Il sistema delle case-famiglia strumento di prevenzione e recupero della devianza e della criminalità minorile

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La rete delle case famiglia – che sul territorio nazionale è composta da 3352 unità abitative, secondo l’indagine effettuata dal Garante dell’infanzia e adolescenza nel 2017, che accolgono oltre 21.000 minori, di cui la metà stranieri – è storicamente l’erede del sistema dei Centri di rieducazione dei minorenni “traviati” (con una connotazione eccessivamente moralistica che li etichettava negativamente per tutta la loro vita) costituiti a seguito dell’entrata in vigore del Regio Decreto Legislativo n. 1404 del 1934, istitutivo dei Tribunali per i minorenni, centri già denominati “istituti di educazione e correzione” nell’articolo 53 del Codice Penale Zanardelli del 1889 e dislocati in varie regioni d’Italia alle dipendenze del Ministero di Grazia e Giustizia (secondo la denominazione dell’epoca, attualmente, semplicemente Ministero della Giustizia).
Siffatti Centri accoglievano bambini dai nove anni in su, considerati monelli o discoli per aver marinato la scuola, ovvero vagabondi che commettevano piccoli furti o frequentavano cattive compagnie, segnalati dalla polizia e dai carabinieri d’ufficio, o su richiesta dei loro genitori, parenti o istituti di beneficenza.
Insomma, in quella epoca, si trattava generalmente di bambini, più che “irregolari di condotta”, afflitti dall’estrema povertà economica e morale delle loro famiglie di origine, quindi bimbi “poveri” che restavano nei predetti Centri fino alla maggiore età, imparando uno dei mestieri rigidamente incasellati in quelli del fabbro, del falegname, del sarto o del calzolaio, oltre allo studio obbligatorio delle cinque classi elementari (che era già una grossa iniziativa culturale, se si pensa all’alto tasso di analfabetismo esistente all’epoca in Italia).
I mestieri precitati venivano insegnati dai maestri d’arte, che sovente erano gli stessi Agenti di Custodia, sotto la supervisione di un censore che, sovente fatto, era il loro stesso comandante.
La carenza di questi Centri consisteva nel fatto che erano sovraffollati di ragazzi conviventi promiscuamente, fra i nove e i ventuno anni (età questa ultima in cui, in quel tempo, si raggiungeva la maggiore età), con immaginabili ricadute negative dovute alle prevaricazioni dei più grandi, sovente potenziali maestri del crimine per i più piccoli, come già notato da Cesare Lombroso, nella seconda metà dell’ottocento, nel suo famoso libro “L’uomo delinquente”.
Attualmente il sistema dell’accoglienza-assistenza minorile verte su diverse tipologie di strutture di accoglienza a carattere familiare, tutte definite genericamente “case- famiglia” .
Da un lato vi sono le case famiglia private, in quanto localizzate in appartamenti di proprietà privata e gestite da privati presenti stabilmente all’interno della struttura, e cioè coppie, famiglie, operatori singoli, professionali o volontari, ovvero comunità religiose: esse costituiscono la grandissima parte delle 3.352 strutture di accoglienza per minori di cui si è detto sopra , tutte facenti parte del cosiddetto “privato-sociale”, e ricevono le sovvenzioni dei singoli comuni (in media 100 euro al giorno per ogni minore presente).
Dall’altra parte, vi sono le comunità socio-educative, riservate generalmente all’accoglienza dei cosiddetti minori non accompagnati, prevalentemente stranieri, e i centri di prima accoglienza (CPA) destinati, esclusivamente, ai giovanissimi entrati nel circuito penale, dopo il loro arresto da parte delle forze dell’ordine in flagranza di reato: esse sono situate in strutture alloggiative pubbliche e sono gestite o direttamente dai servizi pubblici territoriali dipendenti direttamente dal Comune (tranne che per i 21 CPA, che dipendono direttamente dal Ministero della Giustizia che li organizza con il proprio personale), o da cooperative private, legate da un contratto di servizio pubblico di accoglienza di minori con il Comune (che anche in questo ultimo caso eroga ad esse il contributo di 100 euro in media pro capite ).
Ultimamente, si sente spesso etichettare in negativo le comunità private del primo tipo (e cioè le “case-famiglia” private), ossia non come luogo deputato all’accoglienza e al benessere psico-fisico di un’infanzia abbandonata e/o maltrattata, bensì come strumento di “facile guadagno”: in effetti, è sufficiente che un minore transiti la struttura, anche solo per pochi minuti (allontanandosi subito poco dopo l’accoglienza, volontariamente, come capita spesso per le prostitute minorenni e i ragazzi nomadi), affinché l’ente locale, nella specie il Comune su cui la stessa insiste, eroghi una retta per un giorno intero di permanenza.
