Le Rems e la necessità di conciliare esigenze di sicurezza con i protocolli terapeutici

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Con la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari disposta in forza di diversi interventi normativi (legge n. 9 del 2012 e legge n. 81 del 2014) si è introdotta la nuova figura delle “Residenze esterne per l’esecuzione delle misure di sicurezza (R.E.M.S.)”, strutture destinate all’accoglienza e alla cura degli autori di reato affetti da disturbi mentali ritenuti socialmente pericolosi alla luce dei criteri delineati dall’art. 133 c.p. (ad eccezione di quanto previsto alla lettera “d” del citato articolo) e connotate da una esclusiva gestione sanitaria e da un minore numero di posti letto.

Invero, entrambe le leggi sono leggi di conversione di decreti legge, ai quali si è dovuto fare ricorso per affrontare un’emergenza che per la verità affondava le radici in una realtà incancrenitasi da decenni: le condizioni dei sei O.P.G. presenti sul territorio nazionale, denunciate dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (visite effettuate dal C.P.T. dal 14 al 16 settembre 2008) e della Commissione Marino (Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale istituita con deliberazione del Senato del 30 luglio 2008) poi.

La previsione di questa nuova tipologia di strutture in luogo degli ormai anacronistici ospedali psichiatrici giudiziari è stata accompagnata dalla previsione di una serie di importanti principi, tutti orientati, tra l’altro, a scongiurare il rischio che le nuove strutture potessero in qualche modo ricalcare e riproporre le problematiche proprie degli O.P.G., in particolare il fenomeno degli ergastoli bianchi (con la L. 81 del 2014 il legislatore appone un termine di durata massima alle misure di sicurezza corrispondente alla pena edittale massima prevista per il reato commesso), che per lungo tempo ha afflitto il sistema sanitario e penale italiano.

L’art. 203 c.p. definisce socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente (un reato o quasi reato), quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati.

La qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’articolo 133. La pericolosità sociale consiste, dunque, in una valutazione globale della personalità del soggetto, risultante da tutte le manifestazioni sociali della sua vita, con riguardo all’intera condotta e nell’accertamento, in relazione alla persistenza nel tempo, di un comportamento illecito e antisociale. Va formulato, quindi, un giudizio prognostico, dovendo desumersi da elementi di fatto riferibili al soggetto che vi sia la ragionevole probabilità della commissione di reati e di possibili condotte antisociali.

Dal 31 marzo 2015, in forza della legge n. 81 del 2014, le misure di sicurezza del ricovero negli ospedali psichiatrici giudiziari (O.P.G.) e dell’assegnazione a casa di cura e custodia vengono eseguite presso le R.E.M.S., strutture sanitarie deputate alla cura degli autori di delitti affetti da patologie psichiatriche gravi, ritenuti socialmente pericolosi.

Infatti, la misura di sicurezza detentiva del ricovero in O.P.G., da eseguirsi presso le R.E.M.S., tutt’ora prevista dall’art.222 c.p., è destinata a:

  • persone non imputabili a causa di infermità psichica, intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti, sordomutismo;
  • persone sottoposte ad altra misura di sicurezza detentiva (colonia agricola o casa lavoro, casa di cura e custodia) colpite da un’infermità psichica tale da richiederne il ricovero;

di cui sia accertata la pericolosità sociale, rectius il rischio di recidiva, in base alle qualità soggettive e non più alle condizioni di vita individuale, familiare e sociale.

Le nuove residenze si fondano su due fondamentali principi: quello della territorializzazione e quello della sanitarizzazione.

Secondo il principio della territorializzazione, le R.E.M.S sono destinate ad accogliere, di regola, internati-pazienti provenienti dal territorio regionale di ubicazione delle stesse. Quanto alla sanitarizzazione le R.E.M.S. svolgono funzioni terapeutico-riabilitative e socio riabilitative e si è prevista l’esclusiva gestione sanitaria all’interno delle strutture. È evidente come la ratio legis debba essere ricercata nella necessità di dare, in una prospettiva costituzionalmente orientata, effettiva prevalenza della “cura” degli internati-pazienti rispetto alla “custodia”.

Infatti le R.E.M.S sono state escluse dal circuito penitenziario prevedendo solo una “attività perimetrale di sicurezza e di vigilanza esterna, ove necessario in relazione alle condizioni dei soggetti interessati, da svolgere nel limite delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”.

