confronti dello stesso. La situazione penitenziaria, invece, viene considerata come intimamente affetta da questo rischio lavorativo e, colpevolmente, sottaciuto alla pubblica opinione. Questa è la via da seguire !!!!! Oltre a quella delle “giuste” indagini per evitare il ripetersi di casi come quelli di Sissi Trovato Mazza !

  2. Avatar

    I numeri dicono che nonostante sia una percentuale di incidenza doppia Rispetto alla popolazione comune Comunque come forza di polizia risulta essere “normale”.
    Ma oltre a gridare aiuto i sindacati cosa fanno?
    Quali sono le proposte reali che pensano di poter mettere in campo per tutelare i propri iscritti?
    Ci sono 3 o 4 azioni concrete e serie che il sindacato potrebbe mettere in campo che potrebbero veramente accendere i riflettori sul nostro lavoro e le sue peculiarità e contribuire efficacemente al cambiamento della cultura del silenzio e della sottovalutazione dello stress che ci portiamo dietro da tanti anni.

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