<

Il minore femminicida

0
Share.
Prima di leggere l' articolo perdi un secondo e metti mi piace sulla nostra pagina facebook

Preliminarmente occorre  sgombrare il campo dall’idea che la cosiddetta legge sul femmicidio (legge n. 119 del 2013) abbia introdotto un nuovo e diverso delitto di omicidio , punito di per sé più gravemente di quello già previsto nell’art. 575 del codice penale,  se commesso in danno di persone di sesso femminile .
Invero se ciò fosse stato vero – e si fosse previsto un autonomo delitto di omicidio più grave come sanzioni penali rispetto a quello commesso contro una persona di sesso maschile – il legislatore sarebbe incorso in una palese violazione costituzionale dell’art. 3 della Carta Fondamentale  che prevede il giusto principio della parità di tutti davanti alla legge indipendentemente dal sesso.
La legge  119 del 2013, invece, si è mossa su due direttive principali in favore delle donne, e cioè quello dalla repressione e l’altro del binomio protezione –  prevenzione.
Quella della repressione  comprende, tra l’altro,  l’aumento di pena per la violenza sessuale contro le donne in stato di gravidanza  e  per il reato di maltrattamenti contro i familiari e conviventi (che vede, in genere,  vittime le donne) se alla violenza assiste un minore, oltre alla  irrevocabilità della querela per atti persecutori (il cosiddetto stalking) i quali, nella prevalenza dei casi, sono , purtroppo, in danno di soggetti femminili.
Per quanto concerne  la finalità della  protezione-prevenzione,  la legge 119   regolamenta un “piano” di prevenzione contro le violenze subite dalle donne mediante il rinforzo della rete dei centri antiviolenza sul territorio che devono proteggerle, prevedendo, altresì, una relazione annuale del Ministro delle Pari Opportunità  al Parlamento sullo stato di attuazione del predetto piano.
Nel precitato piano si dà rilievo alla progettualità della scuola, d’accordo con le famiglie, sulla prevenzione della violenza di genere commessa da minorenni, ribadita con forza dalla  legge n. 107 del 2015 (cosiddetta legge “sulla buona scuola”) nell’art. 1, comma 16, e dalla ex ministra per l’Istruzione (MIUR ) Valeria  Fedeli che ha presentato delle linee guida ufficiali, intitolate “Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione”, il 28 ottobre 2017.
In particolare nelle precitate linee guida si rileva  la necessità di una stretta collaborazione tra i genitori e gli insegnanti, per evitare la contraddizione di due diversi messaggi educativi, soprattutto nel campo della prevenzione della violenza sulle donne, ove è necessario che entrambe le precitate istituzioni educative spieghino ai giovanissimi il doveroso rispetto delle diversità , base dell’uguaglianza fra i generi, che non prevede una presunta superiorità maschile e che deve aiutare le donne sempre più ad evitare dei ruoli subalterni, prodromi dell’accettazione  passiva e silenziosa di soprusi e spesso di violenze reiterate nella quotidianità da parte degli uomini.
Occorre  però rilevare che la precitata legge n. 119 non manifesta la dovuta attenzione al sostegno e al finanziamento di concrete iniziative relative al potenziamento dei centri di ascolto e di recupero per maschi abusanti.
Le motivazioni del femminicida minore che uccide una persona di sesso femminile ricalcano, in gran parte, quelle dell’omicida in generale, senza distinzione di genere delle sue vittime e  sono state già approfondite nell’articolo, a firma Roberto Thomas, contenuto in questa Rivista nel numero 246 del gennaio 2017.
Qui pare opportuno soltanto riportare quelle sintetizzate magistralmente da  Francesco Introna nel suo libro  “Lineamenti di criminologia minorile”, Cedam , 1979, pag. 234, secondo cui : “La dinamica dei delitti di omicidio volontario  e di lesioni personali volontarie commesse dai minorenni prende le mosse\dalle componenti aggressive-impulsive  che sono proprie di questa età, nonché dalla scarsa capacità del minorenne  di ben finalizzare la propria condotta e di commisurarla ai motivi, onde avviene  che spesso esista una sproporzione fra i motivi e condotta delittuosa, oppure che il minore uccida per la paura di subire le conseguenze penali di un altro reato (comportamento motivato dalla frustrazione ) … Alla base esistono spesso  un difetto di comprensione dei valori di vita e di morte, una personalità immatura e  disarmonica, la pseudo-necessità della rapida soddisfazione dei bisogni, la suggestionabilità di fronte ai temi di violenza e di aggressione, la sofferenza da abbandono totale (o anche solo affettivo) da parte dei genitori e la conseguente mancanza del sentimento di alterità ”.
