La legge non è uguale per tutti …

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Per chi non frequenta abitualmente tribunali, giudici e avvocati, i problemi legati all’amministrazione della giustizia appaiono sfocati e remoti.

Eppure il bisogno di giustizia è uno dei più radicati nel cuore e nella mente degli uomini e il modo in cui lo Stato risponde a questo bisogno influenza molti ambiti della vita civile, sociale ed economica.

Compito della giustizia è quello di dare “a ciascuno il suo” e l’aspirazione dei cittadini alla giustizia si coniuga con l’aspirazione più generale alla libertà e all’uguaglianza.

La percezione dei più è che la legge, nel nostro Paese, non è uguale per tutti, che denaro, potere e amicizie rendano taluni più uguali degli altri, che l’impunità sia garantita ai più forti. Nel frattempo mafie e corruzione dilagano e le carceri, sovrappopolate, stanno scoppiando.

Assistiamo inoltre, da qualche tempo, ad un’ingerenza sempre più allarmante del potere politico e legislativo su quello giudiziario, con l’approvazione di norme e l’adozione di provvedimenti che sembrano intralciare, quando non intimidire, il corso della giustizia.

Un’ingerenza, quella del potere politico, che è in contrasto con la separazione e autonomia dei poteri auspicata dall’illuminista Charles Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), già nel lontano 1748, nella sua geniale ed innovativa opera “Lo spirito dello leggi”.

Che la percezione di un malfunzionamento della giustizia non sia soltanto un’impressione soggettiva lo testimoniano i dati di studi statistici che, in tema di giustizia civile, in passato, aveva collocato il nostro Paese al 158° posto su 183 Stati scrutinati.

Gli esperti sostengono che in Italia il sistema giudiziario è lento e farraginoso e non è in grado di rispondere con efficacia alle esigenze del cittadino.

I processi possono prolungarsi anche per dieci, quindici anni.

La lentezza e l’inefficienza nell’amministrazione della giustizia non soltanto ledono i diritti e la fiducia dei cittadini, ma provocano dei concreti danni economici. L’incertezza e i lunghi tempi correlati a una causa giudiziaria, scoraggiano i capitali stranieri che vorrebbero investire nella creazione di imprese sul nostro suolo nazionale.

Alcune delle cause del cattivo funzionamento del sistema giudiziario vanno ricercate nei mali che affliggono cronicamente la burocrazia e la società italiana: l’appartenenza e le relazioni contano più del merito e la comodità personale del singolo funzionario prevale sui diritti del cittadino. Il tutto unito a una difesa corporativa dei propri privilegi e accompagnato a un vuoto di motivazioni ideali che da noi lasciano sempre più spazio all’arrivismo e al profitto anche illecito.

Tutti noi italiani, poi, forse per carattere nazionale e incoraggiati dal numero spropositato di avvocati, siamo un popolo molto litigioso.

Molte cause vengono intentate per futili motivi e vanno ad appesantire un sistema già stressato di suo.

I correttivi proposti sono una riduzione e redistribuzione sul territorio nazionale dei tribunali, la depenalizzazione dei reati minori, sostituendo alla condanna penale una sanzione amministrativa, lo stanziamento di risorse adeguate che vadano a sopperire alle carenze di organico e di mezzi, soprattutto laddove i magistrati sono in prima linea nella lotta ai reati gravi, nel contrasto alla criminalità organizzata, al traffico di droga e alla corruzione politica e amministrativa.

Il numero di leggi in Italia appare oggi eccessivo, per cui si dovrebbe procedere a un’intelligente opera di sfoltimento e di semplificazione.

Una migliore organizzazione del lavoro e l’informatizzazione degli apparati di giustizia favorirebbe lo svolgimento di indagini e processi. Esperimenti proprio in questa direzione sono già stati compiuti, ad esempio a Milano e a Torino, con risultati molto incoraggianti, cui ampio risalto hanno dato anche libri e giornali.

Una incisiva riforma della giustizia urge, dunque in Italia, per diffondere nei cittadini quella fiducia nelle istituzioni, da noi atavicamente e pericolosamente assente, e scongiurare che si avveri il tragico monito di Trasimaco, secondo il quale “i giusti, nella relazione con gli ingiusti, perdono sempre”.

Certamente una riforma della giustizia non è sufficiente se non si accompagna a una convinta educazione alla legalità, se non si  diffonde cioè fra i cittadini il concetto che la legalità e il rispetto di norme, regole e leggi porta nel medio termine benefici individuali e collettivi e alza la qualità della vita di tutti.

E’ quindi il potere, economico principalmente, a rendere la giustizia non uguale per tutti.

Già nella Grecia di Solone e poi in quella di Aristotele (che a dire il vero era macedone, di Stagira) l’avevano capita la difficoltà del processo e della certezza della pena.

