La comunicazione e l’immagine della Polizia Penitenziaria

Questo mese vorrei parlare della “comunicazione” della Polizia Penitenziaria come istituzione e, più in generale, quella che riguarda il carcere e l’esecuzione penale.

Indubbiamente (e purtroppo), va detto preliminarmente che i mass media, ed i cittadini in generale, non sono molto interessati al carcere e a quello che succede nel mondo dell’esecuzione penale. Di fatti, per ottenere l’attenzione dell’opinione pubblica, la comunicazione deve approfittare dei momenti di crisi per far “passare” le informazioni. 

Molti anni fa, nel 2004, fu commissionata un’indagine che analizzò la rassegna stampa per un paio di mesi. Gli articoli esaminati, in gran parte, si riferivano a scontri e violenza, indagini e ricerca di responsabilità. In tutti gli articoli era molto limitata la parte sulla missione del DAP e solo in minima parte trattavano il tema del reinserimento dei detenuti. Per quanto riguarda gli episodi raccontati ed i contenuti, la valutazione era neutrale per il 44 per cento, positiva per il 30 per cento e negativa per il 25 per cento degli articoli.

I risultati di quell’analisi portarono alla conclusione che l’informazione sul carcere che arrivava ai cittadini dai mass media era molto emotiva, poco critica e conteneva, perlopiù, posizioni pro o contro, in cui non vi era spazio per una riflessione approfondita sul mondo penitenziario, sulle sue criticità e sulla sua necessità di essere riformato.

Qualche tempo dopo, nel 2010, l’amministrazione commissionò un sondaggio. Secondo i risultati di quel sondaggio, il mondo penitenziario costituiva per gli italiani una realtà largamente sconosciuta. I dati dell’indagine dimostrarono quanto sia approssimativa e contraddittoria, nell’immaginario collettivo, la percezione del sistema penitenziario. 

Solo una ristretta minoranza di italiani sapeva quanti erano gli istituti penitenziari italiani o il numero dei detenuti. Ancora più distante dalla realtà era la percezione del numero dei detenuti stranieri, la cui entità era fortemente sovrastimata. Eppure, a fronte di tanta indeterminatezza, se interrogati sull’efficienza del sistema carcerario gli intervistati esprimevano un giudizio negativo, con una valutazione traducibile numericamente in una grave insufficienza (4,4). Secondo 6 italiani su 10 bisognava risolvere il problema del sovraffollamento, avvertito diffusamente come “l’emergenza delle emergenze”.

In secondo luogo, bisognava rendere effettive le finalità riabilitative della pena detentiva, irrealizzate secondo 7 italiani su 10. Gli intervistati suggerivano in proposito di incrementare le attività socialmente utili ed il lavoro in genere.

A ottenere il migliore gradimento sono state le risorse umane e, per quanto la Polizia Penitenziaria godesse di una fiducia inferiore a quella delle altre forze dell’ordine, la maggioranza di coloro che affermano di averne sentito parlare dichiarò di averne un’opinione positiva.

Tradotto in termini valutativi, il giudizio era quantificabile in una sufficienza piena (6,2). L’apprezzamento verso il Corpo ottenne un punteggio particolarmente elevato tra chi aveva avuto un contatto diretto o aveva avuto modo di approfondirne ulteriormente la conoscenza: in questo caso la fiducia è giunta a superare la soglia dell’80%. La fascia più consistente degli intervistati, tuttavia, riferiva un’opinione indiretta, in larga parte mediata dai mezzi di comunicazione di massa. La visibilità del Corpo di Polizia Penitenziaria fu associata, quasi esclusivamente, a episodi violenti: suicidi o incidenti negli istituti, commissione di reati da parte di ex detenuti, evasioni. La professione dell’agente di Polizia Penitenziaria veniva descritta come difficile, ma anche pericolosa e talvolta frustrante. Solo la metà del campione vi riconobbe un tratto positivo, il coinvolgimento umano ed emotivo, mentre una ristrettissima minoranza ritenne che la professione era socialmente apprezzata e adeguatamente retribuita.

L’immaginario degli italiani, comunque, relegava l’attività della Polizia Penitenziaria unicamente a mansioni di vigilanza e sicurezza, mentre era pressoché sconosciuta la sua partecipazione alle attività di rieducazione e reinserimento dei detenuti, così come largamente ignorata la presenza nel corpo di personale femminile.

In conclusione, l’indagine dimostrò come, accanto all’atteggiamento fortemente critico nei confronti del sistema carcerario, sussistesse nell’opinione pubblica una valutazione equilibrata, talvolta anche positiva, dell’organizzazione e degli uomini impegnati nella sua gestione. Al termine dell’indagine, il 56% degli intervistati dichiarò di avere migliorato la propria opinione sulla Polizia Penitenziaria.

Appare, dunque, evidente come l’immagine del Corpo abbia significativi margini di crescita attraverso la valorizzazione di un potenziale fino ad ora solo parzialmente espresso. 

