In carcere non si può scegliere di morire

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Un detenuto, imputato di duplice omicidio, in un momento di sconforto, decide di uccidersi; “sceglie” di togliersi la vita impiccandosi alle sbarre  della finestra della sua cella.

Probabilmente posto davanti  al bivio  di una condanna all’ergastolo o a 30 anni di reclusione, considerata la sua età (53 anni) e la triste prospettiva di “marcire in carcere”, come dice sempre il nostro demagogico Capitano, e quindi uscirne nella migliore delle ipotesi a 75 anni o nella peggiore, “con i piedi avanti”, ha scelto liberamente di morire.

Ma in carcere non si può scegliere di uccidersi o di farsi morire, magari dopo un lunghissimo digiuno o non prendendo la terapia; in carcere si deve vivere, anche se un detenuto è disperato, abbandonato dalla famiglia, gravemente ammalato, imbottito di psicofarmaci, deve vivere dolorosamente, ma non può scegliere di morire.

Se lo fa, per lo Stato, per la Famiglia, per gli intransigenti Avvocati, ci deve essere sempre qualcuno che “paga”, un responsabile della morte, così da chiedere mega risarcimenti e aggredire il patrimonio personale di qualcuno, anche se messo da parte con tanti anni di lavoro e sacrifici.

Recentemente, infatti, la Procura della Repubblica di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di uno Psichiatra e di una Educatrice del carcere di Palermo Pagliarelli, colpevoli a quanto pare  di non avere seguito “con la giusta attenzione” il duplice omicida di Falsomiele. Secondo la Procura i due imputati (Psichiatra ed Educatrice) non avrebbero valutato abbastanza attentamente le condizioni psichiche del detenuto, che era affetto da una grave forma di depressione e che, quindi, sia lo psichiatra che l’educatrice (che non è né psicologa né psichiatra ndr) non si sarebbero accorti del gesto estremo che stava per compiere.

Ma la vicenda assume toni surreali quando si legge che gli avvocati del suicida segnalarono i problemi di salute e ne  chiesero la scarcerazione, ma un Perito incaricato dal GIP stabilì che l’allora indagato poteva restare tranquillamente dov’era; cioè restare chiuso in cella con la sua depressione e con i suoi tormenti.

Pochi giorni dopo, il 27 giugno 2016, l’uomo si uccise. Per l’accusa, a pagare deve essere qualcuno che lavora in carcere perché, se il detenuto fosse stato seguito più attentamente, il suo gesto avrebbe potuto essere evitato, anche se per il Perito nominato dal GIP era tutto a posto.

 

Fonte: Giornale di Sicilia 17/7/2019

 

 

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