La mediazione penale con la vittima e la tutela dell’affettività nel nuovo Ordinamento Penitenziario Minorile

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Riprendendo l’egregio articolo di Ciro Borrelli su questa Rivista, n. 267 del dicembre 2018 “Dal 10 novembre è in vigore l’ordinamento penitenziario minorile (d. lgs 121/ 2018 )”, occorre ricordare come la legge 26 luglio 1975 n. 354 introduceva un sistema organico di “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” che riguardava i detenuti di ogni età, con la riserva  dell’emissione di una specifica legge per quelli minorenni, prevista nell’art. 79, secondo cui “le norme   della  presente legge  si applicano anche nei confronti dei minori di anni diciotto sottoposti a misure penali, fino a quando non sarà provveduto con apposita legge…..le funzioni della sezione di sorveglianza e del magistrato di sorveglianza sono esercitate rispettivamente dal tribunale per i minorenni e dal giudice di sorveglianza presso il tribunale per i minorenni.”.
Ora, incredibilmente, ci sono voluti ben 43 anni perché il precitato articolo 79 venisse finalmente applicato ai minorenni dal Decreto  Legislativo 2 ottobre 2018 n. 121, estendendosi anche ai giovani adulti di meno di 25 anni (che però abbiano commesso il delitto,  per cui stanno scontando la pena in un carcere minorile,  quando non avevano compiuto ancora i diciotto anni, ai sensi dell’art. 5 della legge  11 agosto 2014 n. 117 ), intitolato “Disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni in attuazione della delega di cui all’art. 1, commi 81,83 e 85,lett. p), della legge 23 giugno 2017 n. 103” . Un periodo  cronologico lunghissimo per soddisfare l’interesse “superiore e  preminente”  della persona minorenne, riconosciuto da tutte le leggi nazionali e internazionali  attualmente vigenti, e proprio, in particolare, di quello del minorenne più vulnerabile  che si trova ristretto nel carcere minorile – denominato  Istituto Penale Minorile (IPM )nell’art. 8 del  Decreto Legislativo 28 luglio 1989 n.272 – in una situazione oggettiva di grave disagio .
La predetta riforma penitenziaria  costituisce – per la sua giusta carica di favore del trattamento penitenziario  minorile rispetto a quello degli adulti, improntato ad un progetto d’intervento educativo  ex art. 14  del Decreto Legislativo n. 121 del 2018 –  una concreta applicazione della norma “rinforzata”  ( in quanto tutela un interesse – quello dei minori -prevalente su altri diritti  costituzionalmente protetti ) del secondo comma dell’art. 31 della Costituzione , secondo cui  la Repubblica “protegge la maternità, l’infanzia  e la gioventù,  favorendo gli istituti necessari  a tale scopo” e del terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, per il quale “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.” .
In essa, programmaticamente,  all’art. 1. 2, si stabiliscono i principi  cardine dell’intera impalcatura normativa, affermandosi che : “L’esecuzione della pena detentiva e delle misure penali di comunità deve favorire percorsi di giustizia riparativa e di mediazione con le vittime del reato. Tende altresì a favorire la responsabilizzazione, l’educazione e il pieno sviluppo psico-fisico del minorenne, la preparazione alla vita libera, l’inclusione sociale e a prevenire la commissione di ulteriori reati, anche mediante il ricorso a percorsi di istruzione, di formazione professionale, di istruzione e formazione professionale, di educazione alla cittadinanza attiva e responsabile,  e di attività di utilità sociale, culturali, sportive e di tempo libero.”.
In questo programma, giustamente ambizioso, di concreta  rieducazione vi è la grossa novità di favorire, in primo piano, “i percorsi di giustizia riparativa e di mediazione con le vittime del reato”, spesso trascurati nella loro importanza nella legislazione precedente, anche perché di assai ardua attuazione, o al più delegati ad attività  facoltative lasciate alla buona volontà degli operatori  minorili.
Indubitabile appare, infatti, la necessità che il minore che ha commesso un delitto comprenda eticamente, al di là della sanzione giuridica giustamente irrogatagli, il male che ha provocato nella sua vittima e conseguentemente deve compiere i passi necessari, indotto  in base ad una intima convinzione e non solo per mera convenienza di ottenere sconti di pena, di chiederle scusa, anche qualora essa  non sia accolta dalla stessa, come può capitare nei casi dei reati più gravi, compiendo in ogni caso, per il suo pregresso comportamento delittuoso, oltre al mero risarcimento pecuniario del danno,  attività di utilità sociale mirate alla  collettività di riferimento della medesima , e quindi indirettamente compensative del danno dalla stessa subito,  quale, tanto per citare un esempio concreto, la pulizia quotidiana del giardino pubblico vicino alla casa della sua vittima.
Sulla medesima linea programmatica verte il richiamo a instaurare percorsi tendente ad inserire nel progetto d’intervento educativo lo svolgimento delle precitate “attività di utilità sociale”, che il legislatore, opportunamente, rende sempre obbligatori per tutte le misure penali di comunità , esterne al carcere (affidamento in prova, detenzione domiciliare  e semilibertà), ai sensi dell’art. 3 .1 della nuova riforma (“Il tribunale di sorveglianza, nel disporre una misura penale di comunità, prescrive lo svolgimento di attività di utilità sociale, anche a titolo gratuito, o di volontariato.”).
Inoltre la nuova normativa, per tutelare l’obiettivo previsto nel precitato art.1.1 del “pieno sviluppo psico-fisico del minorenne” anche se detenuto , affronta giustamente con grande coraggio sia il problema di evitare il rischio di ulteriore  inquinamento  della sua personalità per i concreti contatti  con soggetti più grandi di età e quindi  tendenzialmente  più  “esperti” nel crimine,  tanto da poter fare da “cattivi maestri” per quelli più piccoli , che quello della tutela della sua affettività, anche essa indispensabile per una sana e completa maturità.
Per il primo  occorre sottolineare come questo pericolo di “contagio” è, purtroppo, sempre presente in tutte le comunità giovanili, soprattutto se non omogenee per età, in particolare per quelle chiuse, come gli IPM, in cui convivono soggetti dai 14 ai 24 anni. Invero già Cesare Lombroso,  padre dell’antropologia criminale, denominata successivamente criminologia, nella quinta edizione del 1897 del suo libro “L’uomo delinquente” ,  a pag. 1.227 dell’edizione Bompiani del 2013, scriveva: “Presso  a poco  altrettanto fa l’abbandono , come negli orfani, nei trovatelli, nei ragazzi vagabondi, a cui la società – quando pur lo fa – provvede con mezzi che possono dirsi vere educazioni criminali, raccogliendoli  in masse, in istituti , dove i viziosi predominano e perciò troveremo una quantità relativamente grande di trovatelli e di orfani nei criminali.”.
Per evitare le pericolose contaminazioni precitate che potrebbero  trasformare gli istituti penali minorili in luoghi di “educazione” criminale da parte dei detenuti più grandi nei confronti  di quelli più piccoli di età, l’art. 15 del precitato decreto legislativo n. 121 stabilisce l’obbligo di “separazione” all’interno della struttura carceraria  fra i soggetti entro i 18 anni e quelli di età superiore fino a tutto il ventiquattresimo anno di età, ribadendo la già esistente divisione fra imputati e condannati e quella fra maschi e femmine , queste ultime ristrette in   istituti o sezioni apposite.
L’articolo 16, poi, sancisce che le camere di pernottamento degli istituti  non possono superare la capienza di quattro posti e “devono essere adattate alle esigenze di vita individuale dei detenuti” e l’articolo 17  prevede quattro ore al giorno di permanenza all’aperto  per lo svolgimento di attività fisica e ricreativa dei minori detenuti “in modo organizzato e con la presenza degli operatori penitenziari e dei volontari”, ovviamente affinché questi possano   articolare e “indirizzare” correttamente  la comunicazione  fra i ragazzi.
Il secondo obiettivo relativo alla tutela dell’affettività , che costituisce forse  la riforma più importante contenuta nel nuovo ordinamento penitenziario minorile, è contenuto nell’articolo 19 intitolato “Colloqui e tutela dell’affettività”.
In esso si prevede  (ampliando  di molto e giustamente  la possibilità di comunicazione già  prevista per i detenuti adulti, e ciò al fine della promozione dei rapporti affettivi, come volano necessario per un concreto recupero del minore) il diritto di otto colloqui mensili di un’ora e mezza e tre telefonate  settimanali sia con i congiunti  che – altra giusta novità – con “le persone con cui sussiste un significativo legame affettivo”.
Il comma 2 del predetto articolo 19, inoltre, sancisce opportunamente che  “per i detenuti privi  di riferimenti socio-familiari  sono favoriti colloqui con volontari autorizzati  ad operare negli istituti penali per i minorenni ed è assicurato un costante supporto psicologico.”.
Ma c’è di più in quanto il successivo comma 3 dell’art. 19 rivoluziona la tradizionale struttura del colloquio   del detenuto in un parlatorio del carcere, stabilendo che “ Al fine di favorire le relazioni affettive  il detenuto può usufruire ogni mese di quattro visite prolungate  della durata non inferiore a quattro ore e non superiore a sei ore, con una o più persone di cui al comma 1 ”.
Tali visite si devono svolgere in “unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti, organizzate per consentire la preparazione e la consumazione  dei pasti e riprodurre , per quanto possibile, un ambiente di tipo domestico” .
