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L’orrore di Rebibbia: intervista al Ministro Bonafede

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“E’ successo qualcosa che non doveva accadere dice il Guardasigilli Bonafede. Per le mamme arrestate pensa a più detenzioni domiciliari e luoghi idonei”

Era a Rebibbia dal 27 agosto Alice Sebaste, 33 anni, tedesca di nascita, georgiana per cittadinanza, arrestata per spaccio internazionale di stupefacenti: aveva con sé dieci chili di marijuana. Ma il suo crimine più grande l’ha commesso il 18 settembre, quando le telecamere di sorveglianza del carcere l’hanno ripresa mentre scaraventava giù dalle scale del nido della sezione femminile i suoi due figli, uccidendo sul colpo la bimba di sette mesi e causando la morte cerebrale del maschietto di due anni, di cui i medici del Bambin Gesù di Roma hanno dovuto constatare il decesso poche ore dopo. Madre assassina e certamente instabile. Alice, alla quale era stata negata la detenzione domiciliare, forse più che per l’esistenza di esigenze cautelari eccezionali per la mancanza di una fissa dimora. Così è rimasta dietro le sbarre, e con lei quei due bimbetti innocenti, condannati a scontare le colpe della loro mamma e molto di più. Alice, detenuta-mamma rinchiusa in carcere assieme ai due figlioletti, aveva straziato i suoi piccoli da meno di tre ore quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha lasciato il suo ufficio di via Arenula per precipitarsi a Rebibbia.
«Appena ho saputo che erano coinvolti bambini piccolissimi ho avuto due pensieri», ci spiega il Guardasigilli.
«Il primo era di dispiacere immenso per la tragedia in sé, il secondo di incredulità: ma come è potuto accadere? Perché purtroppo non è raro che la cronaca ci metta davanti a drammi della follia o della disperazione dei genitori nei confronti dei loro figli, ma in questo caso si trattava di bambini che si trovavano in una struttura dello Stato. È diverso». Che cosa è successo lì dentro? «Non posso scendere nei dettagli perché c’è un’indagine della magistratura in corso, ma se il giorno dopo i fatti dal ministero della Giustizia sono partiti provvedimenti di sospensione per i vertici della sezione femminile è evidente che io ho constatato che qualcosa non è andata come doveva andare». Si riferisce a quel che ha denunciato il capo dell’Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, parlando di ripetute segnalazioni di sintomi di disagio da parte della detenuta e di richieste di accertamenti anche di tipo psichiatrico, rimaste senza risposta? «Ripeto: al di là dell’atto che è imputabile alla madre, bisogna capire quanti e quali segnali avesse dato prima la detenuta. Quel che mi preme che i cittadini capiscano è che quella sezione di Rebibbia è una struttura assolutamente all’avanguardia in Italia: il luogo in cui è avvenuta questa tragedia è un asilo nido a tutti gli effetti, in cui i bambini stanno con le mamme, a contatto con personale sanitario ed educativo, oltre che con gli agenti di polizia penitenziaria. Guardi, la deve immaginare così…». Non ho bisogno di immaginarla, ministro, ci sono stata: nel 2011 Gente ha pubblicato un reportage su quella struttura. E sarà anche di eccellenza, ma è dietro le sbarre. E i bambini dietro le sbarre non ci dovrebbero stare: è d’accordo? «A me va bene affrontare il dibattito, però vorrei che fosse ben chiaro che non ha a che fare con questo specifico caso. Ho anche scritto un post molto duro su Face- book rivolto a politici, magistrati e sindacati che hanno parlato tanto della vicenda senza sapere cosa sia successo davvero. Detto questo, il problema delle mamme detenute con figli piccoli è molto delicato e noi ce ne stiamo occupando». In che modo? «Intanto, mantenendo e cercando di migliorare la parte relativa alle mamme detenute che era contenuta nella riforma dell’ordinamento penitenziario fatta dal mio predecessore». Nel testo dell’ex ministro Andrea Orlando si ampliavano le possibilità di ricorso alla detenzione domiciliare per le mamme-detenute: è così? «Certo, e noi vogliamo muoverci su questa linea: garantire un maggiore accesso alla detenzione domiciliare e avere più attenzione rispetto alla condizione tragica quale è quella in cui un bambino si ritrova a nascere da una mamma che si trova in carcere. Sempre salvaguardando l’aspetto della sicurezza dei cittadini, perché deve essere un giudice di sorveglianza a valutare quanto quella persona rappresenti una minaccia se sta fuori dal carcere, in un contesto di detenzione domiciliare. E a noi spetta far sì che, se il magistrato ritenga la detenzione necessaria a tutti gli effetti, ci siano tutte le garanzie perché il figlio della detenuta, che ha il diritto di stare vicino alla mamma, si trovi in una situazione più vicina possibile a una situazione normale». Per questo la legge prevede gli Icam, istituti a custodia attenuata in cui i bambini dovrebbero patire meno Io stato di detenzione, o le case famiglia protette, in cui le detenute con figli fino a dieci anni e condanna non superiore a quattro possono scontare la propria pena senza sbarre… «Sì, premettendo che sono ministro soltanto da tre mesi, posso dire di aver constatato che si tratta di condizioni intermedie che rappresentano un sano bilanciamento di tutti i diritti in gioco, considerando prioritario quello dei bambini». Però in Italia abbiamo solo cinque Icam e una, una sola casa famiglia a Roma. Ma come è possibile? «Il problema è che fondamentalmente in Italia tutta la parte post condanna è stata ignorata dallo Stato e gli unici interventi sulle carceri sono stati quelli fatti per sottrarsi alle sanzioni europee sul sovraffollamento carcerario. Quello che voglio fare io è investire su percorsi rieducativi del lavoro, per quanto riguarda gli adulti, e negli istituti di rieducazione, per quanto attiene ai minori. Bisognerà anche analizzare le problematiche che hanno impedito la realizzazione delle case famiglia e capire se si può investire in questo senso. E, come ho già detto, anche nel prendere in mano la riforma del mio predecessore voglio salvaguardare tutti gli aspetti che effettivamente guardano alla rieducazione e alla qualità della detenzione, con un’attenzione particolare alla condizione delle mamme detenute». Ministro, lei su Facebook se l’è presa con chi ha parlato troppo di Rebibbia senza conoscere i fatti, ma invece il silenzio del premier Giuseppe Conte e dei suoi vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio su questa straziante vicenda non le è sembrato assordante? «No, ritengo che il governo si debba esprimere attraverso il ministro competente: immagino abbiano avuto rispetto nei confronti della situazione delicata che si è venuta a creare a Rebibbia. E abbiano voluto delegare al ministro della Giustizia, cioè a me, parole e fatti».

Leggi anche: Tragedia di Rebibbia, relazione di servizio agente penitenziario: Non li faceva mangiare e rubava il latte agli altri bimbi

Fonte:Pagina ufficiale Facebook Ministro della Giustizia
Gente

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