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Il piano carceri del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

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Lo scorso 11 luglio il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha esposto al Parlamento le linee programmatiche del suo Dicastero. In due separate audizioni, il Ministro Guardasigilli ha illustrato il suo complessivo disegno di riforma della giustizia alle Commissioni Giustizia di Senato  e Camera  riunite in assemblea plenaria.
E lo ha fatto spaziando a 360° gradi, senza trascurare i temi spinosi della lotta senza quartiere alla corruzione, della legittima difesa e annunciando anche uno stop all’applicazione della riforma delle intercettazioni e aprendo a una “riscrittura” del provvedimento.
«Ritengo di aver tracciato una discontinuità nel metodo. E da qui intendo partire, con determinazione, per proporre una altrettanto decisa discontinuità è nei contenuti che caratterizzeranno, nell’immediato, i prossimi mesi di attività», ha detto in audizione al Senato, rilevando che «in questo primo mese di incarico, ho dovuto quotidianamente ‘fare i conti’ con il lavoro impostato dal mio predecessore. Un’eredità che non si esaurisce, a onor del vero, nel prendere atto di una indispensabile continuità burocratica propria della pubblica amministrazione, ma si estrinseca nella scelta, politica, di come attuare alcune riforme, spesso approvate in extremis, che hanno coinvolto, senza condizionarlo, una buona parte del mio impegno».
“Tutti” ha aggiunto Bonafede, “sapete a quali riforme, più o meno strutturali, faccio riferimento. Interventi pensati da altri, distanti dalle idee che hanno ispirato il programma del governo del cambiamento, e che tuttavia ho scelto di non respingere pregiudizialmente, preferendo la più faticosa strada di un approccio pragmatico, legato ai temi, cercando di immaginare, dove possibile, soluzioni utili per i cittadini e per la giustizia italiana».
Per il Guardasigilli «la centralità dell’istituzione parlamentare per l’elaborazione e la definizione degli interventi legislativi finalizzati al miglioramento complessivo del servizio giustizia sarà uno dei capisaldi sostanziali del mio operato di ministro della giustizia. Solo da un costante ascolto reciproco e da un dialogo approfondito e costruttivo potranno emergere spunti, proposte e correttivi tali da assicurare l’individuazione delle varie criticità e l’approntamento delle adeguate risposte».
«Ascolto, confronto, collaborazione: questo l’approccio metodologico che ritengo essere di maggiore utilità e che intendo perseguire non solo nei confronti del ruolo cruciale svolto dal Parlamento ma anche nei riguardi di tutti i soggetti in vario modo e a vario diverso titolo coinvolti nel servizio giustizia, dagli operatori della giurisdizione, alle associazioni e comitati di cittadini», ha aggiunto.
«In tal senso, ho già avviato un percorso di incontri con diversi rappresentanti delle categorie interessate e con gli operatori dell’amministrazione della giustizia».
Sulle carceri, argomento che più di altri ci interessa direttamente, il Ministro Bonafede ha detto parole estremamente chiare, che meritano di essere riportare integralmente:
Quello della detenzione e dell’esecuzione della pena costituisce un settore importante della giustizia sul quale il Dicastero intende impegnarsi a fondo per migliorarne condizioni e funzionamento. Anche in questo ambito specifico ritengo imprescindibile partire da una seria e approfondita interlocuzione con gli operatori direttamente coinvolti, la Magistratura di Sorveglianza e l’Amministrazione Penitenziaria, così come è in corso un costruttivo confronto con l’Autorità garante dei diritti dei detenuti. In tale ambito, obiettivo prioritario sarà realizzare un processo di riqualificazione tale da superare le carenze strutturali del sistema penitenziario in ogni sua sfaccettatura, nella prospettiva di una piena applicazione della funzione rieducativa sancita dell’articolo 27 della nostra Costituzione. L’analisi sullo stato del sistema dell’esecuzione della pena ed in particolare sul sistema detentivo ci induce a ribadire la necessità di profondere il massimo impegno per sanare le debolezze e le deficienze, conseguendo risultati tangibili e misurabili. A cinque anni di distanza dalla sentenza CEDU Torreggiani vs Italia, nonostante le soluzioni adottate, nelle carceri vivono ancora 8mila detenuti oltre la capienza regolamentare, la loro condizione della vita di ristretti non è sensibilmente migliorata, anzi non è migliorata affatto, mentre il principio della certezza della pena ha indirettamente subito una continua erosione, generando un senso di insicurezza