L’affidamento in prova al servizio sociale: la misura alternativa alla detenzione per eccellenza

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Le misure alternative alla detenzione sono dirette a realizzare la funzione rieducativa della pena, quale prescritta dall’art. 27 della Costituzione; esse incidono sulla fase esecutiva della pena principale detentiva e sono previste e disciplinate, quanto ai presupposti ed alle modalità d’applicazione, dalla legge n. 354 del 26 luglio 1975. Alla data del 31 dicembre 2018 le misure alternative alla detenzione sono state 28.031.

Tuttavia questo numero aumenta in maniera esponenziale, se teniamo conto delle sanzioni sostitutive, misure di sicurezza, sanzioni di comunità, e delle misure di comunità. In tal caso siamo giunti nel 2018 a 54.933, quasi quanto i detenuti in carcere. (fonte: banca dati archivi Uepe anno 2018).

Ritornando alle nostre misura alternativa, vi parlerò oggi dell’affidamento in prova al servizio sociale.

Essa È considerata la misura alternativa alla detenzione per eccellenza, in quanto si svolge totalmente nel territorio, mirando ad evitare al massimo i danni derivanti dal contatto con l’ambiente penitenziario e dalla condizione di privazione della libertà.

L’introduzione dell’affidamento in prova al servizio sociale nell’ordinamento penitenziario italiano testimonia l’adesione a una linea di pensiero largamente applicata negli altri Stati occidentali, fondata sull’opportunità di articolare il sistema di difesa sociale con il ricorso a misure penali differenziate, in misura proporzionale alle esigenze di controllo delle manifestazioni delinquenziali e a quelle di trattamento dei loro autori.

È regolamentato dall’art. 47 dell’Ordinamento penitenziario, e consiste nell’affidamento al servizio sociale del condannato fuori dall’istituto di pena per un periodo uguale a quello della pena da scontare. Il limite di pena o residuo di essa, inizialmente di anni tre è stato poi allargato a quattro anni.

È doveroso sottolineare che con la ben nota sentenza Torreggiani, la Corte EDU, muovendo una netta censura al sistema penitenziario italiano, concedeva un anno di tempo per adottare quei provvedimenti che permettessero al paese di porre fine alle violazioni derivanti dal sovraffollamento carcerario.

Il grafico di seguito, mostra con chiarezza la larga diffusione nella concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale, e la fetta importante che occupa nelle Misure Alternative.

L’affidamento in prova già dalla sua nascita, introduceva il concetto di giustizia riparativa; ovvero l’introduzione di una logica sanzionatoria improntata alla rieducazione e al reinserimento sociale del reo, in netta contrapposizione con le altre logiche sanzionatorie, tra le quali: la logica retributiva: la pena è un mero corrispettivo della trasgressione; è la legge del taglione: compensare il male subito, infliggendone dell’altro;

la logica preventiva generale: è una forma di deterrenza o, in positivo, di rafforzamento della morale comune; è la cosiddetta “pena esemplare”: punire un soggetto per dare l’esempio agli altri;

la logica preventiva speciale: ha funzione inibitoria; punire il reo per prevenire ulteriori reati commessi dallo stesso.

Nella giustizia riparativa il punto di partenza è il danno arrecato e, soprattutto, come sia possibile porvi rimedio, attraverso forme di cooperazione tra reo e società o, in alcuni casi, persino tra reo e vittima in modo diretto. L’art 47 della legge penitenziaria 354/75 recita:

“Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare. Il provvedimento è adottato sulla base dei risultati della osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento stesso, anche attraverso le prescrizioni di cui al comma 5, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati. L’affidamento in prova al servizio sociale può essere disposto senza procedere alla osservazione in istituto quando il condannato, dopo la commissione del reato, ha serbato comportamento tale da consentire il giudizio di cui al comma 2. […]Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto e lo aiuta a superare le difficoltà di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e con gli altri suoi ambienti di vita. L’esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale”.

Il valore su cui si basa il nostro ordinamento è la dignità umana, su cui si fondano tutti gli altri diritti. La restrizione alla libertà personale non comporta una perdita di dignità e non deve tradursi in sofferenza aggiuntiva.

Un vero stato di diritto, d’altronde, è uno stato costruito in funzione dell’individuo, e non un sistema in cui l’individuo sia funzione dello stato. Lo strumento penale, dunque, non deve mai violare i valori fondamentali dell’individuo.

A dimostrazione di quanto appena detto, bisogna evidenziare i vantaggi di un approccio che valorizzi la giustizia riparativa, in particolare l’istituto dell’affida- mento in prova al servizio sociale: Lavorare a stretto contatto con la collettività apre gli orizzonti sia dell’autore del reato, sia di coloro che egli incontra e conosce. Si valorizza la componente umana della persona, che ha sì sbagliato, ma che si è resa disponibile a rimediare ai suoi errori. Di fondamentale Importanza sono i rapporti sociali (in primis quelli familiari) . Non è un caso che l’art. 2 della Costituzione riconosca e garantisca i diritti fondamentali della persona sia come individuo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Ma siamo sicuri, che l’affidamento in prova al servizio sociale, possa essere concesso a tutti? Siamo sicuri che funzioni realmente in ogni caso? Nella mia esperienza professionale posso dire, che non sempre è così. Invero è capitato sovente, che esso non solo abbia assolto ad una passeggiata sociale , laddove non solo alla base non vi era una valida motivazione e ravvedimento , ma vi era solo la volontà di eludere il sistema carcerario. Sia chiaro, secondo la mia opinione condivisibile o meno, l’affidamento in prova al servizio sociale, funziona veramente se vi è una forte motivazione da parte del reo, se vi è una rete sociale sul territorio solida ed efficace, se vi sono sufficienti risorse economiche, uomini e mezzi. Non meno importante sarebbe condividere  con la Polizia Penitenziaria, questo importante progetto educativo, ove talvolta vi sono forze dell’ordine non sempre pronte ad accogliere le nostre istanze.  Concludo dicendo che l’affidamento in prova è una cosa seria, l’esecuzione penale esterna è una cosa seria, ed esso non deve assurgere all’idea di essere uno strumento di fuga.

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Gennaro Del Prete

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