La verità sul numero verde antisuicidi per la Polizia Penitenziaria

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Ho letto con molto interesse gli articoli di Michele Lorenzo e di Chiara Sonia Amodeo, riguardanti, rispettivamente, il rischio suicidario nella Polizia Penitenziaria e il male di vivere dei poliziotti penitenziari, pubblicati qualche numero fa sulla Rivista.

Da esperta della materia, concordo pienamente su ciò che scrivono e sostengono, ma nella fattispecie vorrei soffermarmi sull’ipotetico servizio dell’Ospedale Sant’Andrea, che credo sia stato costruito ad hoc per interesse di tutti tranne che del personale.

A questo proposito vorrei ricordare che prima dell’istituzione di questo fantomatico servizio, a Regina Coeli era ed è in funzione un servizio di counseling psicologico diretto a tutto il personale, nello specifico a quello di Polizia Penitenziaria, creato dalla sottoscritta, Dott. ssa Nadia Giannoni, Psicologa, transitata dal Ministero della Giustizia alla Asl Roma1 nel 2008, a seguito del trasferimento delle funzioni sanitarie dallo stesso ministero alle ASL.

Il progetto, molto articolato, nasceva proprio da una profonda conoscenza acquisita negli anni del sistema penitenziario e delle necessità di chi ci lavora.

Così nel 2010, dopo una fase esplorativa del contesto, la somministrazione di questionari ad hoc sullo stress da lavoro correlato, il report, una intensa azione di informazione e condivisione col personale, è nato il primo sportello di counseling psicologico per la Polizia Penitenziaria, tenuto in vita tra innumerevoli difficoltà e senza che gli venisse data la giusta importanza.

Beh, in tutti questi anni tanto si è parlato di benessere organizzativo, psicologia dell’emergenza, stress lavoro correlato, suicidio e malattie professionali, ma mai, sottolineo Mai, sono stata chiamata a parlare delle mia esperienza professionale, che funziona ed è di significativo valore. Niente è più importante infatti del vedere la trasformazione di una persona quando qualcuno gli tende una mano nel momento del bisogno.

La mia esperienza professionale poteva essere un modello esportabile in altre realtà, considerato che si muove su presupposti di conoscenza del sistema e dello stesso personale, ma sia il Prap che il Ministero e la stessa ASL, pur essendone a conoscenza, non hanno mai voluto dargli  il giusto significato né il riconoscimento che merita.

Ancora oggi sono la sola a lottare per il mantenimento di questo servizio, non avendo alleati se non il Mio profondo convincimento, e lo sottolineo, del valore di una parola e di un sostegno psicologico nel momento non solo del bisogno, ma anche di un aiuto a barcamenarsi, nel quotidiano, tra le mille difficoltà che investono chi indossa una divisa e ciò che il sistema vuole da lui.

Ecco, gentilissima Chiara Sonia Amodeo, era solo per dire che ci sono delle esperienze importanti di sostegno psicologico, ma chissà perché si vogliono ignorare.

Vi saluto ringraziandovi per l’attenzione.

 

Nadia Giannoni

Psicologa Asl Roma, Ex dipendente del Dap

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