Per quanto concerne, poi, le case famiglia ove alloggiano i più piccoli, in maggioranza a carattere religioso, vi sono casi in cui esse “coprono” la situazione del loro grave abbandono affettivo (ad esempio madri naturali che solo molto saltuariamente vengono a trovare, per qualche minuto soltanto, i loro figli), al fine di evitare la potenziale adozione del bambino, l’uscita conseguente del medesimo dalla casa famiglia e la conseguente perdita della retta passata dall’ente comunale.
Del resto, ad una simile conclusione possono condurre anche le plurime e recenti notizie di cronaca giudiziaria relative a comunità private che inducevano a far scappare i loro ospiti (in particolare i piccoli nomadi) per lucrare illecitamente il contributo comunale, e le proposte di legge per l’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta su tale sistema di accoglienza.
Tuttavia, a parere di chi scrive, sarebbe troppo riduttivo fermarsi a considerare il suddetto meccanismo di sovvenzione come elemento sufficiente a poter gettare un cono d’ombra sul servizio educativo-assistenziale che tali strutture sono chiamate ad assolvere, anche se appaiono necessari e urgenti maggiori e più approfonditi controlli sulle case famiglie, sia sulla loro gestione economica, che sulla professionalità delle persone che intervengono per l’accoglienza dei minorenni, come si vedrà nel prosieguo della trattazione..
Difatti, se è vero che la retta giornaliera può senz’altro far pensare ad un uso distorto delle case famiglia private, non sarebbe corretto colpire in maniera generica quella insostituibile forma di sostegno sociale in grado di fornire, al minore in stato di forte vulnerabilità, una preziosa rete relazionale di riferimento, attuando, in tal modo, una tutela rinforzata del minore innanzi al fallimento della mediazione sociale chiamata, in prima battuta, ad intervenire nella gestione dell’irregolarità della condotta o del carattere del minorenne.
Tuttavia, nella patologia della vicenda familiare, il diritto del minore alla propria famiglia diviene recessivo rispetto al preminente interesse superiore di protezione e benessere del medesimo, in quanto “Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse” (art 24, co.3, Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, firmato a Nizza il 7 settembre 2000).
Ciò avviene sia ove manchi la collaborazione dei genitori ad attenersi alle prescrizioni impartite dai servizi sociali locali o da questi ultimi in accordo con il tribunale per i minorenni (intervenuto nella sua funzione amministrativo-assistenziale ex art. 25 del Regio Decreto Legge 20 luglio 1934 n. 1404), oppure per superare o comprimere la responsabilità genitoriale ex artt.330 e ss. Cod. Civile.
Alla luce di quanto esposto, emerge come i percorsi di allontanamento e accoglienza “para-familiare”, si pongano come extrema ratio rispetto al sostegno del servizio sociale territoriale nei confronti di una famiglia d’origine collaborativa, aspetto che, per ovvie ragioni, non sussiste nel caso dei minori stranieri non accompagnati e dei minori già entrati a far parte del circuito penale.
Senza alcuna presunzione di esaustività, ma volendo provare ad individuare i punti nevralgici in una prospettiva de iure condendo, si ritiene ragionevole presumere che l’utilizzo di case famiglia private per finalità di lucro, possa derivare, innanzitutto, dalla mancata regolamentazione uniforme, a livello nazionale, in ordine alla sostanziale operatività della struttura di tal fatta nel corso del tempo.
Difatti, l’esercizio della potestà legislativa esclusiva spettante alle Regioni in materia di assistenza sociale (nonché la relativa competenza amministrativa spettante ai Comuni secondo il principio della cosiddetta sussidiarietà verticale) nella perdurante negligenza del legislatore nazionale nell’uniformare il livello dei servizi offerti (ex art 117, co.2, lett. m, Cost.) e, dunque, in assenza di riferimenti qualitativi omogenei, non può che determinare un quadro normativo del tutto disorganico ed una difformità regionale non solo per quanto attiene alla struttura, ma soprattutto per quanto attiene ai livelli professionali degli operatori presenti nella medesima.