Una adeguata strategia di comunicazione, che favorisca un contatto più diretto con l’opinione pubblica e accentui la visibilità delle prerogative rieducative e sociali, può costituire un primo passo in questa direzione. Tanto che, a gennaio, il Rapporto Italia 2019 dell’EURISPES, confermando il sentimento di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine da parte dei cittadini, ha evidenziato il trend in crescita della fiducia nei confronti della Polizia Penitenziaria, aumentata dal 66 al 68%.

Noi del Sappe ci siamo sempre occupati dei temi della comunicazione e dell’immagine del Corpo di Polizia Penitenziaria nel contesto sociale. Lo abbiamo fatto e lo facciamo, principalmente, per permettere all’opinione pubblica di avere elementi oggettivi di valutazione circa i compiti e il ruolo delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria nel difficile contesto carcerario. E’, infatti, molto approssimativa la conoscenza del nostro lavoro, quello del poliziotto penitenziario, perché il carcere è un ambiente chiuso e, per questo, è difficile venire a sapere quel che fanno le donne e gli uomini con il Basco Azzurro.

Un dato è oggettivo: spesso e volentieri, quando stampa-radio-tv si occupano di carcere, non lo fanno per mettere in evidenza anche il ruolo sociale del Corpo di Polizia Penitenziaria ma piuttosto per dare risalto a iniziative estemporanee di singole Direzioni, come ad esempio una sfilata delle donne detenute, l’impiego di qualche ristretto in attività di recupero del patrimonio ambientale cittadino o l’organizzazione di un corso di cucina.

Sia chiaro, è giusto che queste cose siano messe in evidenza, ma è sbagliato non farlo anche per gli eventi legati all’operatività quotidiana della Polizia Penitenziaria. Penso, ad esempio, ai suicidi in cella sventati dai nostri Agenti.

Quasi nessuno sa che, negli ultimi 20 anni, le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 20mila tentativi di suicidio impedendo, inoltre, che quasi 142mila atti di autolesionismo potessero avere peggiori conseguenze.

Per non parlare, poi, dei tempestivi interventi in caso di incendio (dove le operazioni risolutive dei poliziotti hanno scongiurato vere e proprie tragedie), dei malori, delle risse, delle colluttazioni, dei rinvenimenti di droga, di telefoni cellulari, di armi …

Eppure mai, o quasi mai, queste notizie sono veicolate agli organi di informazione, come invece dovrebbero, attraverso i canali istituzionali.

E’ il Sindacato che si è sostituito all’Amministrazione in questo compito ed è il Sindacato che diffonde notizie e numeri di queste tragedie. 

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di trasformare il carcere in una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo può permettere di far apprezzare il prezioso e fondamentale lavoro svolto con professionalità, abnegazione e umanità dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria.

L’ascolto attivo, la trasparenza, l’integrità, l’apertura verso la stampa sono, e dovrebbero essere anche per il Corpo di Polizia Penitenziaria, valori essenziali ed elementi portanti dell’attività di comunicazione, sia con l’ambiente esterno sia con quello interno.

La cultura della Polizia Penitenziaria, così come quella della Polizia di Stato, è formata dall’insieme dei valori, delle convinzioni e dei linguaggi che sostengono il suo mandato.

L’assoluta trasparenza dell’immagine dovrebbe essere il punto centrale della politica di comunicazione in quanto crea le migliori condizioni di visibilità dell’istituzione da parte dei cittadini che, a loro volta, sarebbero stimolati ad avere più fiducia.

L’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha redatto, nel marzo 2013, un Protocollo deontologico per i giornalisti che trattano notizie concernenti il carcere, i detenuti o gli ex detenuti, noto come “Carta di Milano”, affinché le notizie “del, dal e sul” carcere vengano trattate con l’obiettività e la serietà che meritano, senza inutili sensazionalismi e pregiudizi.

La trasparenza, insomma, è una condizione ottimale di visibilità nei due sensi, dall’interno all’esterno e viceversa ed è, quindi, ancora più incomprensibile constatare come verso essa l’Amministrazione della Giustizia,  e quella penitenziaria in particolare, impieghi così poche risorse e così poca attenzione.

Ciò detto, a mio avviso assume ancor più importanza la necessità di una efficace comunicazione istituzionale a fronte di un approccio alle questioni penitenziarie che, da parte di qualcuno, è talvolta condizionato da  pregiudizi, per cui il bene è sempre e solo da una parte (mai quella della Polizia Penitenziaria) e il male dall’altra.

E questo è sbagliato, come sbagliata sarebbe anche una impostazione esattamente opposta. Si può e si deve parlare di Polizia Penitenziaria, di carcere e di quel che in esso avviene con semplicità, chiarezza ed obiettività.

Il silenzio, invece, crea solo disinformazione e spinge i giornalisti a rivolgersi ad altre fonti o a ripiegare su temi minori, collaterali ma più sensazionalistici, fondati su dicerie e speculazioni provenienti da fonti meno affidabili. 

Il silenzio può inoltre essere interpretato come intenzione di nascondere qualcosa e, in ogni caso, condiziona la percezione del pubblico e della stampa.