Il soggetto paziente-internato “deve” essere dunque curato, anche perché, se così non fosse l’internamento si esaurirebbe in una dimensione meramente custodialistica volta alla neutralizzazione della pericolosità sociale. Tuttavia, stante le buone intenzioni del legislatore, le nuove disposizioni non riescono ancora a trovare effettiva e concreta applicazione.

Le difficoltà sono da ricercare anzitutto nella carenza dei posti disponibili nelle R.E.M.S. All’atto della chiusura dei sei O.P.G. erano internati circa 1200 soggetti mentre oggi le 30 residenze esterne possono accogliere al massimo circa 600 pazienti dal momento che ciascuna struttura può avere al massimo 20 posti letto.

Questa carenza strutturale di posti purtroppo si sta traducendo in un aumento esponenziale di soggetti con problemi di natura psichiatrica all’interno delle carceri, i quali manifestano chiaramente una totale avversione nei confronti del regime detentivo. Questa idiosincrasia carceraria non può che essere eziologicamente legata alle connaturate avversità che, un malato affetto da patologie psichiatriche, è costretto a subire in un luogo di privazione della libertà personale.

È del tutto evidente che un paziente debba essere necessariamente curato al di fuori dell’ambiente penitenziario dove, peraltro, ogni piccolo problema è amplificato fino a portarlo all’eccesso e, come sovente accade, a sconfinare in atti di pura follia come è accaduto di recente nel carcere di Viterbo.

Come è emerso da un monitoraggio compiuto dal Consiglio Superiore della Magistratura eseguito nel 2017, negli istituti penitenziari si troverebbero prevalentemente due categorie di soggetti psichiatrici. Una dei così detti provvisori, cioè di coloro i quali a seguito della commissione di un reato è stata disposta una misura cautelare in carcere con conseguente richiesta di accertamento psichiatrico.

Sovente, infatti, avviene che, laddove al soggetto in esecuzione di custodia cautelare in carcere fosse diagnosticato un vizio totale o parziale di mente, quest’ultimo, a causa della mancanza di posti letto nelle residenze esterne non potrebbe essere ivi ricoverato e, quindi, sarebbe costretto a permanere, su disposizione del giudice, all’interno di un reparto detentivo di un istituto penitenziario.

Analogo problema si ha per coloro i quali la diagnosi di vizio totale o parziale di mente sopraggiunga durante l’esecuzione della pena. Anche in questo caso il giudice dovrebbe sospendere la pena e disporre il ricovero del soggetto con problemi psichiatrici in R.E.M.S.; similmente, come avviene per i provvisori il giudice, mancando la disponibilità nelle residenze esterne, è costretto a far trattenere il malato psichiatrico in carcere in attesa che si renda disponibile un posto letto in R.E.M.S.

Questa “soluzione” costituisce una torsione del sistema e non risolve il tema dell’assenza, nella specie, di un titolo legittimante la protrazione della detenzione in carcere per una persona che dovrebbe, invece, trovarsi in misura di sicurezza detentiva (finalizzata alla cura del problema psichico) in altro luogo.

In queste condizioni, il singolo giudice si assume, di volta in volta, coraggiosamente la responsabilità istituzionale, anche in un’ottica probabilmente di salvaguardia dell’incolumità pubblica (scongiurando il pericolo di “rimettere” in libertà un soggetto pericoloso socialmente e dunque potenziale autore di ulteriori reati),

di trattenere in carcere il malato posticipando sine die (cioè non appena vi sia un posto utile in R.E.M.S.) la possibile cura.

Purtroppo, in un doveroso e difficile bilanciamento degli interessi, esigenze di sicurezza della collettività da un lato ed esigenze di cura del paziente dall’altro, troppo spesso si è costretti a far prevalere la prima esigenza compromettendo in questo modo, però, l’ordine e la sicurezza del penitenziario dove questi soggetti sono detenuti. Proprio negli istituti dove sono forzatamente ristretti questi soggetti, infatti, sta crescendo esponenzialmente il numero delle aggressioni nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria il quale, completamente privo di specifica formazione e di strumenti idonei, si trova costretto a dover affrontare le continue aggressioni che questi “infermi” quotidianamente pongono in essere.

In ultimo, è bene che si rifletta anche sui possibili profili di incostituzionalità che potrebbero derivare dalla scelta, invero spesso obbligata, di far permanere in carcere soggetti malati. Al riguardo, difatti, la Corte Costituzionale ha più volte individuato nella “cura” la finalità irrinunciabile della misura di sicurezza e quindi dando prevalenza al trattamento/cura rispetto alla sicurezza/custodia.

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Emanuele Ripa

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