Peraltro, nel corso del tempo si è assistito ad un welfare locale sempre meno pubblico e sempre più privato, mediante l’affidamento della gestione dei servizi sociali al Terzo settore, in generale, e alle case famiglia, in particolare, andando quest’ultime a sostituire l’intervento pubblico piuttosto che a sostenerlo: se, da una parte, in tal modo si è cercato un abbattimento dei costi da parte dei Comuni, dall’altra parte, anche tale “delega di competenza” avviene senza la previsione di una regolamentazione funzionale all’erogazione di servizi di qualità e senza un preciso sistema di monitoraggio volto a verificare quanto accade all’interno della struttura di accoglienza. Difatti, oltre a non esistere alcun obbligo di rendiconto in merito all’utilizzo della retta giornaliera ricevuta, l’unico sistema di controllo attualmente attivo è affidato alle procure minorili che, a seguito delle modifiche che la legge 28 marzo 2001 n.149 ha apportato alla legge 4 marzo 1983 n. 184, in tema di adozione, in un’ottica di rafforzamento della tutela del minore, ogni sei mesi effettuano ispezioni negli istituti di assistenza pubblici o privati e possono procedere a ispezioni straordinarie in ogni tempo (ai sensi dell’ art. 9, punto 3 L. 149/2001): ma ciò non è sufficiente a garantire la funzionalizzazione della casa famiglia alla protezione del minore ospitato.
Del resto, se con tale ispezione si può certamente verificare, ad esempio, lo stato di salubrità dei luoghi, difficilmente si potrà conoscere la quotidianità vissuta all’interno della struttura di accoglienza: ed è proprio in un contesto così delicato che, anche al fine di prevenire e contrastare eventuali condotte di maltrattamento o di abuso, di natura fisica e/o psicologica, in danno dei minori ospitati, si potrebbe introdurre un sistema di videosorveglianza mediante il quale garantire un monitoraggio sì a distanza, ma continuativo.
Inoltre, un’ulteriore e peculiare forma di controllo da effettuare dovrebbe consistere nella supervisione degli stessi educatori, che svolgono un ruolo fondamentale nel perseguimento della finalità socio-assistenziale della casa famiglia.
Il minore che viene collocato in una struttura di accoglienza è un soggetto che si trova in uno stato di particolare fragilità emotiva e relazionale che, come tale, va affrontato con le dovute cautele ed uno standard di professionalità adeguato, al fine di scongiurare un aggravamento del trauma psico-affettivo che il bambino già vive: pertanto, il personale educativo dovrebbe rispondere ad elevati standard qualitativi, il cui possesso e la cui permanenza dovrebbero essere sottoposti a controlli periodici da parte delle istituzioni pubbliche.
Gli operatori così selezionati, sempre a parere di chi scrive, dovrebbero poi essere chiamati ad intervenire all’interno di un “collocamento ragionato”, ossia di un abbinamento minore-casa famiglia realmente studiato alla luce delle peculiarità del caso concreto.
A ben vedere, la realtà ci consegna un sistema di accoglienza che, nonostante le virtuose potenzialità, si ritrova a funzionare frettolosamente e sovente in modo non adeguato.
Basti pensare al numero esorbitante di migranti che sbarcano sulle coste italiane e a cui non corrisponde una proporzionata ricettività delle strutture, il che comporta, il più delle volte, il disfunzionale collocamento dei minori stranieri non accompagnati negli stessi centri periferici ove si trovano gli adulti immigrati richiedenti asilo oppure in case famiglia ospitanti minori non migranti, generandosi così non solo un miscuglio culturale, ma soprattutto esistenziale, trattandosi di minori che, il più delle volte, difficilmente riusciranno a ritornare o, addirittura, a ritrovare la propria famiglia di origine.
Si pensi anche al minore maltrattato che, in quanto portatore di importanti sintomatologie comportamentali da affrontare in modo poco “invadente”, avrà, molto probabilmente, la tendenza ad isolarsi e a non relazionarsi con gli altri minori presenti nella struttura e, ad esempio, già entrati in contatto con il circuito penale, spesso provenienti da realtà malfamate ove è proprio la dinamica relazionale di gruppo, invece, ad aver rafforzato intenti criminosi.
Detto altrimenti, ogni bambino allontanato dalla propria famiglia di origine ha un proprio vissuto ed è alla luce di questo che, come anche sostenuto dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, bisognerebbe creare un’anagrafe nazionale delle varie comunità di accoglienza, onde poter scegliere una destinazione non casuale o dettata dall’esperienza personale del singolo operatore, bensì specializzata in “quel” danno emotivo che si è manifestato mediante una condotta deviante, la commissione di un reato o altri indicatori: difatti, un danno da riparare c’è sempre ed è per tale motivo che la casa famiglia deve adeguatamente funzionare come “luogo di protezione”, mediante l’attività di operatori in grado di scovare la chiave interpretativa del mondo personale di ogni minore, così da destrutturarlo e ricostruirlo insieme, rielaborando la realtà vissuta e dando ad essa un nuovo “senso”.
Questo percorso ricostruttivo e riabilitativo, se adeguatamente sviluppato nel tempo, potrà costituire un argine ad una potenziale futura devianza o rischio di criminalità per i minori inseriti nelle strutture di tipo familiare, fornendo a loro gli strumenti psicologici e materiali necessari ad una onesta e laboriosa ricollocazione nella nostra società.

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Roberto Thomas

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