L’uniforme di servizio della Polizia Penitenziaria ed il senso di appartenenza

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Il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha recentemente diramato una lettera circolare, la m_dg.DAP.22/02/2019.0061270.U, sull’utilizzo dell’uniforme degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
In essa, indirizzata ai Direttori Generali del DAP e ai Provveditori regionali ed inviata per conoscenza anche ai Generali del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia e ai dirigenti e funzionari del Corpo, è contenuto un richiamo ad un corretto utilizzo dell’uniforme di servizio, “osservando scrupolosamente quanto stabilito dal regolamento del signor Ministro della Giustizia”.
Il riferimento è al Decreto Ministeriale del 10 dicembre 2014 recante appunto le “Caratteristiche delle uniformi del Corpo di Polizia Penitenziaria e criteri concernenti l’obbligo e le modalità d’uso”.

Basentini chiede ai Direttori generali ed ai Provveditori regionali di sensibilizzare il personale appartenente alla carriera dei funzionari del Corpo di Polizia Penitenziaria ad attenersi alle precitate disposizioni in maniera ancor più rigorosa, stante l’intrinseca e connaturata funzione di modello ed esempio per tutto il personale e di rappresentanza del Corpo verso “l’esterno” cui essi sono chiamati.
“Mi rivolgo”, scrive ancora, “anche ai Signori Generali che continuano con orgoglio a vestire l’uniforme del glorioso Corpo degli Agenti di Custodia”, che conclude la nota dipartimentale disponendo che “in occasione di ricorrenze, incontri istituzionali, ma anche convocazioni, commissioni e riunioni con i vertici o comunque occasioni di carattere pubblico, il personale è tenuto ad indossare l’uniforme ordinaria”.
Esprimo, nel merito, qualche considerazione. In un ordinamento democratico, il comportamento istituzionale testimonia il livello di civiltà del contesto e dei suoi attori. Spesso, però, è giudicato non indispensabile e ciò produce conseguenze negative. Si può infatti essere bravissimi nel proprio lavoro ma, se non si sa come farlo, quasi tutto è perduto.
Recentemente, nel suo discorso di fine anno, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sentito l’esigenza di rimarcare il bisogno di comunità dell’Italia e di come difendere l’immagine positiva del nostro Paese: «Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese».
In questo contesto, particolare importanza assume l’osservanza della deontologia professionale, che racchiude norme sociali, morali e di buon senso: un insieme di regole che, sostanzialmente, qualificano il rapporto tra chi offre una prestazione e chi ne usufruisce, che esprime i principi di riferimento, le norme di comportamento ed i vincoli a cui attenersi.
“Nell’esercizio anche del più umile dei mestieri lo stile è un fatto decisivo”, evidenziò Heinrich Böll, considerato uno dei maggiori rappresentanti della cultura tedesca del dopoguerra, nella sua opera “Lontano dall’esercito”.

Il rispetto per l’uniforme

Se la cultura della legalità deve essere – ed è! – uno strumento di prevenzione che coinvolge trasversalmente tutte le figure professionali a contatto con le persone in esecuzione penale, uno degli impegni fondamentali che caratterizza la mission istituzionale dell’Amministrazione e del Corpo di Polizia Penitenziaria è quello di alimentare e incrementare la cultura della gestione della detenzione basata sul principio della legalità e sul rispetto della dignità della persona.
L’Amministrazione Penitenziaria è una realtà che esprime valori forti e condivisi, professionalità, uomini e donne che lavorano con entusiasmo e abnegazione.
La deontologia professionale, come noto, è l’insieme delle regole etiche e di correttezza (scritte e non, normalmente formalizzate e variamente denominate – ad esempio codici etici, di condotta, deontologici) che disciplinano il comportamento da tenere nell’esercizio di una determinata professione. Esistono, infatti, codici e norme che disciplinano la deontologia professionale degli avvocati, dei commercialisti, degli ingegneri, degli architetti, dei giornalisti
A mio avviso, la deontologia professionale nel Corpo di Polizia Penitenziaria è non solo importante ma fondamentale perché identifica e qualifica – verso gli altri – l’appartenenza alla nostra Istituzione, anche in relazione alla specificità dell’impegno ed alla efficienza funzionale.
Essa caratterizza l’identità e l’appartenenza, che presuppongono il possesso di solide radici ideali e storiche a cui fare riferimento per capire meglio se stesso ed il proprio percorso di vita professionale. “Al rispetto delle regole di forma, nessuna istituzione, azienda o privato può sottrarsi se non vuole far decadere la propria immagine”, ha infatti autorevolmente evidenziato l’Accademia del Cerimoniale.
Il poliziotto penitenziario deve dedicare particolare attenzione, specie nelle relazioni interprofessionali ed interpersonali, proprio alla cura della forma e dell’immagine. “Al rispetto delle regole di forma, nessuna istituzione, azienda o privato può sottrarsi se non vuole far decadere la propria immagine”, ha infatti autorevolmente evidenziato l’Accademia del Cerimoniale.
L’uniforme non è un semplice pezzo di stoffa, intercambiabile con qualsiasi altro abbigliamento più generico. Dentro di essa c’è un pezzo di storia, la “nostra” storia