nella collettività. L’azione legislativa e l’amministrazione della giurisdizione, nell’ottica mia e del Governo di cui faccio parte, devono riuscire a far convivere armoniosamente certezza della pena e finalità rieducativa della pena stessa. Si tratta di due principi che necessariamente e fisiologicamente stanno insieme essendo entrambi funzionali alla costruzione di un sentimento di fiducia che i cittadini hanno o, meglio, che non hanno più nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di fornire una risposta di giustizia effettiva e sostanziale. Funzionalmente interrelato all’assicurazione di un apprezzabile grado di sicurezza e di garanzia di dignitose condizioni di permanenza all’interno degli istituti detentivi risulta essere il tema della dotazione e dell’organizzazione della Polizia Penitenziaria.
L’attuale dotazione organica del personale del Corpo è stabilita in 41.202 unità, ma la presenza effettiva è oggi pari a 37.470 unità, con una percentuale di scopertura di circa il 9%: si rileva però come la distribuzione tra le varie strutture faccia sì che tale percentuale si innalzi significativamente in diversi Istituti penitenziari con le immaginabili conseguenze in tema di criticità di gestione. Nonostante non poche situazioni di difficoltà la Polizia Penitenziaria continua ad accompagnare con professionalità l’esigenza della rieducazione e del reinserimento sociale delle persone detenute, affrontando problematiche nuove che costituiscono, ormai, nodi cruciali del mondo carcerario. Io in questo primo mese ho chiamato telefonicamente, personalmente gli agenti di  polizia penitenziaria feriti in vari incidenti, chiamiamoli così, all’interno degli Istituti penitenziari per rappresentargli la vicinanza di uno Stato che secondo me fino ad ora gli è stato poco vicino. In questo senso voglio assicurare che questi sono semplicemente primi tratti di questa vicinanza che però poi dovrà estrinsecarsi nei fatti concreti per far sì che questi servitori dello Stato all’interno delle carceri possano operare in piena sicurezza e dignità lavorativa”.
Far convivere armoniosamente certezza della pena e finalità rieducativa della pena stessa è dunque  il solco attraverso il quale dovrà operare anche il personale di Polizia Penitenziaria.
E allora io credo che tra gli interlocutori rispetto ai quali il Guardasigilli ritenga imprescindibile relazionarsi per una seria e approfondita interlocuzione sul tema carceri debbano esserci a pieno titolo, oltre a quelli già citati in Parlamento, anche i Sindacati della Polizia Penitenziaria, che rappresentano le donne e gli uomini che il carcere lo vivono direttamente in prima linea.
Ogni giorno nelle carceri italiane succede qualcosa, ed è quasi diventato ordinario denunciare quel che accade tra le sbarre. Ogni giorno giungono notizie di aggressioni a donne e uomini del Corpo in servizio negli istituti penitenziari del Paese, sempre più contusi, feriti, umiliati e vittime di violenze da parte di una parte di popolazione detenuta che non ha alcuna remora a scagliarsi contro chi in carcere rappresenta lo Stato.
Con i precedenti Esecutivi, politici e (finto)tecnici, nessuno, al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, aveva pensato di introdurre anche per la Polizia Penitenziaria ed i suoi appartenenti, proprio per fronteggiare ed impedire aggressioni fisiche e selvagge, strumenti come quelli in uso a Polizia di Stato e Carabinieri, ossia pistola “taser” e spray al peperoncino.
Le priorità, allora, sono state altre: consentire l’uso della sigaretta elettronica nelle celle, prevedere le “doccette” nei cortili passeggi per dare refrigerio ai detenuti durante i mesi estivi, cambiare la terminologia di cella e lavorante, allargare a dismisura sorveglianza dinamica e regime penitenziario aperto, aumentare del 70% lo stipendio dei detenuti lavoranti.
Ora ci aspettiamo che davvero “cambi la musica”.
Ci aspettiamo che, per far convivere armoniosamente certezza della pena e finalità rieducativa della pena stessa, si restituisca davvero dignità professionale alle donne e agli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, anche attraverso l’introduzione di efficaci strumenti di difesa e, più in generale, si riservi loro la giusta considerazione istituzionale propria di appartenenti ad uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato.
Avanti, Ministro!

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1 commento

  1. Se si fanno dei progetti concreti, se si coltivano le proprie ambizioni, se ci si dà da fare con umiltà, se si aguzza l’ingegno, tutto diventa realtà. L’inizio è la parte più importante di un buon lavoro.

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