Motivazioni e procedure del ricorso per Cassazione

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La Corte di Cassazione, supremo organo di giustizia ordinaria, ha una funzione nomofilattica: salvaguarda l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni, ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge (pietra miliare è l’art. 65, R.D. n. 12 del 1941 “Ordinamento Giudiziario”).

La Cassazione è Giudice delle Leggi

La mission della Corte, definita anche Giudice delle Leggi, è quella di assicurare l’esatta osservanza delle leggi nelle decisioni dei giudici. Alla Suprema Corte è affidato il dovere di compiere un generalizzato sindacato di legittimità che, protratto nel tempo, determina quella concretezza della norma generale ed astratta in principi di diritto della giurisprudenza (i “precedenti”), i quali gradualmente si concentrano in ragione della loro ripetuta affermazione fino a creare quella situazione che va sotto il nome di diritto vivente. In un sistema dal precedente non vincolante per il singolo giudice, la motivazione della Corte di Cassazione promana la sua forza persuasiva nella ragionevolezza e nella condivisibilità della decisione da parte dei giudici di merito.

Nello specifico, la Corte svolge una funzione di controllo sul giudice di merito, perché esso rispetti il principio di legalità penale e processuale, e costituisce una garanzia non solo per l’imputato, ma anche per la collettività, assicurata dal ricorso del pubblico ministero presso il giudice de quo.

Tuttavia, la Corte di Cassazione non entra nel merito della vicenda; non analizza i fatti storici come ricostruiti nei gradi precedenti.

Chi può fare ricorso per Cassazione

Secondo la garanzia dell’articolo 111 della Costituzione ogni cittadino può ricorrere alla Corte di Cassazione per violazione di legge contro qualunque provvedimento dell’autorità giudiziaria, senza dover esperire alcun appello in materia civile o penale, o contro qualunque provvedimento che limiti la libertà personale. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei Tribunali Militari in tempo di guerra.

Il ricorso per Cassazione è disciplinato dall’art. 606 c.p.p. che reca una elencazione tassativa (principio di specificità), dei motivi di ricorso (numerus clausus) e svolge la funzione di mezzo d’impugnazione ordinario per motivi di diritto di decisioni pronunciate dal giudice di merito in appello o in primo grado e inappellabili. La Corte di Cassazione è, infatti, giudice di solo diritto e davanti ad essa non può esser denunciata l’ingiustizia sostanziale della decisione impugnata ma solo gli specifici errores in procedendo (commessi dal giudice di merito nell’applicazione di norme processuali) ed errores in iudicando (concernenti l’applicazione di norme di diritto sostanziale) tassativamente previsti dall’art. 606 del codice di procedura penale.

Cosa si chiede alla Cassazione

Attraverso il ricorso per Cassazione le parti che si ritengono lese dalla precedente sentenza di appello oppure di primo grado in caso di ricorso per saltum di cui all’art. 569 c.p.p. chiedono alla Cassazione l’annullamento per motivi di diritto della decisione pronunciata.

La previsione tassativa dei possibili motivi di ricorso, operata dall’art. 606 c.p.p. implica una modulazione particolarmente rigorosa e pregnante del requisito di specificità, che assume immediato rilievo con riferimento precipuo ai vizi della motivazione.

Quindi non basta decidere ma occorre obbligatoriamente, in ogni motivazione della Cassazione, quella ricerca epistemologica di fondo, quella descrizione delle opposte tesi in un ragionato confronto che approdi in una motivazione ultima che dia ragionata contezza del perché si sceglie una opzione rispetto all’altra.  In estrema sintesi, il concetto di motivazione di legittimità. Il ricorso è infatti inammissibile se proposto per motivi diversi o manifestamente infondati, ovvero per violazione di legge che non fosse già stata dedotta in appello.

Le motivazioni del ricorso

In particolare, i motivi di ricorso sono:

a) l’esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi o amministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri, la quale configura un’ipotesi in cui il giudice, non può attribuirsi una potestà decisionale che violi lo spazio giurisdizionale imposto dalla legge: la norma richiama il principio della divisione dei poteri. Si tratta di quel fenomeno patologico dell’atto impugnato denominato “eccesso di potere”, fattispecie che si determina quando il giudice esercita una funzione riservata al potere esecutivo o legislativo. Appare opportuno sottolineare che non costituisce eccesso di potere una fattispecie penale che si fonda su un atto amministrativo illegittimo, né disapplicazione riconducibile all’art. 5 della Legge abolitrice del contenzioso amministrativo (n. 2248/1865 All. E cd L.A.C.). Il giudice penale non può incidere sull’efficacia del provvedimento amministrativo, può, tuttavia, nell’esercizio della potestà penale, accertare la conformità tra ipotesi di fatto e fattispecie legale. Dottrina a parte, si tratta di un caso che è in concreto di scarsissima frequenza: da una ricerca sul CED sono state rinvenute soltanto cinque sentenze massimate, attinenti tutte alla medesima questione, cioè la rinuncia al diritto di priorità nell’esercizio della giurisdizione da parte del Ministro, prevista dall’art. VII della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (ratificata in Italia con legge 30.11.1955 n. 1335), che disciplina lo statuto delle forze armate degli Stati membri della NATO;

b) inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche, di cui si deve tenere in doverosa considerazione nell’applicazione della legge penale. Classica ipotesi di errore in iudicando, che si verifica quando la legge viene applicata in maniera errata, come ad esempio si verifica quando il giudice ritenga commesso il reato di falso in atto pubblico, mentre in realtà si trattava di una scrittura privata non avente lo stesso valore fidefaciente. Da notare che la differenza tra inosservanza ed erronea applicazione non è superflua, anzi, rappresenta due previsioni differenti: nel primo caso c’è una mancanza totale dell’applicazione della legge penale, nel secondo l’applicazione si ritiene non corretta o non conforme all’ordinamento. Questo errore può riguardare leggi penali ma non solo, anche leggi extrapenali che integrano le norme penali (le cosiddette leggi penali in bianco).

c) inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inammissibilità o di decadenza. Trattasi di error in procedendo, configurabile quando il giudice erri nell’applicare una legge processuale, a meno che si determini una mera irregolarità, dando luogo a vizio di attività e a nullità del processo e della sentenza, pertanto, la Corte è giudice anche del fatto e, solo ai fini della soluzione della questione sollevata, può accedere all’esame diretto degli atti processuali. Semplificando si può sostenere che sia, sostanzialmente, il medesimo meccanismo già analizzato sopra per gli errores in iudicando, volto a massimizzare i risparmi di attività giurisdizionale: il vizio rilevato ai fini dell’accoglimento del ricorso per Cassazione deve essere decisivo e concretamente incidente sulla decisione finale.

d) mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell’istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dal comma 2, dell’articolo 495 c.p.p.. In sintesi, la parte o il pubblico ministero denunciano che non gli è stata permessa la produzione della controprova in seguito della produzione di controparte della prova a sostegno delle proprie argomentazioni. Occorre che vi sia, pertanto, non qualsiasi violazione al regime probatorio ma solo quelle violazioni che, nella struttura della motivazione finale, hanno avuto una incidenza, un peso reale e concreto, escludendosi dunque motivi di ricorso meramente pretestuosi (anche perché, si ricorda, il giudice precedente ha già valutato la rilevanza dell’elemento probatorio poi non ammesso). Ancor più dell’appello, il giudizio avanti alla Corte di Cassazione è “blindato” e non prevede alcuna rinnovazione dell’istruzione dibattimentale o la produzione di nuove prove e, oltre a tutto, in linea di massima, non possono essere presentate doglianze (motivi di impugnazione) non presentati anche in appello.

e) mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame.

Con tale motivo di ricorso (probabilmente il più utilizzato), il ricorrente vuole invalidare la motivazione del precedente organo giudicante. Tuttavia il vizio di motivazione deve risultare dal testo del provvedimento impugnato o dagli atti.
La legge vuole evitare la falsità della motivazione rispetto al processo, la struttura si basa sui seguenti tre punti:
1) la mancanza della motivazione cioè insufficienza sostanziale del discorso logico, ovvero dell’esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indicazione delle prove poste a fondamento della decisione stessa e l’enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie;
2) l’illogicità deve essere “manifesta”, nel senso che le dissonanze del discorso giustificativo e la carenza dei necessari passaggi logici del ragionamento probatorio devono essere di evidenza tale da essere immediatamente percepibili;
3) la contraddittorietà processuale della motivazione intesa in senso processuale, o meglio quando vi è un contrasto tra gli atti processuali e la motivazione.

Le tre criticità elencate dal legislatore – mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione – possono essere rilevate sia dal provvedimento impugnato, sia da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame.

Inammissibilità del ricorso

Ai sensi del comma 2, il ricorso può essere proposto, oltre che nei casi e con gli effetti determinati da particolari disposizioni, contro le sentenze d’appello e contro quelle inappellabili. Mentre le sentenze inappellabili sono impugnabili solo in Cassazione (sentenze d’appello), contro quelle appellabili può essere proposto sia appello che ricorso per saltum direttamente in Cassazione.

Il nuovo comma 2 bis prescrive che contro le sentenze del giudice di pace si può ricorrere in cassazione solo per i motivi di cui al comma 1, lett. a), b) e c), e questo per limitare il numero di ricorsi che invadi nel merito della questione, impedendosi dunque di riesaminare il procedimento dal punto di vista probatorio o motivazionale.

Il ricorso è inammissibile se è proposto per motivi diversi da quelli consentiti dalla legge o manifestamente infondati ed inoltre se è preposto per violazioni di legge non dedotte nei motivi d’appello, fuori dai casi previsti dagli articoli 569 e 609 comma 2. In particolare, il ricorso è manifestatamente infondato quando il ricorrente denuncia vizi ictu oculi insussistenti, cioè la cui infondatezza sia palese.

Infine, appare opportuno evidenziare che il ricorso per Cassazione può essere dichiarato inammissibile anche in presenza di una delle cause “generali” d’inammissibilità, previste per tutte le impugnazioni previste dall’art. 591 c.p.p.

 

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Giovanni Passaro

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