I pericoli nascosti dell’immigrazione clandestina

0
Share.
Vuoi essere aggiornato con tutte le VIDEO-NOTIZIE? Iscriviti al nostro canale!

Come da tempo sosteniamo, e come hanno pubblicamente dichiarato altre autorevoli e qualificate fonti, il carcere è un contesto ad alto rischio di radicalizzazione violenta per i detenuti islamici e anche nel nostro Paese si è diffusa la percezione di questo pericolo. Non a caso, circa il 20% della popolazione ristretta è costituita da persone di fede islamica ed una percentuale di loro sono a rischio radicalizzazione, perciò particolarmente attenzionati.

Su questi soggetti, nella nostra trincea delle strutture penitenziarie, il personale di Polizia Penitenziaria svolge un attento e costante monitoraggio che può essere parte fondamentale dell’attività di intelligence volta a sgominare cellule jihadista o a prevenire il fenomeno dei lupi solitari. Il carcere è un terreno fertile nel quale fanatici estremisti, in particolare ex combattenti, possono far leva sugli elementi più deboli e in crisi con la società per selezionare volontari mujaheddin da inviare nelle aree di conflitto, grazie ad un meticoloso indottrinamento ideologico. Indagini condotte negli istituti penitenziari di alcuni paesi europei tra cui Italia, Francia e Regno Unito hanno rivelato l’esistenza di allarmanti fenomeni legati al radicalismo islamico, che anche noi come primo Sindacato della Polizia Penitenziaria abbiamo denunciato in diverse occasioni.

Tra questi fenomeni, vi è la radicalizzazione di molti criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, i quali, pur non avendo manifestato nessuna particolare inclinazione religiosa al momento dell’entrata in carcere, sono trasformati gradualmente in estremisti sotto l’influenza di altri detenuti già radicalizzati. Un po’ come accadde ai tempi del terrorismo, quando la consistente detenzione di molti terroristi – in particolare delle Brigate Rosse – portò delinquenti comuni ristretti in carcere ad ‘abbracciare’ la lotta armata in carcere.

Questo fa dunque comprendere il gravoso compito affidato alla Polizia Penitenziaria di monitorare costantemente la situazione nelle carceri per accertare l’eventuale opera di proselitismo di fondamentalismo islamico nelle celle. Ma per fare questo, servono anche fondi per la formazione e l’aggiornamento professionale dei poliziotti penitenziari nonché per ogni utile supporto tecnologico di controllo, fondi che in questi ultimi anni sono stati invece sistematicamente ridotti e tagliati dai Governi che si sono via via succeduti alla guida politica del Paese.

Una ricerca empirica sul radicalismo estremo in carcere, curata da docenti del Dipartimento di Giustizia dell’Università degli Studi di Brescia e svolta in tre aree geografiche del nostro Paese – Nord, Centro e Sud -, ha visto coinvolti diversi istituti penitenziari connotati da una consistente presenza di detenuti di fede islamica. E’ emerso un quadro descrittivo del contesto penitenziario nel quale il bisogno di professare adeguatamente la propria fede è uno, anche se spesso non il principale, dei bisogni espressi dal campione esaminato (e coinvolto con un questionario ad hoc) e dal quale si può intuire come il rischio di adesione al richiamo di una guida carismatica sia quasi sempre facilitato dall’assenza di altri validi riferimenti, interni ed esterni al carcere. Si aggiunga un ulteriore dato oggettivo: non sempre è facile percepire segnali concreti, evidenti, pubblici di conversione ad un fondamentalismo religioso. Si pone, quindi, un serio problema di metodo, risorse e strategie, anche perché vi è un ulteriore nuovo elemento di preoccupazione, a livello europeo. Come la realtà dei combattenti dello Stato islamico rientrati in Europa e scomparsi, di cui si è occupato Soeren Kern, del Gatestone Institute di New York, in un dettagliato articolo che merita di essere approfondito.

Il governo tedesco ha perso le tracce di decine di tedeschi che negli ultimi anni si sono recati in Iraq e in Siria per unirsi allo Stato islamico. Secondo Welt am Sonntag, il ministero dell’Interno tedesco, in risposta a una domanda posta dal segretario generale del Partito Liberale Democratico (FDP), Linda Teuteberg, ha rivelato che le autorità tedesche non hanno informazioni su dove si trovino almeno 160 tedeschi che sono andati a combattere con l’Isis.

Il ministero ha dichiarato che mentre alcuni sono stati probabilmente uccisi nei combattimenti, altri si sono nascosti e potrebbero cercare di trasferirsi in Germania.