Per  l’omicidio commesso nei confronti delle donne, e più in generale per  la violenza contro di loro, si deve rilevare che essa  non costituisce  una fenomenologia che è appannaggio esclusivo di maschi deviati provenienti da un ambiente emarginato e povero affettivamente  e culturalmente. Infatti sempre più emerge che l’uomo violento , anche di minore età, si annida anche fra i cosiddetti  “normali”, spesso provenienti da famiglie agiate e culturalmente elevate, sovente con consuetudini sbagliate imperniate  sul concetto della superiorità del maschio, ai quali occorrerebbero “la correzione” offerta da  una “revisionata” educazione scolastica che preveda come materia di studio anche l’educazione sessuale.
Infatti la estrema fluidità delle motivazioni che inducono un minore ad uccidere una persona di sesso femminile si riportano ad altrettante variabili psicologiche introiettate fin dalla prima infanzia quali ad esempio :  un’educazione materna improntata  ad una incapacità   del maschio di relazionarsi correttamente con l’altro sesso; una presenza autoritativa della figura paterna che può cagionare una sbagliata emulazione nell’abitudine alla scarsa considerazione e all’abuso di una donna spesso “suddita” del maschio che deve essere soddisfatto in tutto e per tutto  dalla sua “schiava”.
In particolare il minorenne maschio (a cui può affiancarsi anche lo studio criminologico  omologo del giovane adulto fino ai 25 anni) può commettere il  cosiddetto femminicidio (che costituisce, in generale, il 30,1% di tutti gli omicidi)  in tre ipotesi prevalenti: o ammazzando la partner per motivi di gelosia (che costituisce il caso più frequente, se si pensa che, nell’ultimo decennio, si sono verificati 1.740 femminicidi, a prescindere dall’età del suo autore, e ben 1070, e cioè circa il 60% , sono stati commessi  da un fidanzato, o convivente, o coniuge o da un  ex), ovvero uccidendo la propria madre (solitamente insieme al proprio padre),  oppure eliminando  la vittima femmina del suo stupro.
Per la prima tipologia di femminicidio cito il  caso di omicidio di una ragazza per gelosia, che ha avuto anche un grande risalto mediatico, e cioè quello della sedicenne Noemi Durini, avvenuto a Specchia, in provincia di Lecce,  il 3 settembre 2017, ad opera del fidanzatino Lucio di 17 anni (condannato a 18 anni e 8 mesi di reclusione dal Tribunale per i minorenni di Lecce lo scorso 4 ottobre 2018) che la colpiva  con una coltellata al collo e poi  finiva la poveretta a colpi di pietra sulla testa.
In questa inquietante scena omicidiaria la prevalente  causa scatenante  è stata sicuramente  la ferita narcisistica determinata dall’ossessione di poter sempre controllare e schiavizzare la  vulnerabile e disgraziata Noemi (che era rimasta legata a lui affettivamente, nonostante che la madre di quest’ultima, in precedenza, avesse  già denunciato all’autorità di Polizia, Lucio per una serie di violenze commesse e, purtroppo “accettate” dalla poverina), completamente assoggettata al   perverso volere del suo carnefice.
Per la seconda tipologia  si può annoverare la inquietante vicenda di Erica De Nardo che insieme al fidanzatino, pure esso minorenne, Omar Favaro, uccise la propria madre  e il fratellino di otto anni, con un sadismo perverso che si può leggere nelle decine di coltellate inferte alla madre e al  povero bambino, a Novi Ligure il 21 febbraio del 2001.
In questo caso  Erica, trascinando nella sua perversa idea il fidanzatino Omar, premeditò l’eliminazione della madre a causa della sua opposizione al suo stile di vita estremamente libero e impregnato dall’uso delle droghe e, purtroppo, decise anche di uccidere il fratellino  (con una violenza così crudele, intinta in cinquantasette coltellate, che lasciò incredula e inorridita l’intera Italia) per eliminare l’unico teste oculare del suo delitto.
Da questo incredibile e inquietante esempio di violenza sadicamente estrema mi sembra di poter trarre il convincimento che nella mente degli omicidi, – che fino a prima del fatto di sangue, si comportavano in maniera assolutamente normale, solo con quella “devianza mite” propria di tutti gli adolescenti nella fase più delicata della loro età evolutivamente fluida– scatti una specie di ossessione di dover eliminare qualsiasi ostacolo concreto che si possa frapporre davanti  alla propria libertà . Una forma quasi patologica di dover affermare ad ogni costo il proprio io (egocentrismo) contro l’altro (genitore o parente), di imporre  sopra ogni cosa la coscienza di sè che, inibita nei tradizionali freni biologici e morali, riceve un senso di fortissima frustrazione e angoscia della propria sopravvivenza, quasi che questa fosse condizionata necessariamente all’eliminazione fisica dell’ostacolo familiare, secondo l’antico adagio “mors tua, vita mea”, insomma una gravissima  incapacità di adattamento socio-familiare.
