Il suicidio, un cancro da estirpare. La storia di Tino e Pasqualino

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La mia adolescenza è stata martoriata da alcuni eventi che hanno scosso non poco il mio percorso di vita. Frequentavo la sezione “C” del liceo scientifico “Enrico Fermi” di Montesarchio, paese alle porte di Benevento, in una classe composta da venti alunni, tra cui anche Pasqualino e Tino (diminutivo di Assunto).

Cinque anni belli, di unione, di condivisione, di crescita, fino a giungere agli esami di Stato con il raggiungimento dell’agognata maturità.

Tino era figlio di una coppia che aveva trascorso gran parte della vita a Torre del Greco in qualità di portinai di una nobile palazzina al centro della cittadina corallina; Pasqualino era figlio di un finanziere ben voluto in paese (strano a dirsi…) ed era il primo di quattro figli maschi. Apparentemente non mancava loro proprio nulla, eppure, a distanza di anni, grazie anche al mio vivere quotidiano all’interno dell’Amministrazione Penitenziaria, qualche domanda più approfondita me la pongo sempre più su ciò che può spingere persone a gesti estremi, come quello del suicidio. Tino si tolse la vita impiccandosi con un cavo alimentatore della televisione, Pasqualino (a distanza di qualche anno) con un lenzuolo annodato allo scaffale del garage di casa. Terminato il liceo, ci si era persi per strada, ognuno di noi aveva intrapreso il percorso universitario, pur non disdegnando (di volta in volta) salutarsi e scambiare reciproche opinioni. Ma la notizia del loro gesto insano, mi arrecò tanta tristezza e soprattutto un vero e proprio dramma, tanto grande risultò lo sconforto che falcidiò la psiche di chi li aveva conosciuti.

Quando una persona cara muore per suicidio, i sopravvissuti si auto-attribuiscono quasi sempre la colpa, sono afflitti da domande senza risposta, si interrogano ossessivamente su come avrebbero potuto aiutare il suicida, possono sentirsi abbandonati o rifiutati dalla persona che è morta per suicidio, verso la quale frequentemente manifestano forti sentimenti di rabbia mescolati con rammarico e tristezza.

Ogni suicidio è una tragedia, anche vergogna o rabbia che dir si voglia, pura tristezza sulle emozioni che prevalgono. La morte è difficile, a volte inspiegabile, e il suicidio è particolarmente difficile da elaborare.

Ho realizzato, nel tempo che, il suicidio appare come una soluzione permanente ad un problema temporaneo, in molti casi colpisce soprattutto la psiche degli adolescenti. Capisco che alcune persone sono così in profondità nella depressione che non possono immaginare di continuare su quella strada. Tuttavia, la maggior parte delle persone che li amano preferiscono tenerli anche in quello stato piuttosto che rinunciare ad avere quella persona amata nella loro vita. E sì, i sopravvissuti hanno spesso sia il senso di colpa che la rabbia e sembrano rimbalzare avanti e indietro tra quelle emozioni molto più di coloro che hanno perso i propri cari in qualche altro modo. Ma hanno anche un minor supporto da parte della comunità rispetto a quelli che hanno perso una persona cara in un incidente o per una malattia. È come se il suicidio fosse uno stigma che è dipinto sulla fronte dei sopravvissuti, così come la persona che si suicida.

Ti accorgi con il tempo che le persone che hanno perso qualcuno per suicidio, trovano che il linguaggio usato per descrivere le morti suicidi stigmatizza ulteriormente una situazione tragica per chi vive un lutto e cerca di far fronte alla morte di una persona cara. Cambiare il linguaggio usato per descrivere il suicidio non è facile, ma il risultato contribuirà a ridurre lo stigma e le barriere al sostegno dei sopravvissuti attraverso la tragedia di una morte per suicidio.

