Nicola Minichini: Non so che farmene delle scuse dei carabinieri. E dal DAP mai nemmeno una telefonata!

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<< Lo sa che nessuno dei miei vertici mi ha mai fatto una telefonata? Noi siamo stati abbandonati a noi stessi completamente, mentre l’Arma cercava, in modo corporativo, di nascondere le proprie responsabilità. E anche ora che la buriana è passata, solo silenzio dal mio Ministero.

Dopo l’assoluzione di primo grado, chiesi di poter incontrare il Ministro Severino. Lo domandai anche dopo che il Guardasigilli successivo, Cancellieri, espresse solidarietà alla famiglia Cucchi.
Non ultimo, il 22 ottobre 2018, ho inviato una richiesta formale al Ministro Bonafede. Ma ancora aspetto. Io non vorrei nulla. Solo una stretta di mano.>>

Questo il passaggio più significativo dell’intervista rilasciata dal collega Nicola Minichini al quotidiano La Repubblica. Significativo perché la dice tutta sulle gerarchie dell’amministrazione penitenziaria … “E mica mi chiamo Pasquale io …”

IL TESTO DELL’INTERVISTA

Io ora, scoprendo quello che è successo, tutto quello che c’era dietro alla morte di Stefano Cucchi, mi chiedo come mi sono salvato. Come sono riuscito a venire fuori da questa trama di depistaggi, falsi, calunnie. Non parliamo di un Carabiniere di periferia, qui ci sono anche pezzi grossi dell’Arma coinvolti.
L’assistente capo della Polizia Penitenziaria Nicola Minichini è uno dei tre agenti imputati nel primo processo Cucchi. Il suo calvario giudiziario si è concluso con una definitiva assoluzione nel 2015 e ora, assistito dall’Avvocato Diego Perugini, è parte civile nel processo bis.

Lei era in aula quando uno dei Carabinieri imputati per omicidio preterintenzionale, Francesco Tedesco, ha chiesto scusa alla famiglia Cucchi e alla Polizia Penitenziaria. Che ha pensato?  

Non so che farmene di scuse che arrivano dopo 9 anni e che non capisco da cosa siano mosse. Se fossero state sincere sarebbero dovute arrivare prima. Ora che il vaso di Pandora è aperto, è facile avere il coraggio, confessare, redimersi. Ma è tardi. Per di più, il carabiniere si è scusato con la Polizia Penitenziaria. Io non sono la Polizia Penitenziaria, io sono Nicola Minichini, uno dei tre sciagurati che sono andati a processo al posto suo. Lo ricordo quando, nel corso del primo processo, venne in aula a testimoniare contro di noi, dipingendoci come aguzzini. Vede le prime vittime di questa storia sono sicuramente la mamma, il papà e la sorella di Stefano. Ma poi ci siamo noi e le nostre famiglie che da questa storia sono state devastate.

Ora però è finita

Certo. E a volte stento a crederlo. Lo sa che solo questo processo e questo pm mi stanno restituendo la dignità? Io, anche dopo la Cassazione, mi portavo dietro l’ombra di essere quello che avevo ucciso Cucchi. Quello che sapeva e aveva taciuto.
Quello che aveva visto e aveva voltato le spalle. Solo ora la gente sta capendo che io non c’entravo nulla. Io quel povero ragazzo l’ho visto 20 minuti e l’unica cosa che ho fatto è stato chiamare un medico. E la cosa incredibile è che sono stato trascinato in questa storia da uomini in divisa come me che hanno preferito mandare degli innocenti al macello. E’ inaccettabile.

Il comandante generale dell’Arma ha detto che pagheranno tutti.

Persino lui, nella lettera che ho letto, fa un cenno alla nostra innocenza. Lo sa che nessuno dei miei Vertici mi ha mai fatto una telefonata? Noi siamo stati abbandonati a noi stessi completamente, mentre l’Arma cercava, in modo corporativo, di nascondere le proprie responsabilità. E anche ora che la buriana è passata, solo silenzio dal mio Ministero.

Non ha mai avuto un cenno?

Mai. Non io, non i miei colleghi.  Dopo l’assoluzione di primo grado, chiesi di poter incontrare il Ministro Severino. Lo domandai anche dopo che il Guardasigilli successivo, Cancellieri, espresse solidarietà alla famiglia Cucchi.
Non ultimo, il 22 ottobre 2018, ho inviato una richiesta formale al Ministro Bonafede. Ma ancora aspetto. Io non vorrei nulla. Solo una stretta di mano.

Adesso cosa fa?

Ho cambiato reparto. All’epoca stavo con i detenuti. Ma adesso non ho più la forza. Sono come quelle persone che rischiano di affogare e poi hanno paura dell’acqua.

Fonte: la Repubblica

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