Degli stimati 1.050 tedeschi che negli ultimi anni si sono recati in Iraq e in Siria, circa un terzo (350) è tornato in Germania. Si ritiene che altri 220 siano stati uccisi sui campi di battaglia. Secondo fonti del governo citate dal programma televisivo tedesco Tagesschau, circa 120 sono detenuti in Iraq e in Siria. Inoltre, almeno 138 bambini, figli dei combattenti tedeschi dell’Isis, sono detenuti in Iraq e in Siria. Nessuno sa dove si trovino gli altri. Il governo tedesco ha minimizzato le preoccupazioni della Teuteberg in merito al ritorno “inosservato” dei miliziani dell’Isis:

“Date le differenti misure (comprese le liste dei criminali più ricercati o le barriere all’ingresso) che rendono il rientro incontrollato molto più difficile, si presume anche che in futuro l’ingresso all’insaputa delle autorità di sicurezza tedesche dovrebbe rimanere un’eccezione”. Tuttavia, ha evidenziato Kern, è risaputo che i combattenti dell’Isis sono entrati in Europa – Germania compresa – senza essere notati, fingendosi migranti: la maggior parte dei terroristi autori degli attacchi del novembre 2015 a Parigi, in cui persero la vita 130 persone e altre 360 rimasero ferite, sono arrivati in Europa spacciandosi per migranti, secondo gli inquirenti dell’antiterrorismo. La maggior parte degli assalitori erano ben noti alla polizia e almeno nove erano sulle liste dei terroristi. Una volta passati attraverso i confini porosi dell’UE nell’Europa meridionale, sono riusciti a viaggiare impunemente in tutta Europa.

I combattenti scomparsi dell’Isis sono un problema europeo. Uno studio del luglio 2018 condotto dall’International Center for the Study of Radicalization (ICSR) del King’s College di Londra ha stimato che più di 5.900 individui – 3.379 uomini, 1.023 donne e 1.502 minori – originari dell’Europa occidentale si sono uniti allo Stato islamico. Altre 7.250 persone dell’Europa orientale hanno ingrossato le file del gruppo. Secondo le stime dell’ICSR, circa 1.765 combattenti dell’Isis sono tornati in Europa occidentale e 784 hanno fatto ritorno in Europa orientale. Almeno 800 miliziani sono detenuti nei campi di detenzione curdi nel nord della Siria.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, nei campi sono rinchiusi altresì circa 700 mogli dei combattenti e 1.500 dei loro figli. Non è chiaro quanti jihadisti siano stati uccisi sul campo di battaglia e quanti si siano nascosti.

In Austria, ad esempio, dei 250 combattenti dell’Isis, ne sono rientrati 93. In Belgio, dei 500 miliziani, ne sono tornati 123. In Gran Bretagna, su 850 foreign fighters, sono 425 quelli di ritorno. In Danimarca, di 145 combattenti jihadisti, ne sono rientrati 72. Dei 1.900 miliziani francesi, 400 hanno fatto rientro in patria. In Italia, dei 129 foreign fighters, ne sono tornati 11. Nei Paesi Bassi, dei 300 individui partiti per unirsi allo Stato islamico, ne sono rientrati 60. Dei 210 combattenti spagnoli, sono 30 quelli di ritorno. Secondo il Servizio di sicurezza svedese (Säpo), dei 300 individui che hanno lasciato la Svezia per andare a combattere per l’Isis, 150 circa sono tornati a casa. Si ritiene che un centinaio di questi miliziani sono morti sul campo di battaglia e il governo non dispone di informazioni su dove si trovino gli altri. Tra i 35 e i 40 combattenti sono rientrati a Stoccolma, ma il Comune non ha contattato nessuno di loro e potrebbe non sapere nemmeno dove vivono, secondo un reportage dell’emittente televisiva pubblica svedese SVT. Il canale tv ha intervistato i funzionari di cinque municipalità svedesi – Göteborg, Stoccolma, Örebro, Malmö e Borås – dove risiede la maggior parte dei 150 miliziani dell’Isis che sono tornati nel paese e ha rilevato che questi Comuni sono a conoscenza del rientro di 16 adulti e 10 minori.

L’apparente apatia è stata attribuita alla mancanza di legislazione. “Siamo pressoché l’unico paese dell’Unione europea a non avere una legislazione che contrasti la partecipazione e la cooperazione con le organizzazioni terroristiche”, ha affermato Magnus Ranstorp, esperto di antiterrorismo presso l’Università della difesa svedese, a Stoccolma.

“Ovviamente siamo vulnerabili”, ha aggiunto. “Quelli che sono pericolosi e circolano per le nostre strade possono svolgere attività di reclutamento e possono perfino pianificare azioni terroristiche”.

Inoltre, centinaia di foreign fighters jihadisti che sono detenuti in Siria rappresentano una “bomba a orologeria”, perché potrebbero fuggire e minacciare l’Occidente, a meno che i loro paesi d’origine non facciano qualcosa di più per riportarli a casa, secondo le autorità curdo-siriane, sostenute dagli Stati Uniti, che controllano i campi di detenzione in cui sono rinchiusi i miliziani stranieri dell’Isis. “Sembra che la maggior parte dei paesi abbia deciso di aver chiuso con loro, di lasciarli lì, ma questo è un grosso errore”, ha affermato Abdulkarim Omar delle Forze democratiche siriane.