Così avevano stabilito, in pratica, che per la maggior parte dei reati la pena consisteva nell’esilio.

In fondo ciò che i buoni chiedono è che i cattivi si levino dai piedi.

E li spedivano fuori da confini.

Ma questo era possibile, nell’antica Grecia, perché esistevano ancora “fette di mondo” non ancora abitate, terre di nessuno dove era possibile esiliare i cattivi.

Oggi questa opportunità non c’è più e allora sono necessarie le carceri.

Sempre per restare nell’antica Grecia, che certo non può essere considerata un paese barbaro quanto a filosofia e diritti, in carcere, e a morte, ci finiva solo chi commetteva reati contro la religione e la personalità dello Stato. Gli altri, tutti fuori e beni confiscati. In cambio, i processi erano relativamente semplici (ma anche lì i “potenti” si facevano difendere da bravi oratori-avvocati – ad esempio Aristotele – e riuscivano almeno a evitare la confisca dei beni oltre che il diritto a rientrare dopo qualche anno).

Per chi invece doveva finire in carcere o addirittura a morte, non era per niente semplice.

Lo stesso Socrate se non avesse rinunciato a difendersi, sfidando le leggi ateniesi, sarebbe stato assolto, come ormai qualunque storico concorda.

Alla mafia e al crimine organizzato non fa paura il carcere, ammesso che diventi certo. Fa paura perdere il proprio potere economico. Perdere i propri beni. Secondo voi perché un mafioso fa il mafioso invece che l’impiegato di banca? Per vocazione?

Per il potere.

E il potere, nel mondo, da sempre, lo dà il controllo dell’economia.

In un villaggio sperduto chi controllasse l’unica piantagione di grano, o di verdura, o di frutta, avrebbe tutto il potere.

Sarebbe un “mafioso”, capace di imporre la sua volontà in cambio di un chilo di farina.

Bill Gates non ha potere?

Certo che ce l’ha. E perché?

E’ mafioso? No, ma controlla una fetta importante di economia.

La mafia ha sempre ucciso non tanto perché arrestavano Tizio o Caio, boss o gregari, ma perché quegli arresti erano funzionali alla disarticolazione del sistema economico e di potere che controllavano. Del sistema economico e di conseguenza di quello politico.

Perché la politica vive sul consenso, e questo è giusto, ma in Italia – nel corso del Novecento – sempre più il consenso è dipeso dalla concessione, sotto forma di favori, di quelli che avrebbero dovuto essere diritti.

E i favori, per definizione, li può concedere chi controlla un potere superiore agli altri.

Ma questo non è un problema della legge, del processo, della giustizia. Allora: perché preoccuparsi tanto di carcere, detenuti e sentenze?

Perché il solo fatto che, prima o poi, fossero 10 giorni, 10 anni o 40, il detenuto esce dal carcere – e su questo non ci sono sostanzialmente più dubbi visto che tutti sono d’accordo sull’abolizione della pena di morte – è interesse della società rimettere in libertà qualcuno che sia un po’ meglio rispetto a quando è entrato, in carcere. Dunque il carcere deve avere un “senso”.

E qui siamo alla ragionevolezza della pena: non è vero che chi uccide un pedone mentre guida un’auto da ubriaco o da drogato viene condannato a 2 anni.

Di solito ne prende 7 o 9.

Certo non 22 o 30, dal momento che questa è la pena per l’omicidio volontario non premeditato.

Dunque, ragionevolmente, se ci pensiamo, chi uccide sostanzialmente per sbaglio, anche se con gravi colpe, viene condannato a un terzo della pena che merita chi uccide volontariamente.

Se invece l’omicidio è premeditato c’è l’ergastolo ma anche in questo caso dopo 26 anni le leggi sull’esecuzione della pena prevedono che, se ci si comporta bene in carcere, si possa uscire. Il fatto che esca chi non lo merita non è un problema della legge ma dei sistemi che dovrebbero assicurare la giustizia.

Su questi si può incidere scegliendo correttamente gli amministratori dello Stato.

Se si rinuncia anche a fare questo, non ci si può poi lamentare di nulla.

In Italia, in ogni aula di tribunale, si trova scritto: «La legge è uguale per tutti». Ma è davvero così?

In realtà la legge non è uguale per tutti e non può esserlo.

È obbligata a fare distinzioni: vi sono però differenziazioni ragionevoli e inique discriminazioni.

È ragionevole quella legge che impone a chi ha di più di dare di più alla collettività attraverso tasse più alte, ma ingiuste sono quelle che ravvisano in sistemi politici e di governo pagine dedicate ad una miriade di principianti che dietro il dare per avere erigono piramidi di illegalità, di avversità, di inevitabili nefandezze che a torto si riflettono sul popolo che da anni legge distorcendola la massima apposta nelle aule giudiziarie.

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