Più recentemente ricordo il caso di omicidio avvenuto a Pontelangorino di Codigoro, nella notte fra il 9 e il 10 gennaio 2017,  in cui il figlio Riccardo, di 16 anni, promise 1.000 euro ad un amico, pure esso minorenne di 17 anni, per uccidere la madre Nunzia Di Gianni (insieme al padre Salvatore Vincelli) per il probabile motivo scatenante dei continui litigi con i suoi genitori per lo scarsissimo rendimento scolastico e forse anche perchè utilizzava, insieme al suo amico, la cocaina.
Un omicidio efferato e premeditato  anche con la crudele lucidità di una premeditazione derivante dall’uso  della cocaina,  con la promessa della ricompensa del denaro a cui il sedicenne, sadicamente, assistette mentre l’amico infieriva mortalmente sui corpi dei suoi genitori addormentati nel sonno notturno con dei colpi di ascia, avvolgendo, subito dopo la tragica esecuzione, le teste  dei  disgraziati genitori in due sacchetti di plastica sia per evitare tracce di sangue e, soprattutto, perchè “non osava  guardare i loro visi martoriati”, come ebbe a dichiarare successivamente in sede di indagini giudiziarie.
La tipologia del femminicida del terzo tipo (stupro e conseguente uccisione della vittima) nasce, prevalentemente, sia per una forma di raptus, che per evitare uno scomodo testimone della violenza subita e le conseguenti inevitabili sanzioni penali.
Ad esempio molti anni fa, all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso quando ero sostituto procuratore della Repubblica minorile di Venezia, ricordo ancora che un ragazzo di quindici anni attirò in un fienile isolato una bimba di dieci anni, figlia dei vicini di casa, amici della sua famiglia residente in un paesino del trevigiano, la violentò e poi temendo di essere da lei denunciato, la uccise soffocandola.
Dopo pochi minuti, piangendo disperatamente, si recò dai carabinieri raccontando l’accaduto.
Quando lo interrogai si dichiarò pentito in un fiume di pianto. Mi disse che non voleva ucciderla ma che aveva avuto tanta paura e vergogna di quello che aveva fatto: paura del padre, un agricoltore onesto e severo nei suoi atteggiamenti educativi verso i figli, vergogna di non aver rispettato quanto aveva appreso dei sentimenti onesti dai suoi genitori.
Venne giudicato capace d’intendere e di volere, e condannato a quattordici anni di carcere, tenendo conto della giovanissima età e della piena confessione resa, seguita da un sincero pentimento.
Certamente la curiosità sessuale male interpretata era stata la molla di tutta la terribile vicenda in una personalità assai fragile nella sua strutturazione, in cui giocava un ruolo importante un senso di solitudine che il minore soffriva per un certo distacco affettivo nei suoi confronti da parte dei genitori, abituati al duro lavoro dei campi  e poco inclini a dimostrargli situazioni di affetto.
Ovviamente la  trilogia delle cause scatenanti il femminicida minore, che sono state precitate, non sono esaustive delle motivazioni che scatenano la  realtà omicidiaria minorile.
Si pensi, ad esempio, all’omicidio della suora Laura Mainetti ad opera di tre ragazze minorenni, avvenuto il 7 giugno 2000 a Chiavenna, in cui vi fu un motivo espressamente “satanico”, come si è già scritto nell’articolo “Le sette sataniche” nel numero di giugno 2018 di  questa Rivista .
Comunque si deve rilevato l’importanza di un progetto integrato famiglia, scuola, comunità educante  (facente perno soprattutto nei centri antiviolenza, come sottolineato nella legge 119 del 2013 sul cosiddetto femminicidio), tendente a prevenire e arginare, per quanto possibile, questo inquietante fenomeno criminale.
Invero l’intervento della scuola – e di tutte le altre strutture educative tra cui svetta per importanza e priorità la famiglia –  è sicuramente necessario per una educazione alla legalità dei nostri giovani, costituendo il nerbo di una formazione alla solidarietà concreta verso il più debole, e rispetto dei diritti umani inviolabili, come sancito solennemente dall’ articolo 2, secondo comma della Costituzione, e conseguentemente, in particolare, una seria e concreta prevenzione alla devianza-criminalità dei minori  e quindi anche alla violenza di genere.
Già gli antichi romani usarono la famosa frase delle Satire del poeta latino Giovenale, del I secolo  “mens sana in corpore sano”, sottolineando in tal modo la necessità di una educazione integrata per la formazione del buono e onesto cittadino (“civis romanus sum” , concetto che affermava una coscienza civica piena di solennità).
Ed è proprio questo antico concetto, unito alla  coscienza di cittadinanza attiva, attualmente in grave crisi, che con forza  abbiamo bisogno di riaffermare e fare introiettare ai nostri giovani, in questi tempi inquieti, come argine per la percepita violenza minorile dilagante  anche e soprattutto nei confronti delle donne.

La tua opinione conta, lascia un commento
Commenta

 

Torna alla Home

About Author

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp