Le carceri sono piene di malati di mente e tossicodipendenti. E’ indispensabile sorveglianza sanitaria per gli Agenti

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Si è svolto ad inizio ottobre a Milano, all’Auditorium Testori del Palazzo Lombardia, il XX Congresso Nazionale SIMSPE, Agorà Penitenziaria 2019, al quale hanno partecipato 200 partecipanti, provenienti da tutt’Italia.

Organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, l’appuntamento è stato presieduto dal Dott. Roberto Ranieri ed ha rappresentato il momento di confronto fra quanti, a vario titolo, si occupano di sanità e di salute all’interno degli Istituti penitenziari.  e vuole fornire spunti per una riflessione approfondita del fare Salute in carcere.

“Il carcere è territorio” è il tema appositamente scelto per la prima sessione di apertura di questa Agorà.

“Ed è questo il nostro messaggio”, hanno spiegato Luciano Lucanìa, Presidente SIMSPe, e Roberto Ranieri, Presidente del Congresso. “Noi ci siamo: nel mondo variegato del SSN, all’interno dell’offerta assistenziale dei Distretti, in un segmento nuovo, dove multiprofessionalità e multiculturalità – sotto il profilo sanitario – espresse dai presidi aziendali interni agli istituti penitenziari, tutti unità operative dell’azienda sanitaria con la loro struttura ed i rispettivi livelli di direzione, garantiscono un servizio alla persona ed alla istituzione”

I dati relativi all’HIV sono oggi confortanti perché l’assunzione dei farmaci antiretrovirali nei soggetti consapevoli ha ridotto in maniera notevole la trasmissione del virus anche in presenza di comportamenti a rischio. Infatti, la prevalenza di detenuti HIV positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale.

Questo avviene in modo particolare tra i tossicodipendenti, che rappresentano oltre un terzo della popolazione detenuta, certificato dal 34% di presenti per reati correlati a consumo e spaccio. Come ha spiegato Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe, questi dati indicano chiaramente come, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di HIV non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l’infezione ma solo di bloccarla.

Di fatto con l’aderenza alle terapie viene impedita l’infezione di nuovi pazienti. L’Epatite C è tuttora l’infezione maggiormente presente nella popolazione detenuta in Italia. Molti istituti italiani si stanno attenendo sempre di più alle indicazioni ministeriali, per raggiungere l’obiettivo dell’assenza di nuove infezioni da HCV entro il 2030. A questo consegue che, oramai, non c’è più diversità nel trattamento tra pazienti dentro e fuori le carceri ed è stato dimostrato come le persone oggi in cura raggiungano la guarigione in oltre il 95% casi, in modo indifferente se trattati in detenzione ovvero in libertà.

Un altro dato che sta emergendo dagli studi SIMSPE, come ha evidenziato ancora Babudieri, è che tra tutti i detenuti HCV positivi, solo poco più del 50% sono realmente viremici e, quindi, da sottoporre a terapie, rispetto al 70-80% atteso. Per molti di questi già guariti è anche ipotizzabile che abbiano eradicato il virus in maniera spontanea.

Altro dato che deve fare seriamente riflettere, anche in relazione al lavoro quotidiano delle donne e degli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria ed al dato oggettivo che circa un terzo circa dell’intera popolazione ristretta è straniera, è quello secondo il quale si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera.

“Anche se stiamo parlando non di malattia attiva ma solo di contatti con il patogeno – ha concluso Babudieri – un detenuto su due risulta essere tubercolino positivo e questo sottintende una maggiore circolazione del bacillo tubercolare in questo ambito. è, quindi, indispensabile effettuare controlli estesi in questa popolazione, perché il rischio che si possano sviluppare dei ceppi multiresistenti è molto alto, con conseguente aumento della letalità nei pazienti in cui la malattia si sviluppa in modo conclamato”.

Ma vi sono anche altri elementi di seria preoccupazione per chi in carcere lavora “in prima linea”: in Italia il 50% dei detenuti presenta una malattia o un disturbo mentale e il 25% ha una dipendenza da sostanza psicoattiva.

Secondo il rapporto del 2019 “Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere” del Comitato Nazionale per la Bioetica, osservando le tipologie di disturbo prevalenti sul totale dei detenuti presenti, al primo posto troviamo la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%), disturbi alcol correlati (5,6%).

A seguire piccole percentuali per i disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).

Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, il tema della malattia mentale in ambito detentivo è divenuto un elemento di cronaca, trasformando un problema oggettivo e che necessita comunque di una profonda riflessione di natura giuridica e legislativa, ancor prima che sanitaria ed organizzativa, in un aspetto sensazionalistico del mondo penitenziario. Come bene sanno gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, c’è tanto, troppo, disagio mentale dentro le mura. “C’è l’uomo recluso, c’è la cognizione del reato, ci sono condizioni detentive troppo spesso ai limiti, ci sono tante espressioni rivendicative di istanze, anche legittime, non soddisfatte. Ma tutto ciò che non piace, dentro le mura viene medicalizzato. Quindi si chiedono i numeri, i dati. Ma continua a mancare un Osservatorio Epidemiologico nazionale”, ha commentato Luciano Lucania, Presidente SIMSPE.

“Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate. Tuttavia manca il raccordo fra “dentro” e “fuori”, manca l’interlocuzione diretta dei Presìdi con l’Autorità Giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Ci sono aspetti di sistema, aspetti integrati, che devono essere ripensati e ridefiniti”.

Analizzando nello specifico le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini la diagnosi di dipendenza da sostanze psicoattive (50, 8% degli uomini e 32,5% delle donne), e tra le donne la diagnosi di “disturbi nevrotici e reazioni di adattamento” (36,6% delle diagnosi femminili e 27,1% delle diagnosi maschili).

Arrivano dopo, fra gli uomini, i disturbi alcol correlati (9,1 % degli uomini e 6,9% delle donne), e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1% delle donne e 4,1% degli uomini), i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini e 3,4% delle donne), disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini e 2,8% delle donne).

“Le malattie mentali, il disagio esistenziale, la depressione, gli esiti devastanti della tossicodipendenza sulla persona – ha concluso Lucania – non sono misurabili come le cardiopatie e le malattie infettive, dove esiste un parametro di riferimento fra positivo e negativo e la somma delle unità consente di determinare una percentuale di prevalenza. Qui abbiamo invece, una nebulosa che in carcere avvolge tutto e tutti, nei confronti della quale oggi manca il rapporto umano, delegato burocraticamente sempre a qualcun altro”.

Le carceri, dunque, assomigliano sempre più a “moderni lazzaretti” di manzoniana memoria.

Ed allora va detto una volta di più, con chiarezza e fermezza, che la tutela e la sicurezza del personale in servizio presso gli istituti detentivi devono sempre rappresentare il fondamento di qualsivoglia riforma penitenziaria, atteso che la Polizia Penitenziaria svolge una funzione essenziale per conto della comunità, prodromica alla sicurezza dei detenuti e di quanti altri sono presenti negli istituti: e ciò rafforza la denunzia di cui da sempre il SAPPE si fa portatore in ogni contesto istituzionale (ovvero, proprio la trasfigurazione in moderni lazzaretti che hanno assunto, ormai da molti anni, le nostre carceri per le costanti e continue emergenze sanitarie).

L’auspicio, ancora una volta, è che il Ministero della Giustizia e il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria adottino ogni utile (ed urgente) iniziativa volta a salvaguardare l’incolumità fisica di coloro che per mandato istituzionale sono a più diretto contatto con i detenuti, ossia le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, attraverso una profilassi attenta, costante e continua, venendo sottoposti periodicamente – e con regolarità! – allo screening per le patologie infettive come la Tbc, le forme di epatite ed altre, in ragione della tipologia di lavoro a rischio.

La sorveglianza sanitaria, così come definita all’articolo 2, lett. m, del D.Lgs n. 81/08, è l’insieme degli atti medici finalizzati alla tutela dello stato di salute e sicurezza dei lavoratori, in relazione all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio professionali ed alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa.

Trova la sua applicazione in un’attività clinica complessa ed articolata effettuata dal medico competente, specialista in medicina del lavoro (o in discipline equipollenti), volta a tutelare la salute dei lavoratori.

Tale attività consiste nella valutazione dell’idoneità del lavoratore alla mansione lavorativa specifica, verificata attraverso una visita medica ed accertamenti clinici, biologici e strumentali, realizzati in base ai rischi lavorativi. Questi accertamenti, qualora ritenuti utili, sono a cura e spesa del datore di lavoro e devono essere eseguiti in orario di lavoro.La finalità generale della sorveglianza sanitaria è di tipo preventivo, utile a verificare, sia prima dell’avvio del lavoro che nel tempo, l’adeguatezza del rapporto tra condizione di salute e condizioni di lavoro. L’obiettivo degli accertamenti preventivi è appurare l’assenza di controindicazioni (ovvero la presenza di alterazioni dello stato di salute) alla mansione lavorativa a cui il lavoratore è destinato, allo scopo di valutarne l’idoneità. La sorveglianza sanitaria, dunque, è – e deve rimanere! – una priorità tra gli interventi a favore del personale di Polizia Penitenziaria!

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About Author

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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