Avere rispetto per come si indossa l’uniforme significa aver rispetto e onore per il Corpo di Polizia Penitenziaria, per la propria Patria, senza mai dimenticare il sacrificio umano pagato dai nostri Caduti.
L’uniforme merita rispetto: è simbolo di unità, legalità e sicurezza: è segno di appartenenza.
Chi la indossa, dunque, deve sempre farlo con attenzione e onore: fregiandosi, ad esempio, con stemmi, distintivi e simboli di cui si è stati autorizzati ad indossare.
Oltre a trasmettere significati storici e di tradizione (con slancio nel futuro), l’uniforme ha anche un valore fondamentale: crea, già di per sè stessa e poi anche per esplicitazione, un senso di appartenenza, di identità e di relazione.
Il senso di appartenenza contribuisce a definire i confini e la struttura di un certo sistema sociale, gruppo, associazione, movimento o Stato: pone il soggetto in una specifica posizione sociale, secondo precise caratteristiche di status e di ruolo.
E gli altri giudicheranno, noi e l’Istituzione che rappresentiamo, per come portiamo l’uniforme: “Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell’ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità. Un’identità che punta tutto sul gruppo, sullo spirito di corpo, sulla storia che quella divisa incarna. Accanto all’abito d’ordinanza, infatti, c’è un insieme di accessori, di atteggiamenti, di comportamenti e di regole che spiegano per filo e per segno chi è, e che cosa deve pensare, chi lo indossa. Un edificio di norme difficili da catalogare come il frutto di processi storici, visto che molti di questi aspetti appartengono a eserciti di culture ben diverse tra loro sia per epoca sia per collocazione geografica”.
Proprio recentemente, in relazione ad alcuni episodi che hanno visto usi impropri ed abusi della nostra uniforma, è stato ripubblicato nel numero di gennaio della nostra Rivista “Polizia Penitenziaria – Società, Giustizia & Sicurezza” un articolo storico tratto dalla Rivista “L’Agente di Custodia” pubblicato più di sessant’anni fa (1955).

Amiamo la divisa di Domenico Canestraro

L’articolo “Amiamo la divisa”, scritto da un collega – “Domenico Canestraro, sottocapo degli AA.CC., scritturale presso il Ministero di Grazia e Giustizia”, rende compiutamente l’idea dell’importanza e della rilevanza dell’uniforme del Corpo:
…La prima cosa che colpisce il detenuto è il nostro aspetto esteriore. Egli, che sta lì a guardarci, si farà immediatamente un concetto della nostra personalità dal modo come indosseremo la divisa e dalla cura che dimostreremo di avere della stessa. Come nella vita libera si deve considerare superato il detto che l’abito non fa il monaco, in quanto, ovviamente, non può ispirare simpatia od avere successo chi sia trasandato nel vestire, così in quella delle prigioni si imporrà al rispetto e, oserei dire, alla considerazione del detenuto quell’agente che gli si presenterà con la divisa in ordine e pulita. Ognuno di noi sente l’imperativo di imporre la divisa in pubblico ed è orgoglioso di indossarla con quella sobria eleganza che desta la cameratesca simpatia degli appartenenti alle altre Forze Armate dello Stato e i favorevoli commenti dei cittadini. Non altrettanto, è inutile negarlo, sentiamo questo imperativo verso i detenuti. Incominciamo col commettere un profondo errore di valutazione, ritenendo che non occorra fare buona figura e che un abbigliamento dimesso meglio si confaccia al luogo ed alle persone. In tal modo veniamo a sminuire noi stessi e la nostra funzione ed a dimenticare i doveri di carattere educativo che abbiamo verso i detenuti…  Amiamo la divisa non soltanto in senso figurato, in quanto emblema della nostra attività volta alla vigilanza ed al riscatto morale di una umanità dolorante, ma amiamola anche col non sottoporla ad ingiustificata usura, col conservarla accuratamente. Nelle nostre abitazioni, nelle caserme togliamoci la divisa di dosso senza gettarla in un angolo o accatastarla alla rinfusa nella cassa d’ordinanza come se non ce ne dovessimo servire più, più ma, prima di metterla a posto, dedichiamo ad essa un po’ del nostro tempo allo stesso modo che lo dedicheremmo al nostro migliore vestito che ci sia costato fior di quattrini: lo Stato ci fornisce la divisa gratis, ma siamo noi a pagarla, direttamente e indirettamente, in quanto non è chi non sappia che lo Stato è universalità dei cittadini che lo compongono e non è chi non consideri che le nostre paghe sarebbero più elevate se dovessimo provvedere direttamente noi al vestiario. Previa, perciò, una buona, energica spazzolata, assicuriamoci che la nostra divisa sia completamente in ordine, che non manchi di un bottone, che non necessiti di qualche piccolo punto, di un colpo di ferro o di un po’ di detersivo. Oltre tutto, saremo al coperto, quando dovremo indossarla di nuovo, da sorprese che non sempre avremo il tempo o l’opportunità di riparare…”.

Parole scritte più di sessant’anni fa, ma ancora attuali, valide ed utili a rivendicare il nostro orgoglio di appartenenza al Corpo di Polizia Penitenziaria.

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About Author

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

5 commenti

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    Dopo che ci avete raccontato la storia della divisa voglio ricordarvi che la divisa operativa invernale ci è stata data circa 13—15 anni fa e non credo che una divisa può durare tanto
    ( infatti si è tutta consumata e scolorita che sembriamo operai di una fabbrica fiorentina perché la divisa è diventata viola) quindi dite al dott. Basentini che saremmo lieti di indossare una bella divisa, se ce la danno.

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    Tutto giusto quello che viene espresso sia dal Presidente della Repubblica o quello detto dal Domenico Canestraro, ma prima di tutto e di proferire tale discorso, si dovrebbe responsabilizzare lo stesso Ministero e in particolare il Magazzino vestirio sulle richieste fatte ogni giorno dai singoli Istituti Penitenziaria, sulle nuove forniture chieste ma mai arrivate. Sono il primo a pensarla come Domenico e sul discorso fatto dal nostro Presidente della Repubblica. Un discorso del genere può essere fatto nel momento in cui, io appartentenente al nostro glorioso Corpo, avvessi la possibilità di vestire la mia divisa, la stessa che ho amato e amo tutt’ora, in quanto mi ha dato un posto di lavoro e mi da la possibilità di essere un Poliziotto e sentire importante, avessi in dotazione un capo vestibile, non usurato senza doverbbi rappattare per portarla sempre in ordine pèerchè oramai vecchia e logara, senza essere costretto a sentirmi dire, dopo una collutazione in servizio, non ti spetta perche non sono passati gli anni di rinnovo. Dateci la possibilità di poterci vestire, avendo altresì modo di poter uscire in divisa fuori dall’orario di servizio per potermi recare a casa, senza vergognarmi perche usurata.

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    tutto giusto ma sono anni che non la forniscono piu’ la mia e vecchia e sualcita cosa si aspetta a fornirne altre?

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    Antonello Galantucci on

    Buon pomeriggio, non sono un appartenente al Corpo, ma ho indossato per circa 40 anni un’altra uniforme. La mia esperienza mi porta a questa riflessione: amare la propria divisa significa amare la propria professione ,a ancor di più lo farà amare dagli altri. In poche parole vorrei invitare tutti a un’etica più profonda del proprio lavoro che scaturisca un maggior senso del servire. Ad Maiora

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    Credo che il problema x tanti di noi,e quello di non avere ne una Divisa,ne una tuta mimetica….datecele e’ le indosseremo orgogliosamente??

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