Come si vede il legislatore prevede, giustamente , una invasione pacifica  del mondo della famiglia, nella sua quotidianità del desco casalingo, in una struttura di custodia esterna per realizzare, finalmente, in maniera concreta  l’interesse del minore alla garanzia della tutela della sua affettività, al fine della ricostruzione positiva della sua personalità  inquinata  dalla commessa violazione criminale .
Questa nuova e rivoluzionaria previsione normativa  costituisce sicuramente un esempio di saggezza  legislativa che  conduce necessariamente  ad un esperimento pratico di criminologia minorile  rieducativa, in quanto il coordinato sforzo dei genitori  e delle altre persone con un significativo rapporto affettivo, dal lato esterno,  unito a quello dei soggetti che lavorano all’interno (magistrati, avvocati, psicologi, assistenti sociali, educatori, volontari ), dovrebbe rendere la detenzione  costruttiva  di una nuova rinascita  di un soggetto progressivamente diventato più maturo e consapevole del suo destino, pronto ad affrontare con rinnovata  speranza l’uscita dal carcere e la ritrovata libertà.
In particolare si deve sottolineare  come in questa comunicazione  tramite i colloqui , le telefonate e le visite in carcere, si realizza per la famiglia del detenuto una tipologia di ascolto assai diverso rispetto a quello attuato durante la normale quotidianità di un minore libero, e ciò deriva  non solo per la particolare collocazione del minore  in un istituto penale, ma soprattutto a causa del diverso suo stato d’animo assai depresso dalla mancanza della libertà e con un forte senso di colpa  dovuto alla perdita  della stima dei suoi parenti  che avevano sempre creduto di vedere in lui un bravo ragazzo.
Per compensare in qualche maniera siffatta sostanziale diversità comunicativa occorrerà impostare il dialogo parentale sulla base di una forte iniezione di fiducia nei confronti del detenuto , rinnovandogli stima e amore  ancor più profondo di prima, proprio perché  ha sbagliato e si spera  che egli non ripeterà più delle azioni criminali,  riscattandosi del negativo passato mediante la sua buona volontà e il concreto  aiuto  derivante dalla loro presenza affettiva costante.
E’ poi assolutamente necessario che la precitata comunicazione esterna familiare si raccordi, come già ricordato, in maniera integrata con quella interna alla struttura detentiva  dell’équipe psico-sociale,  mediante lo strumento del concreto progetto d’intervento educativo individualizzato, da predisporsi dalla predetta equipe  e da approvarsi dal magistrato di sorveglianza ex art. 69. 5 dell’Ordinamento Giudiziario del 1975, entro tre mesi dall’inizio dell’esecuzione della pena detentiva, progetto previsto nell’art. 14 del nuovo ordinamento penitenziario minorile, secondo cui “…previo ascolto del condannato , tiene conto delle attitudini  e delle caratteristiche della sua personalità. Il progetto contiene indicazioni sulle modalità con cui coltivare  le relazioni con il mondo esterno e attuare la vita di gruppo e la cittadinanza responsabile, anche nel rispetto della diversità di genere, e sulla personalizzazione dell’attività d’istruzione, di formazione professionale, di istruzione e formazione professionale, nonché sulle attività di lavoro, di utilità sociale, culturali, sportive e di tempo libero, utili al recupero sociale e alla prevenzione  del rischio di commissione di ulteriori reati.” .
Collegato al progetto educativo previsto dal predetto art. 14 è la disposizione  dell’art. 24 del nuovo Ordinamento Penitenziario Minorile  che sancisce la preparazione  delle dimissioni dall’istituto penale  nei sei mesi precedenti alla fine della pena  a carico del servizio sociale minorile, in collaborazione con l’équipe psico-sociale interna alla struttura detentiva, “elaborando programmi educativi di formazione professionale, di lavoro e di sostegno all’esterno …rafforzando, in assenza di riferimenti familiari, i rapporti con i servizi socio-sanitari territoriali e con le organizzazioni di volontariato, per la presa in carico del soggetto …individuando le figure educative o le comunità di riferimento…”.
Come si vede la norma predetta anticipa nella fase finale della stessa detenzione un particolare trattamento preparatorio del giovane alla riacquisizione completa della sua libertà, tutelandolo  con concreti “agganci esterni” che dovrebbero prenderlo in carico, almeno in una prima fase  della sua fuoriuscita dal circuito penale, al fine di rafforzare i buoni propositi, maturati in carcere , di cambiare in positivo la sua nuova vita libera e di contrastare i possibili richiami ambientali  delle “sirene del crimine” attraverso i rinnovati pericolosi  contatti con le cattive compagnie già frequentate precedentemente alla detenzione penale.
