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Il Sappe fa le veci del DAP in Commissione Affari Costituzionali

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Nei giorni scorsi è stato presentato il decreto legge immigrazione e sicurezza pubblica n. 113/2018 e il relativo disegno di legge di conversione, atto Senato n. 840.
Il decreto legge si articola in tre parti, riguardanti l’immigrazione, la sicurezza pubblica e l’organizzazione dell’amministrazione civile del Ministero dell’Interno e dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati o confiscati alla criminalità organizzata.
Per quanto riguarda la parte relativa alla sicurezza ci siamo attivati immediatamente, riuscendo ad ottenere un’audizione in Commissione Affari Costituzionali al Senato, oltre ad aver scritto ai ministri interessati e ad aver incontrato alcuni esponenti del gruppo di Forza Italia, tra i quali Maurizio Gasparri ed Elio Vito.
Con il decreto legge in discussione si vogliono tra l’altro introdurre benefici economici per il personale appartenente al comparto sicurezza riconoscendo loro compensi per prestazioni di lavoro straordinario, al fine di garantire le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.
La disposizione trova applicazione per tutte le forze di polizia ed armate elencate nel richiamato art. 16 della l. n. 121/1981 e, quindi, in favore:
• della Polizia di Stato;
• dell’Arma dei Carabinieri;
• del Corpo della Guardia di Finanza;
• del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Tutte queste provvedono, in via prioritaria o concorrente, alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, ma merita attenzione il Corpo di Polizia Penitenziaria, quale forza di polizia quotidianamente impegnata anche nel compito di vigilanza ed osservazione dei detenuti (imputabili e, soprattutto, condannati) e che troppo spesso, ingiustamente, non ricordata.
Appare opportuno ricordare come la Polizia Penitenziaria sia quotidianamente impegnata a fronteggiare e monitorare il fenomeno del radicalismo islamico, dal momento che un detenuto su cinque è di religione islamica e quattro su cinque la praticano abitualmente. Infatti, oltre 10.000 sono i detenuti islamici e di questi oltre 7.000 sono coloro che praticano la religione.
Il numero dei detenuti a rischio oggi sono circa 650, di cui circa 250 super attenzionati, perchè possono essere un pericolo per la sicurezza pubblica una volta terminata la pena.
Tra quelli espulsi, oltre il 50% sono stati allontanati dal territorio nazionale grazie alle segnalazioni della Polizia Penitenziaria.
A questi occorre aggiungere il numero dei detenuti in regime di 41 bis O.P. nei cui confronti la vigilanza ed osservazione è, anche qui, rimessa alla esclusiva competenza della Polizia Penitenziaria.
E’ opportuno ricordare che si tratta di detenuti per i quali sono state sospese le normali regole trattamentali, perché mettono a rischio la sicurezza nazionale.
Su questi soggetti la Polizia Penitenziaria svolge molte indagini giudiziarie e garantisce una analisi del fenomeno che contribuisce alla lotta alla criminalità organizzata.
Oggi sono circa 750 i detenuti che scontano la pena in regime di 41 bis.
In ragione di quanto rappresentato occorrerebbe quindi emendare l’art. 33 dello schema di decreto all’esame specificando che le maggiori risorse servono anche al monitoraggio del fenomeno del radicalismo islamico e della criminalità organizzata, nonché del controllo dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis e dei terroristi in carcere, oltre che all’espletamento delle attività investigative delegate al Corpo di Polizia penitenziaria dall’autorità giudiziaria e svolte attraverso il Nucleo Investigativo Centrale e i Nuclei investigativi Regionali.
Per le stesse ragioni e finalità di cui sopra – contrasto al fenomeno del terrorismo islamico – abbiamo chiesto di emendare l’articolo 22 del decreto de quo, al fine di potenziare il servizio del Nucleo Investigativo Centrale e di quelli regionali ed i relativi mezzi, con particolare riferimento a quelli tecnologici, inserendo anche la Polizia Penitenziaria che, tra le altre cose, svolge il servizio traduzioni, con mezzi obsoleti, molti dei quali hanno già percorso oltre 400 mila km. Attraverso il servizio traduzioni vengono spesso trasferiti detenuti appartenenti al circuito Alta Sicurezza – condannati o in attesa di giudizio, per terrorismo islamico e per reati di stampo mafioso – che, complessivamente, sono circa 9.000.
Abbiamo altresì chiesto di emendare l’articolo 19, inserendo la Polizia Penitenziaria tra le forze di polizia che possono utilizzare, come arma di reparto, quella ad impulso elettrico. Inoltre, abbiamo evidenziato che con il D.L. 92/2014, convertito in L. n.117 dell’11.08.2014, è stata apportata la modifica, dell’art. 24 del D.Lvo n. 272 del 1989 recante “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del d.p.r. 22 settembre 1988, n.448, recante disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, innalzando da 21 a 25 anni la permanenza nel circuito penale interno per i soggetti che abbiano commesso reati da minorenni; detta norma prevede che tutte le misure limitative della libertà a carico dei minori (misure cautelari, misure alternative, sanzioni sostitutive, pene detentive e misure di sicurezza) si eseguono secondo le norme e con le modalità previste per i minorenni anche nei confronti di coloro che nel corso dell’esecuzione abbiano compiuto il diciottesimo anno di età, ma non ancora il venticinquesimo, ovvero quando l’esecuzione abbia inizio dopo il compimento del diciottesimo anno di età, e sempre che, per quanti abbiano già compiuto il ventunesimo anno di età, non ricorrano particolari ragioni di sicurezza valutate dal giudice competente. La permanenza di persone di 25 anni, con ragazzi di quattordici nei casi più estremi, non risponde a finalità di rieducazione, ma tende a sortire l’effetto contrario, oltre
a mettere a rischio la sicurezza e l’ordine pubblico interni.
E’ opportuno ricordare che nelle carceri minorili sono ristretti minori che hanno commesso gravi reati, come rapine e omicidi, nonché appartenenti
a famiglie mafiose.
Sarebbe pertanto opportuno abrogare
la norma in questione.
Sarebbe altresì opportuno modificare l’art 5, comma 1, del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale” introducendo, tra le forze di polizia che compongono le sezioni di polizia giudiziaria, anche il Corpo di Polizia Penitenziaria.
L’articolo 5 in parola, rubricato “Composizione delle sezioni di polizia giudiziaria”, per quanto riguarda il comma 1, potrà quindi essere così riformulato:
“1. Le sezioni di polizia giudiziaria sono composte dagli ufficiali e dagli agenti di polizia giudiziaria della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, del corpo della guardia
di finanza e del Corpo di Polizia Penitenziaria.”
Tale iniziativa si rende ormai necessaria, alla luce di esigenze di coordinamento con le Procure, derivanti dall’attività investigativa in ambito penitenziario ed extrapenitenziario, anche in collaborazione con le altre forze di polizia; attività esercitata ormai in via permanente e prioritaria dai citati nuclei investigativi.
Ciò che abbiamo purtroppo constatato
è che sia l’amministrazione, sia il vertice politico, rispetto a questioni di tale rilevanza, non hanno posto in essere alcuna iniziativa per il Corpo, nonostante ci fossero tutti i presupposti per inserire anche la Polizia Penitenziaria tra i beneficiari delle norme relative alla sicurezza.
Ancora una volta il Sappe, unico sindacato presente all’audizione e
attivo con le forze politiche, ha dovuto sopperire alle carenze dell’amministrazione.

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