Il telefonino da viaggio nella custodia anatomica

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Sono lunghi da 5,2 a 6 cm. e larghi 2 e in un mondo tecnologico dominato dagli smartphone che ormai sono diventati dei piccoli pc portatili, commercialmente sarebbero inutili se non fosse per quella morbosa attrazione esercitata sui detenuti.

Pare infatti che i detenuti italiani abbiano una vera e propria passione per questi “oggetti non consentiti”. Sono facili da nascondere e trasportare: pensate che si possono celare dentro la serratura di una porta del bagno, dentro la cannotta dello scarico del wc o dentro il piede cavo di una branda, dentro una radiolina preventivamente svuotata, dentro un doppiofondo costruito con due secchi sovrapposti, dentro una ciabatta dove prima si è scavato un piccolo alloggiamento, dentro un buco nel muro della cella successivamente coperto con mollica di pane e dentifricio o con un po’ di stucco rubato alla MOF, dentro le scarpe scambiate abilmente con un detenuto durante un colloquio.

Per trasportarli da un carcere all’altro, viste le dimensioni poco più grandi di una supposta, si possono facilmente nascondere nello sfintere; immaginate queste suppostone giganti che alloggiano all’interno dell’ampolla rettale organo  del corpo, deputato anatomicamente a contenere ben altro, e che da un po’ di tempo a questa parte  sembra diventato una custodia per micro telefoni.

Ecco quindi il telefono che non ti lascia mai; il famoso telefonino carcerario da viaggio, la cui custodia si trova tra l’ano e l’osso sacro. Custodia che può contenere fino a 4 telefonini con relativo carica batteria.

Senza alcuna dignità il telefonino da viaggio viene imballato con del nylon o con del nastro isolante rubato all’elettricista e spinto a forza dentro l’ano unitamente allo spinotto carica batterie che tornerà utile nel nuovo carcere mettendo in fila 4 batterie da 1,5 volts e facendo uscire dalle estremità due fili elettrici che verranno collegati ai poli positivo e negativo delle batterie.

Da sempre, nel variegato mondo carcerario, l’ampolla rettale  è stata custode silente di chissà quanti segreti. Basta vedere il film “Papillon” per apprendere che, in mancanza di telefonini o droga da occultare,  all’epoca i condannati ai lavori forzati nella Guyana Francese custodivano i soldi  all’interno di un bossolo di fucile o di mitraglia che poi infilavano nell’ano nascondendolo agli altri voraci detenuti che avrebbero potuto ucciderli per molto meno.

I soldi, in quel caso, sarebbero serviti per comprare qualcosa o qualcuno  che rendesse la vita detentiva meno afflittiva.

Solo pochi pionieri della Polizia Penitenziaria lottano contro questo fenomeno di proporzioni preoccupanti in attesa dell’acquisto della tecnologia per contrastare un traffico che sta minando seriamente il sistema carcerario .

 

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