Ecco, proprio nel ricordo di Tino e Pasqualino, ho sperimentato la rabbia che le persone possono avvertire alla notizia del suicidio di un amico. Pensavo che mai avrebbero commesso atti insani, gesti folli, eppure lo hanno fatto. E subito, il mio mondo, ha preso il centro della scena della tristezza della loro morte: questo, credo, è lo scopo emotivo della rabbia in quelle situazioni, mantenere la nostra consapevolezza lontano da quella tristezza, perché è lì che è il vero dolore. La rabbia si sente più forte e, anche se non una sensazione piacevole, è intuitivamente preferibile a quel profondo sentimento di disperazione e disconnessione. Eppure, è proprio nel riconoscere e affrontare quella tristezza che noi progrediamo attraverso il dolore. E da lì che si inizia a credere che quelli che si suicidano sono pieni di disgusto di sé, vivono in un inferno mentale ogni giorno. Cercano invano di bloccare il dolore emotivo insopportabile, piangono per aiuto, sono in difficoltà e non riescono a trovare un’altra via d’uscita dal loro dolore, il loro meccanismo di vita è andato in crash, si sentono soli e disperatamente depressi, ed avvertono forte il bisogno di non avere altra scelta. È sempre devastante quando qualcuno crede che la vita non vale la pena di essere vissuta. Per i sopravvissuti il senso di rabbia è normale, come la colpa. Ed i miei compianti amici, decisi a lasciare per sempre la sofferenza umana ed il dolore che li ha circuiti, unitamente a tutti coloro che hanno di pari passo posto in essere simili condotte, nel momento in cui hanno deciso di lasciare questa terra, con la loro perdita hanno lasciato chiaro il segno che, evidentemente, il loro dolore deve essere stato insopportabile. E quando un giovane muore a causa di una disperazione o di una frustrazione schiacciante è devastante per la famiglia, gli amici e la comunità. Genitori, fratelli, compagni di classe, allenatori e vicini di casa potrebbero chiedersi se avrebbero potuto fare qualcosa per impedire a quel giovane di trasformarsi in suicida.

E’ proprio tra i giovani che bisogna propendere ogni sforzo affinché, in questo mondo sempre più difficile, ciò che potrebbe portare un adolescente al suicidio può aiutare a prevenire ulteriori tragedie. Anche se non è sempre prevenibile, è sempre una buona idea essere informato e agire per aiutare un adolescente in difficoltà. Le ragioni dietro il suicidio di un adolescente o il tentativo possono essere complesse. Sebbene il suicidio sia relativamente raro tra i bambini, il tasso di morti e dei tentativi fatti in tal senso aumenta notevolmente durante l’adolescenza.

Da recenti studi è emerso che il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 24 anni, dopo incidenti e omicidi. Si pensa anche che siano stati fatti almeno 25 tentativi per ogni suicidio di adolescenti completato. E, dai rilievi statistici offerti dagli esperti in materia, emerge anche che i tassi di suicidio differiscono tra ragazzi e ragazze. Le ragazze pensano e tentano il suicidio circa il doppio delle volte dei ragazzi, e tendono a tentare il suicidio per overdose di droghe o per il taglio di se stessi. Eppure i ragazzi muoiono per suicidio circa quattro volte più spesso delle ragazze, forse perché tendono a usare metodi più letali, come armi da fuoco, appendere o saltare da altezze.

Credo che sia importante approfondire le tematiche legate alla crescita di ognuno di noi, focalizzare le attenzioni sulle problematiche che sin dall’adolescenza si possono vivere. Un’età difficile, ravvisando in quel tempo le paturnie psicologiche che possono coinvolgere i ragazzi fin nella loro crescita. Può essere difficile ricordare come ci si sente ad essere adolescenti, presi in quella zona grigia tra l’infanzia e l’età adulta. Certo, è un momento di tremende possibilità, ma può anche essere un periodo di stress e preoccupazione. C’è una pressione per adattarsi socialmente, per esibirsi accademicamente e per agire in modo responsabile.

L’adolescenza è anche un momento di identità e relazioni sessuali e un bisogno di indipendenza che spesso è in conflitto con le regole e le aspettative stabilite dagli altri.