Si tratta di una  previsione normativa che va, indirettamente,  nel senso di una mia proposta , già elaborata in un altro articolo di questa Rivista (“L’uscita dei minori dal carcere e la sindrome del palombaro”, n.254 dell’ottobre 2017) da me denominata “sindrome del palombaro” in cui ritenevo  che fosse sempre necessaria una preparazione  al riacquisto integrale della libertà per un periodo ,graduato a secondo della gravità della pena scontata, da trascorrere in comunità, una volta finita la pena da scontare (e quindi extra pena e non all’interno della stessa, nei suoi sei mesi finali, come prevede l’art. 24), alla pari del palombaro  che, riemerso, viene  decompresso nella camera iperbarica prima di poter tornare a  respirare liberamente.
Ma il nuovo Ordinamento Penitenziario Minorile si preoccupa di regolamentare non solo le forme concrete di esecuzione all’interno dell’istituto penale le, come abbiamo visto fino ad ora, ma anche quelle esterne  al carcere, mediante la previsione delle misure penali di comunità, contenute nell’art. 2.1 del precitato decreto n. 121 del 2018 , e cioè l’affidamento in prova al servizio sociale, l’affidamento in prova con detenzione domiciliare, la detenzione domiciliare, la semilibertà , l’affidamento in prova in casi particolari, tutte misure disposte dal tribunale di sorveglianza per i minorenni, sulla base della proposta  redatta dall’ufficio di servizio sociale per minorenni dipendente dal Ministero della Giustizia (art. 2,2), tribunale  che, ai sensi del precitato art. 79 Ordinamento Penitenziario del 1975, è costituito da una sezione del tribunale per i minorenni.
La loro concreta esecuzione  “è affidata al magistrato di sorveglianza ( minorile ) del luogo dove la misura deve essere eseguita.” (art.12.1).
In sintesi dette misure  –  sempre modificabili nella loro tipologia e contenuto nel decorso della loro applicazione dal tribunale per i minori (per la tipologia) e dal giudice di sorveglianza minorile (per il contenuto) su istanza dei servizi sociali minorili ministeriali – riproducono terminologicamente quelle già previste nell’Ordinamento Penitenziario del 1975 (ad eccezione dell’affidamento in prova  con detenzione domiciliare  “in giorni determinati della settimana” ex art. 5, trattandosi, in questo caso, di un affidamento in prova corroborata da una parziale detenzione domiciliare programmata in particolari periodi), differenziandosi  dalle precedenti – rimaste  nella loro configurazione originaria per soli soggetti che si siano macchiati di delitto nella maggiore età, (pur restando applicabili al nuovo ordinamento penitenziario minorile, in quanto compatibili, le vecchie norme del 1975 per il richiamo espresso contenuto nell’ art. 2.12 del decreto legislativo n. 121 del 2018) – sia perché vi è la possibilità di disporle in sostituzione di detenzioni più lunghe rispetto a quanto previsto per gli adulti, che per l’applicabilità obbligatoria per tutte – a  differenza del regime previsto per coloro che abbiano commesso un reato da maggiorenni – “dello svolgimento di attività di utilità sociale, anche a titolo gratuito, e di volontariato”( art. 3.1).
Così per l’affidamento al servizio sociale minorile, invece della sostituzione al massimo dei tre anni di pena concreta da scontare  prevista per gli adulti (ai sensi dell’art. 47 dell’Ordinamento  Penitenziario del 1975), il decreto n. 121 del 2018 allarga per i minorenni il periodo di pena concreta sostituibile a quattro anni (art. 4.1).
Per la detenzione domiciliare, rispetto ai due anni di pena concreta sostituibile con gli arresti domiciliari per gli adulti (ex art. 47 ter,1 bis  Ordinamento  Penitenziario del 1975), per i minori è prevista  la possibilità di una sostituzione  della pena detentiva fino a tre anni , “quando non vi siano le condizioni per l’affidamento in prova al servizio sociale  e per l’affidamento in prova  con detenzione domiciliare” ( art. 6.1 ). Da ultimo,  il regime di semilibertà è applicabile al minore quando ha scontato almeno un terzo della pena – a differenza di quello previsto per gli adulti soltanto quando questi hanno  scontato metà della detenzione , o nei casi più gravi, i due terzi (art. 50 legge sull’Ordinamento penitenziario del 1975 ) – e permette loro di “trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto per partecipare ad attività d’istruzione e formazione personale, di lavoro, di utilità sociale o comunque funzionali all’inclusione sociale…” (art. 7).
In  conclusione bisogna evidenziare  come il nuovo ordinamento penitenziario minorile  realizza, sia per ciò che concerne il trattamento all’interno dell’ istituto penale che per le misure penali esterne di comunità,   un giusto equilibrio fra le esigenze rieducative e quelle della prevenzione criminale al fine di tutela della sicurezza pubblica,  costituendo sicuramente un esempio di civiltà giuridica finalmente adeguata ad una società moderna e democratica.

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