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Il film Sulla mia pelle e le false accuse ai poliziotti penitenziari (parte seconda)

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Il film sugli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi è, a mio parere, molto bello.
Artisticamente apprezzabile, buona sceneggiatura, eccellente fotografia e perfetta ambientazione claustrofobica (quanto bastava).
Se fosse stata una fiction, non avrei avuto alcun dubbio nell’affermare di aver visto un ottimo film.
Ma Sulla mia pelle non è una fiction, è un film che si assume la responsabilità di raccontare una storia vera. E più di qualcuno ha cercato di attribuirgli la patente di docufilm.
La pellicola vuole raccontare fatti accaduti, sui quali, però, non è ancora stata fatta piena luce.
Sono convinto che il regista Alessio Cremonini ha studiato a dovere gli atti processuali, ma alla fine ha scelto di prendere posizione. La famiglia Cucchi e l’avvocato difensore Fabio Anselmo hanno collaborato con lui.
Il film, quindi, racconta uno dei tanti modi in cui potrebbe essere andata la vicenda, in alcuni casi prendendosi anche delle licenze: ad esempio l’episodio dell’arresto non si è svolto in quel modo e, probabilmente, il ragazzo non aveva un carattere così calmo e remissivo come viene rappresentato.
In tal maniera, è davvero troppo forte il dubbio che l’opera abbia voluto avere, o abbia comunque acquisito, una funzione strumentale a condizionare opinione pubblica e processuale.
Anche le didascalie finali e le immagini della sorella con le foto davanti al tribunale, sembrano alimentare questo sospetto.
Io, invece, per quello che mi riguarda non voglio prender posizione, se non per ricordare con amarezza tutto quello di brutto e orribile che è stato detto contro i miei colleghi all’indomani della tragica morte del ragazzo.
Io non riesco a dimenticare le parole disonorevoli di tanti, troppi, giornalisti, opinionisti e personaggi illustri (perfino Adriano Celentano).
Nel 2010 è stato pubblicato da Castelvecchi un libro a disegni, Non mi uccise la morte, nella cui sceneggiatura (praticamente un film a fumetti) veniva esplicitamente descritto un pestaggio ad opera dei miei colleghi.
Nessuno ha mai chiesto scusa per questo.
Ciò significa che anche questo film potrebbe, in teoria, commettere altri errori.
Alessio Cremonini, insomma, non ha documentato una storia vera ma ha preso posizione scegliendo cosa e come raccontare; e le didascalie finali del film non chiariscono questo malinteso alimentando, invece, la convinzione della corrispondenza dei fatti con la realtà.
La maggior parte di coloro che sono andati, o andranno, a vedere il film sono convinti di guardare un esatto resoconto della vicenda, e basta fare un giro a leggere commenti su internet per rendersene conto.
Gli stessi commenti che si leggevano qualche anno fa contro di noi.
Forse, di un film così ce n’era davvero bisogno, ma non adesso … sarebbe stato più giusto e legittimo distribuirlo al termine del processo, quando avremmo avuto la verità processuale.
A meno che non faccia parte di una precisa strategia legale …

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