“I loro paesi d’origine devono fare di più per perseguire i combattenti stranieri e riabilitare le loro famiglie, altrimenti ciò sarà un pericolo e una bomba a orologeria”.

Il Wall Street Journal, (WSJ) in un recente editoriale, “The West’s Foreign Fighter Problem”, ha osservato che i governi europei si trovano in una posizione davvero difficile: rimpatriare e processare i loro jihadisti o rischiare che questi ultimi spariscano senza lasciare traccia e compiano nuovi attacchi in Europa. Il WSJ ha scritto: “A febbraio il presidente Trump ha twittato che gli Stati Uniti ‘chiedono a Gran Bretagna, Francia, Germania e ad altri alleati europei di riprendere’ i loro combattenti dell’Isis e di processarli in patria. Indonesia, Marocco, Russia e Sudan hanno iniziato a farlo mesi fa, ma i governi europei occidentali si oppongono”.

Ecco: pensiamo cosa potrebbe accadere se qualcuno di questi combattenti dello Stato islamico “di ritorno”, senza essere tracciato e con una nuova (falsa) identità, si rende protagonista di uno o più reati puniti con la detenzione e finisca in una delle tante carceri italiane oggi strabordanti di detenuti stranieri, per lo più di fede islamica più o meno moderata…

Il Wall Street Journal (Wsj), in un recente editoriale, “The West’s Foreign Fighter Problem”, ha osservato che i governi europei si trovano in una posizione davvero difficile: rimpatriare e processare i loro jihadisti o rischiare che questi ultimi spariscano senza lasciare traccia e compiano nuovi attacchi in Europa. Il Wsj ha scritto: “A febbraio il presidente Trump ha twittato che gli Stati Uniti ‘chiedono a Gran Bretagna, Francia, Germania e ad altri alleati europei di riprendere’ i loro combattenti dell’Isis e di processarli in patria. Indonesia, Marocco, Russia e Sudan hanno iniziato a farlo mesi fa, ma i governi europei occidentali si oppongono. Piegandosi alle pressioni politiche interne, politici europei come il ministro dell’Interno del Regno Unito Sajid Javid si sono impegnati a respingere i membri dell’Isis e perfino a privarli della cittadinanza. Funzionari francesi e tedeschi esprimono pubblicamente scetticismo in merito all’idea di accogliere i terroristi imprigionati. I Paesi che hanno criticato gli Stati Uniti per Guantanamo Bay ora chiudono un occhio sulla detenzione dei loro cittadini altrove… Le Forze democratiche siriane trattano i detenuti con umanità, ma non possono tenerli lì per sempre. Il gruppo alla fine non avrà altra scelta che lasciare andare i prigionieri – il che fa sì che una gestibile minaccia per la sicurezza diventi un rischio ben peggiore. Questi agguerriti combattenti sono particolarmente pericolosi e vista la loro conoscenza pratica e il rispetto che incutono potrebbero comandare tra gli aspiranti jihadisti. Molti combattenti che vengono rilasciati entrerebbero celatamente in Iraq confondendosi tra i sunniti e preparandosi per un risveglio dell’Isis. Altri potrebbero sfruttare i vuoti di sicurezza in Libia o in Somalia o rimettere in moto i conflitti in altre regioni instabili. Forse il rischio maggiore è quello che qualcuno di loro tornerà in Occidente di nascosto, tra i migranti. I paesi che esistano a riprendersi i propri cittadini ora dovrebbero rendersi conto che potrebbero ritornare a casa comunque – clandestinamente”.

Parole sulle quali dovremmo seriamente riflettere tutti: soprattutto coloro che, piuttosto che scegliere di fermare l’immigrazione clandestina, dovrebbero a mio avviso avere una più spiccata sensibilità ai temi della sicurezza sociale e del proprio territorio piuttosto che seguire una logica di accoglienza indiscriminata dei migranti a favore di una propaganda politica pro Ong e immigrazione. Come ha infatti evidenziato nella sua fatica letteraria (“Immigrazione. Le ragioni dei populisti”) Daniele Scalea, giovane co-fondatore e presidente del think thank Centro studi politici e strategici Machiavelli, il rifiuto dell’immigrazione di massa ancora continua, nel racconto mediatico, a essere descritto come una reazione irrazionale, “razzista” e “xenofoba”. Secondo Scalea, invece, l’allarme popolare per la crisi migratoria è molto razionale e si fonda su una corretta percezione delle sue conseguenze demografiche, culturali, economiche, sociali e d’ordine pubblico. Al contrario è la linea d’entusiastica accoglienza ai flussi più massicci a fondarsi sull’ideologia: una riproposizione dell’utopia dell’uomo nuovo con l’immigrato al posto del proletario, strumento per distruggere l’ordine tradizionale ed erigere nuovi esperimenti d’ingegneria sociale sulle ceneri degli Stati-nazione.
E questo deve fare molto riflettere.
Tutti.

Torna alla Home

About Author

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp