Il trattamento rieducativo nell’esecuzione penale

La necessità che i condannati fruiscano di un trattamento rieducativo è codificata al sesto comma dell’art. 1 Ordinamento Penitenziario.

Art. 1 ord. pen. […] VI. Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi.

Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche esigenze dei soggetti. Secondo l’ordinamento peniten- ziario, la rieducazione consiste nel reinserimento sociale dei condannati. Il regolamento di esecuzione (D.P.R 230/00) specifica inoltre, all’articolo 1 comma II: Il trattamento rieducativo è diretto (…) a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari

e sociali che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale.

La Corte Costituzionale si riferisce alla rieducazione usando diverse espressioni, come “reinserimento del reo nel contesto economico e sociale” (sent. 126/83), “reinserimento nella società” (sent. 450/88), “ravvedimento” ovvero “recupero sociale” (sent. 271/98), “reinserimento del condannato nel consorzio civile” (sentt. 164/94, 161/97), “risocializzazione” (sentt. 282/89, 450/98, ord. 296/05.

In ogni caso, è difficile identificare con precisione il concetto di rieducazione cui si riferisce il legislatore, così che ci si limita a richiedere che il condannato rieducato non ricada nel crimine: “in una prospettiva di tutela dei valori costituzionalmente orientata, la ‘pena rieducativa’ non può che proporsi il fine di garantire solamente una condotta puramente esteriore, cioè il mero rispetto della legge penale, considerato indipendentemente dai fattori che lo rendono possibile”. 

In effetti, attribuire alla rieducazione anche un significato di emenda morale o di profondo ravvedimento del soggetto significherebbe concedere allo Stato la funzione di trasmettere valori trascendenti nell’amministrazione della giustizia, ma “[n]ulla, nella Costituzione, autorizza lo Stato a prendersi cura della ‘moralità’ dei cittadini”

Inoltre, un tale atteggiamento è dovuto anche alla constatazione che il meccanismo previsto dalla legge per la predisposizione di un programma individua- lizzato e rieducativo si rivela molto difficile da attuare. 

L’ordinamento penitenziario prevede infatti che il trattamento risocializzante si costruisca intorno a tre momenti, in primo luogo l’osservazione scientifica della personalità del condannato ed in seguito la predisposizione di un programma suscettibile di venire integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’esecuzione (art. 13 commi I e III ord. pen.).

L’individualizzazione del trattamento rieducativo consiste “nell’adozione delle metodologie terapeutiche specificamente adeguate alla personalità dei singoli soggetti”, cosa che tuttavia non esclude la possibilità di attuare terapie di gruppo per soggetti con esigenze comuni (nelle cd. comunità terapeutiche).

La terza fase è quella dell’attuazione del programma. 

Ben presto, si arriva in dottrina all’affermazione di un atteggiamento disilluso circa le possibilità diagnostiche dell’osservazione della personalità e circa il successo degli interventi riabilitativi da porre in essere all’interno del carcere, così che l’obiettivo della carcere diviene quello di prevenire gli effetti desocializzanti o, ancor peggio, criminogeni della pena. 

Criticamente si è osservato che “nei fatti il trattamento altro non è che lo strumento pratico per misurare il grado di accettazione (…) alla qualità della vita in carcere. Il solo parametro di valutazione della condotta del detenuto è quello che risponde a grado di problematicità o di resistenza dello stesso all’ordine carcerario” circa il successo degli interventi riabilitativi da porre in essere all’interno del carcere, così che l’obiettivo della carcere diviene quello di prevenire gli effetti desocializzanti o, ancor peggio, criminogeni della pena. 

Criticamente si è osservato che “nei fatti il trattamento altro non è che lo strumento pratico per misurare il grado di accettazione (…) alla qualità della vita in carcere. Il solo parametro di valutazione della condotta del detenuto è quello che risponde al grado di problematicità o di resistenza dello stesso all’ordine carcerario.

Le attività ricreative e sportive non operano direttamente in termini di risocializzazione, ma servono comunque alla distensione ed al maggior equilibrio

della vita carceraria, mentre le attività culturali e l’istruzione sono forse più adatte a tal scopo.

Questo breve accenno a quello che dovrebbe essere il contenuto del trattamento rieducativo basta a far sorgere spontanei quesiti circa la sua effettiva attuazione. I principali limiti delle previsioni normative derivano da un fattore ontologico, vale a dire il fatto che si pretende di esercitare l’azione rieducativa in un’istituzione chiusa, ma anche da altri fattori, di natura invece patologica, quali il sovraffollamento delle carceri, la mancanza di infrastrutture idonee allo svolgimento delle indagini psicologiche ed il grave problema del rapporto conflittuale fra gli esperti della rieducazione, psicologi, psicoterapeuti o educatori che siano, con gli agenti di custodia. 

Questi ultimi tendono infatti a considerare i primi come dei nemici, o intrusi, che turbano il regolare equilibrio del carcere. Inoltre, proprio il fatto che uno degli elementi più importanti del trattamento sia costituito dall’istruzione porta a chiedersi quale può essere l’utilità di tale strumento nei confronti di quei soggetti che non vengono da fasce emarginate della popolazione, e posseggono un buon livello di istruzione.

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Gennaro Del Prete
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