L’Islam è in carcere, ma da padrone. E radicalizza detenuti nelle galere italiane

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Le carceri italiane bollono, l’Islam è entrato nell’universo che sta dietro le sbarre, è un pericolo. La politica continua a fornire dati troppo ottimistici sul fenomeno, mentre gli addetti ai lavori denunciano una realtà che potrebbe diventare drammatica. Colpiscono le parole e le cifre del sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, che per bocca del suo leader Donato Capece, ha raccontato ieri un’Italia che è ancora troppo poco conosciuta.
Sì, probabilmente sappiamo che ci sono sessantamila detenuti. E altrettanti sono quelli messi in prova, o in detenzione domiciliare o impegnati in lavori di pubblica utilità. Una popolazione enorme. Di quelli che stanno in carcere almeno ventimila sono stranieri. Un terzo. E’ come se in Italia vivessero venti milioni di forestieri. Sono molti di meno, ma in galera ce ne vanno tantissimi. E qualcosa vorrà dire anche questo.

Proselitismo nelle celle

Ma dobbiamo fare i conti anche con quanto è ancora sottovalutato. La voce del Sappe è suonata chiara: c’è alle porte un pericolo chiamato radicalismo islamico. Anzi, non alle porte, ma sotto chiave, in carcere. In quei luoghi ormai si vive come in trincea, sono sempre più numerosi i detenuti che negli istituti di reclusione e pena si radicalizzano, fanno proselitismo, e in cella dispongono persino di materiale propagandistico. E’ davvero inquietante.
La situazione nelle nostre prigioni rischia di diventare allarmante, i signori della guerra santa sono pronti all’incendio devastante. Dice il leader del sindacato penitenziario: c’è una particolarità della struttura religiosa dell’Islam, che “è più orizzontale della nostra nel senso che non è strutturata in gerarchie e chiunque abbia un certo carisma può proclamarsi Imam”.
Da questi uomini in divisa, esposti ad un pericolo reale e non certo immaginario, arrivano anche proposte concrete al ministero della Giustizia, al dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Bonafede e soci le conoscono, ma non agiscono come dovrebbero.

Ma nel governo litigano

Anche perché il governo in carica si è messo a litigare pure su sicurezza e migranti e non si decide più nulla perché tra alleati si rubano le bandierine delle proposte da discutere e approvare.
Finora, la politica si è limitata negli anni ad intervenire con gli svuotacarceri, ma non è più tempo di clemenza inutile, che poi rispedisce poco dopo in carcere chi approfitta del lassismo di Stato. Vorremmo vedere piuttosto risultati concreti sul fronte delle pene da scontare nei paesi di provenienza. Vorremmo vedere approvata quella proposta di legge di Fdi che stabilisce la concessione dei permessi di soggiorno in Italia a migranti provenienti da paesi con cui ci sia un accordo chiaro. Io accolgo se tu ti riprendi chi delinque nel mio paese.
Ma finora tutto questo è stato vano. E, al solito, ci devono pensare poliziotti e carabinieri per strada e agenti di custodia nelle carceri. Tutti chiamati ad un compito davvero gravoso, perché la politica non ha il coraggio di scelte drastiche. Stavolta, però, l’allarme è ancora più serio del passato, perché viene da chi nelle carceri ci vive. Non è qualche burocrate ministeriale a parlarne, ma sono gli uomini dello Stato che vivono con i detenuti a denunciare il pericolo. Muoversi è obbligatorio.

Fonte: Secolo d’Italia

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