I giovani con problemi di salute mentale – come ansia, depressione, disturbo bipolare o insonnia – sono a maggior rischio di pensieri suicidi. Ragazzi che attraversano i principali cambiamenti della vita (divorzio dei genitori, trasloco, un genitore che lascia casa a causa del servizio militare o separazione dei genitori, cambiamenti finanziari) e coloro che sono vittime del bullismo sono maggiormente a rischio di pensieri suicidi. Ed i segnali che avvertono della commissione di possibili gesti insani, sono molti. Il suicidio tra adolescenti spesso accade dopo un evento stressante della vita, come problemi a scuola, rottura con un ragazzo o una ragazza, la morte di una persona cara, un divorzio o un grave conflitto familiare.

Ma è difficile comprendere quando uno stà maturando l’idea di lasciare in maniera cruenta la vita terrena per passare dal Mondo al Padre. Da genitore mi interrogo spesso su cosa un padre o una madre possano fare per aiutare un figlio a non dare seguito a pensieri malversi. Molti adolescenti che commettono o tentano il suicidio hanno dato qualche tipo di avvertimento ai propri cari prima del tempo. Quindi è importante che i genitori conoscano i segnali di pericolo in modo che gli adolescenti che potrebbero essere suicidi possano ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno. Alcuni adulti pensano che i bambini che dicono che stanno per ferirsi o uccidersi lo fanno solo per attirare l’attenzione. È importante rendersi conto che se gli adolescenti vengono ignorati quando cercano attenzione, può aumentare la possibilità che si danneggino (o peggio).

Tenere d’occhio un adolescente che è depresso e ritirato. Comprendere la depressione negli adolescenti è molto importante dal momento che può sembrare diverso dalle credenze comuni sulla depressione.

Ad esempio, può assumere la forma di problemi con gli amici, i gradi, il sonno o essere irritabile piuttosto che tristezza cronica o pianto.

È importante cercare di mantenere aperte le linee di comunicazione ed esprimere la preoccupazione, il  sostegno e l’amore.

Se tuo figlio si confida in te, dimostra di prendere sul serio queste preoccupazioni. Una lotta con un amico potrebbe non sembrare un grosso problema per te nel più ampio schema di cose, ma per un adolescente può sembrare immenso e consumante. È importante non ridurre al minimo ciò che sta attraversando un ragazzo, poiché questo può aumentare il suo senso di disperazione.

Se un figlio non si sente a suo agio a parlare, occorre individuare una persona più neutrale, come un parente, un membro del clero, un allenatore, un consulente scolastico o il medico.

I conflitti in corso tra un genitore e un’adolescente possono alimentare il fuoco per quest’ultimo che si sente isolato, incompreso, svalutato o suicida. Ma poi si cresce ed i problemi di un’adulto sono diversi e dettati da difficoltà di vario genere.

Ed in presenza di gesti folli, aumenta la collera con la persona che ha commesso o tentato il suicidio per aver fatto qualcosa di così egoista.

Ed allora, il rimedio o il tentativo di ridurre questi gravi episodi, prendono spunto dal predisporre iniziative costanti nelle scuole, nei luoghi ove si dipana il sociale, in grado di affrontare il tema del suicidio, anche attraverso il supporto di consulenti speciali per parlare con gli studenti (ed anche soggetti maturi) e aiutarli a farvi fronte. Per i genitori, la morte di un figlio è la perdita più dolorosa che si possa immaginare. Il loro dolore è incommensurabile. Purtroppo questo mese dedicato al tema del suicidio, mi ha portato a riflessioni che da tempo nascondo dentro di me, nel ricordo dei miei amici adolescenziali ma anche delle tante vittime che un numero esorbitante di colleghi ha posto in essere nel percorso di vita professionale, lasciando vuoti e lacune difficilmente comprensibili ma, ahimè, veri. E capisci che è normale sentirsi in colpa e mettere in discussione come ciò possa essere successo, ma è anche importante rendersi conto che potresti non ottenere mai le risposte che cerchi. La guarigione che avviene nel tempo deriva dal raggiungere un punto di perdono, per qualunque fascia di età.

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