La CAR (Commissione Arbitrale Regionale) uno strumento spesso inutile

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Il ricorso alla Commissione Arbitrale Regionale, almeno in passato, veniva visto come il rimedio attraverso il quale le organizzazioni sindacali rappresentative del Corpo di Polizia Penitenziaria, rappresentavano disfunzioni e violazioni delle normative e degli accordi pattizi ravvisate nell’operato delle Direzioni degli Istituti Penitenziari.

Il compito principale richiesto alla stessa Commissione era quello di pronunciarsi, con delibera, sulle presunte violazioni, inviando (al termine delle procedure di rito) le decisioni assunte nel merito alle direzioni interessate, con le dovute osservazioni.

Detto questo, non ci si può comunque esimere dal fare alcune considerazioni, di natura organizzativa, economica e sul corretto utilizzo delle risorse umane degli istituti penitenziari di cui fanno parte i componenti della Commissione, nondimeno per quei provvedimenti amministrativi che attestano le continue e persistenti violazioni da parte di alcune direzioni.

1) Pur in presenza di un dettagliato regolamento che disciplina l’intero iter, la richiesta di attivazione di una CAR, dovrebbe permettere alla stessa Amministrazione Penitenziaria, di monitorare l’excursus storico di un determinato istituto, le relazioni sindacali in essere, l’attualità del clima lavorativo e, quindi, assumere piena coscienza e conoscenza di dinamiche che, spesso, trovano il loro epilogo attraverso azioni del tenore di quelle trattate dinanzi alla stessa Commissione.

Negli ultimi anni, “a farla da padrone” (in particolar modo in Emilia Romagna, regione che mi vede impegnato in qualità di segretario regionale) sono stati quasi sempre tre/quattro gli istituti emersi alla ribalta per violazioni deliberate (spesso) all’unanimità e, nella maggior parte dei casi, in maniera alquanto palese.

A questo punto la domanda nasce spontanea: possibile che una direzione, per quanto presa da una miriade di incombenze giornaliere, presti il fianco al giudizio di una Commissione anche in presenza di circostanzi chiare e che avrebbero meritato una indiscussa risoluzione delle tematiche proposte in ambito locale?

Ed al ripetersi di ulteriori richieste di attivazione della CAR, alla stessa direzione dell’istituto interessato, dal punto di vista amministrativo, quasi mai (o proprio mai), nulla viene applicato quale conseguenza amministrativa se non la mera comunicazione della delibera che ha sancito la violazione in essa contenuta.

2) Proprio per quanto emerge al punto 1, appare ulteriormente inevitabile porsi ulteriori quesiti:

La Commissione Arbitrale Regionale, solitamente composta da esponenti della parte pubblica (Provveditore, Dirigenti di istituti penitenziari, altre figure professionali dello stesso Ministero della Giustizia) e da dirigenti sindacali (poliziotti penitenziari presenti alle varie sedute fruendo di permessi sindacali su convocazione), per la trattazione delle presunte violazioni da deliberare per ogni caso specifico, raggiungono la sede della riunione (solitamente quella del PRAP regionale), affrontando viaggi e lasciando compiti e mansioni istituzionali a inevitabili rimandi e ad accumuli per i giorni a seguire, determinando ulteriori ed inevitabili disagi alla macchina organizzativa dei rispettivi istituti di appartenenza. Ovviamente, in tutto questo, non può non prendersi in considerazione il rilievo dell’esborso economico che la richiesta di attivazione di una CAR determina nelle casse della stessa Amministrazione Penitenziaria;

A supporto di quanto fin qui emerso, merita citazione il rilievo – non di certo trascurabile – che, in seno ad una stessa Direzione, viene spesso deliberata violazione per fatti oggetto già di precedenti pronunce da parte della stessa Commissione Arbitrale. Ed allora, ci si interroga nuovamente: a che serve deliberare, accantonando altri ed onerosi compiti istituzionali di direzioni e comandi, quando poi – alla fine dei vari processi e provvedimenti – ci si ritrova nuovamente a prendere in esame violazioni già trattate? Cosa fà l’Amministrazione Penitenziaria a tal riguardo?