Da ultimo, ma non per importanza, un accenno ai social network, che sono diventati strumenti indispensabili per chi vuole fare informazione.

Probabilmente, per molte persone i social sono solo uno dei tanti modi per cercare visibilità. Per altri, si tratta di un ulteriore modo di comunicare. Per altri ancora, hanno sostituito il vecchio bar dello sport.

Le pagine Facebook, ad esempio, sono l’aspetto più interessante, perché consentono una grande aggregazione attorno a una persona, a un gruppo, a un’azienda o a un sito, mantenendo però una gerarchia ben definita. 

Il titolare della pagina può informare i propri fans in modo molto efficace e senza intasare il proprio sito con informazioni “temporanee”, facendosi conoscere meglio attraverso la struttura di Facebook.

Insomma, Facebook più che il nuovo bar, è piuttosto un luogo dove persone con un minimo comun denominatore si informano e possono interagire.

Purtroppo, va anche detto che nel linguaggio utilizzato sui social network c’è molta violenza verbale, si ascolta poco quello che dice l’interlocutore e tutti sono “uguali”. 

Tutti sono convintissimi di quello che dicono e ognuno pensa di avere la verità in tasca. Le conversazioni assomigliano a quelle che si potevano ascoltare al bar dello sport, ma ora la platea è universale. 

Non a caso la Polizia di Stato ha ritenuto regolamentare l’uso dei social da parte del personale con una circolare.

Umberto Eco, in tempi non sospetti, aveva già intuito gli aspetti negativi del fenomeno, allorquando affermò che “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

Un altro dei problemi contingenti all’uso dei social network è quello delle fake news, le notizie inventate, ingannevoli, prive di qualsiasi fondamento. 

Le dinamiche dei social e la loro struttura orizzontale favoriscono il meccanismo di diffusione delle false notizie. All’interno dei social network, esiste uno scarso controllo sui contenuti delle notizie e la loro condivisione è facilissima perché richiede un piccolissimo impegno da parte degli utenti, in termini di tempo e di energie.

In realtà il problema è molto serio, al punto che sono nati alcuni siti, anche scientificamente rilevanti, che si occupano di smascherare millantatori (su tutti, vorrei segnalare il Disinformatico, il CICAP e Bufala.net).

Sul fenomeno delle fake news c’è stata anche un’indagine scientifica della Scuola Alti Studi di Lucca.

Lo studio ha analizzato i post e le interazioni di 54 milioni di utenti in cinque anni, fra il gennaio 2010 e il dicembre 2014. In particolare, la ricerca ha approfondito il “consumo” sia delle informazioni fondate (ossia di quelle scientifiche e affidabili), sia di quelle infondate.

I risultati hanno rivelato l’esistenza delle casse di risonanza: recinti chiusi della comunicazione digitale dai quali gli utenti faticano ad uscire perché vi trovano conferma ai loro pregiudizi. 

Sono stati anche esaminati gli effetti del cosiddetto debunking (la pratica di mettere in dubbio o smentire affermazioni false o esagerate, basandosi su metodologie scientifiche). 

La ricerca ha dimostrato che i contenuti di debunking rimangono confinati all’interno dell’area scientifica e che solo alcuni utenti interagiscono attivamente con questi post di correzione e spiegazione. Invece, gli utenti autori delle fake news che interagiscono con i debunker, diventano ancora più attivi una volta rientrati nel proprio gruppo di partenza.

In altre parole, gli sforzi di debunking sembrano quasi del tutto inefficaci.

Purtroppo, dobbiamo rilevare che anche su alcuni siti web e, soprattutto, su alcune pagine social che si occupano di amministrazione penitenziaria e di Polizia Penitenziaria, proliferano le fake news.

Spesso siamo costretti, noi stessi, a smentire queste false notizie ma, purtroppo, l’energia che impieghiamo per spiegare la verità è maggiore di quella impiegata dai bugiardi per costruire menzogne ed è energia che viene inutilmente distolta da attività molto più produttive.

Per di più, la sempre più scarsa fiducia delle persone nei confronti delle istituzioni e l’analfabetismo funzionale (l’incapacità di capire appropriatamente e a fondo ciò che si legge) rendono il terreno fertile ai mistificatori e ai bugiardi patologici. 

E contro questi, dicono gli scienziati, le campagne di debunking non servono a molto.

 In pratica la conferma di quello che dicevano i greci più di duemila anni fa: “Contro la stupidità degli uomini, neanche gli Dei possono nulla.”

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Informazioni sull'autore

Giovanni Battista De Blasis

Nato a Roma il 26 agosto 1958 già Sostituto Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in giurisprudenza, un master in scienze criminologiche ed uno in scienze penitenziarie e dell’esecuzione penale. Giornalista pubblicista. Autore di pubblicazioni tecnico-giuridiche, professionali, saggistiche e satiriche. Avvocato praticante. Manager per i servizi di mediazione. Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Vice Presidente e Direttore del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Vice Presidente Vicario dell’Anppe.

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