La sensazione è quella che ci si limiti solo ed esclusivamente a trasmettere gli esiti della Commissione Arbitrale senza valutare che le persistenti violazioni (anche per gli stessi temi già trattati in altre sedute) inducono a riflettere (anche sotto il profilo disciplinare, laddove i fatti contestati evidenzino evidenti responsabilità da parte delle stesse direzioni) sul modo di operare nelle diverse strutture decentrate e ad acclarare palesi disorganizzazioni e criticità;

3) Negli ultimi tempi, appare sempre più chiara una sensibile contrapposizione negli orientamenti delle vertenze esaminate, tra i componenti di parte pubblica con quelli di parte sindacale. Per meglio chiarire tale ultimo inciso, la Commissione viene inizialmente formata in composizione paritetica, chiamati a votare sui temi presentati dalla O.S. di turno in ordine a presunte violazioni. Sempre in Emilia Romagna, non di rado, si è giunti ad un ex equo nelle votazioni, ragion per cui a decretare l’esito finale – in seconda votazione – si aggiungeva anche il voto del presidente della Commissione.

Senza voler in alcun modo fare indebite ed ingiustificate ingerenze nella formazione della volontà di ogni singolo componente (certi di ogni singola indiscussa professionalità e correttezza), la composizione paritetica – in più circostanze – non trova riscontro nella pratica: con il Presidente (nella maggior parte dei casi, dirigente di istituto penitenziario e quindi a tutti gli effetti da considerarsi alla stregua dei componenti di parte pubblica), la parte sindacale risultava quasi sempre in minoranza nella misura di un rappresentante.

Non a caso, almeno per quelle votazioni per cui si rendeva necessario un “ballottaggio”, dopo un classico “pareggio”, il voto in aggiunta per il raggiungimento della maggioranza assoluta da parte del Presidente, vedeva solitamente quest’ultimo avallare lo stesso orientamento seguito dalla stessa parte pubblica.

Tutto questo ha portato a sostenere che lo stesso regolamento della Commissione Arbitrale Regionale e le modalità che disciplinano la composizione della Commissione, meritano inevitabili aggiornamenti.

4) Ovvio che, a margine di quanto fin qui illustrato, l’Amministrazione Penitenziaria regionale, dovrebbe valutare la reale consistenza delle violazioni che determinano le delibere emesse dalla Commissione Arbitrale ed il perché si arriva a richiedere la loro stessa attivazione.

Il tutto improntando il proprio orientamento anche in quelle circostanze che determinano il ripetersi di fatti oggetto di precedenti deliberazioni, nondimeno per ciò che concerne una dettagliata analisi nei rapporti tra le singole direzioni e le organizzazioni sindacali in quegli istituti maggiormente interessati dalle procedure arbitrali, non dà ultimo quello di considerare anche ciò che concerne disagi arrecati all’erario e con essi all’esborso economico a cui si và incontro ogni qualvolta si richiede la convocazione di una commissione.

Non può non considerarsi l’ulteriore disfunzione caratterizzata dalla sottrazione delle risorse umane a disposizione degli istituti penitenziari di cui fanno parte i componenti della Commissione, quali dirigenti ed unità di personale di Polizia Penitenziaria.

In tal caso, risulta ulteriormente aggravata la situazione dei già noti carenti organici degli istituti (e, sempre per essere più esaustivi, rilevo dati statistici risalenti allo scorso anno solare negli stabilimenti penitenziari dell’Emilia Romagna), con l’ulteriore depauperamento delle risorse umane a disposizione.

Proprio in virtù di quest’ultimo inciso, al solo fine di rendere un quadro chiaro e completo in grado di risaltare quanto fin qui rappresentato, avendo particolare riferimento a quel personale interessato dalle varie convocazioni in Commissione, si riporta, di seguito, un quadro riassuntivo relativo ad una seduta del maggio dello scorso anno, con in esso annotati gli istituti penitenziari di provenienza di ogni singolo componente, la distanza e la percorrenza chilometrica nonché i mezzi utilizzati per il raggiungimento della sede del Provveditorato Regionale, unitamente all’indicazione degli eventuali autisti (quindi, personale di Polizia Penitenziaria):

Per le spese di viaggio (carburante + altri mezzi di trasporto) il dato và elaborato sulla percorrenza di un totale pari a 2.042 Km con l’aggiunta del logorio dei mezzi dell’Amministrazione Penitenziaria.

Infine, appare quantomeno lecito rappresentare che, a fronte di un albo delle delibere emesse e che dovrebbero fungere da “giurisprudenza interna” non è raro il caso in cui fatti e circostanze simili trovino posizioni ingiustificatamente differenti tra loro sia dal distretto regionale che dagli stessi componenti la commissione, con delibere scritte in “geroglifico” mentre in altre circostanze anche i temi proposti da alcuni sindacati presentano illogicità ed incoerenza a seconda se si discute di situazioni riguardanti propri iscritti o quelli di altre organizzazioni sindacali. Ragion per cui, sento il bisogno di definire quantomeno inutile il modus operandi riconosciuto alla maggior parte delle CAR attivate e regolate nei modi sopra descritti.

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