Nel segno di Dante, la Divina Commedia ieri e oggi

Da tempo desideravo scrivere l’articolo del mese uniformandomi al più grande capolavoro letterario che il Sommo Poeta (Dante Alighieri) ebbe a dar battesimo alla Sua opera divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande composizione scritta in lingua italiana ed, al tempo stesso, uno dei maggiori successi della letteratura mondiale. 

Perché rimembrare i fasti dei tre cantici e che attinenza ha con il nostro mondo il percorso che lo stesso Dante ci riporta lungo il tragitto di nostra vita? L’ispirazione mi porta a dare comunque un senso alla similitudine e ai contenuti delle diverse epoche, per certi versi attuali e per null’affatto tramandati.

Le emozioni che offre la Divina Commedia, sono nel tempo le stesse di quando, studentello liceale, ero talmente attratto dal capolavoro del Sommo Poeta che rischiavo di diventare antipatico alla classe (ma poi al più evitavo voti infausti e, come sempre, mi chiedevano aiuto per evitare brutte figure alla lavagna) tant’è che ero sempre tra i pochi che si offrivano per interrogazioni che mi inebriavano. Nel tempo ho approfondito gli scritti del Poeta, preso dall’attualità di contesti che, seppure ancorati ad una ideologia vetusta, sono, invece, pienamente efficaci ed efficienti per i nostri tempi. 

La base di partenza è sicuramente quella di considerare la Commedia che pone al centro di tutto l’uomo, la vita, facendolo con la potenza e la capacità di comunicazione del genio proprio di Dante. 

La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Non posso non avvertire una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimere noi stessi meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare.

Valori che nel nostro amato e, al tempo stesso, conteso mondo, si appalesano costantemente nella necessità di ritrovarli, spesso offuscati da giochi di quartiere, tendenti alla falsa rappresenta- zione della realtà, lontano parente di una onestà e lealtà professionale che pone quesiti di vario genere, determinando forti crepe al sistema con inevitabili contrasti che tanto male arrecano alla vita dei poliziotti che sono quasi sempre le vere vittime. 

Salvezza e felicità da intendere come quell’agognata notizia di ricevere interventi amministrativi in grado di realizzare le basi per una ferma e decisa inversione di rotta ad un percorso che lo stesso Dante ha definito negli albori della Sua creatura “selva oscura”.

In fondo, sempre per restare in tema di similitudini, tutto il viaggio rappresenta il cammino nella vita di ogni uomo. 

Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Ed è su tali basi che mi immagino intraprendere un lungo viaggio con Dante, di iniziare a guardare la profondità del proprio animo e la capacità del male. Dobbiamo guardare la selva oscura in cui ci troviamo, la solitudine del mondo, il non senso che percepiamo nelle nostre giornate. 

Ogni uomo, quando si trova in difficoltà, vorrebbe risolvere il problema da solo e salire il colle luminoso, la strada giusta, che lui ha visto con i suoi occhi. Da soli, però, non possiamo farcela, perché roviniamo «in basso loco». 

Allora accade un imprevisto, un incontro che ci salva dalla selva oscura. 

Dante scrive: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,/ dinanzi a li occhi mi si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco./ Quando vidi costui nel gran diserto,/ «Miserere di me», gridai a lui». 

La mendicanza è l’atteggiamento più vero che spalanca alla possibilità di salvezza. 

Da questo atteggiamento scaturisce la possibilità di iniziare a guardare la realtà in maniera più vera, non a partire da quello che abbiamo in mente noi, ma da quanto è più buono, così come Virgilio dice a Dante nel canto primo: «A te convien tenere altro viaggio se vuo’ campar d’esto loco selvaggio». 

La proposta che Virgilio fa a Dante è di seguirlo, di stare in sua compagnia. Così, dopo che Dante è ancora preso dalla paura, anche nel secondo canto quando è convinto di non essere all’altezza, o nel terzo canto quando deve varcare la porta sopra alla quale compare l’epigrafe spaventosa («Per me si va nella città dolente»), Virgilio lo prende per mano «con lieto volto» e lo introduce alle «secrete cose». 

E nel Dante che vuole salire il colle luminoso da solo, all’inizio dell’Inferno, ci ritroviamo noi tutti. 

Proprio coloro che indossano una divisa, che soffrono per le condizioni spesso disumane in cui sono costretti ad operare, per le relazioni interpersonali che vivono anche con una dirigenza che lascia spesso o quasi sempre basiti, ecco il ricorso a chi può e deve sostenere le ansie del personale: i sindacati. Proprio perché la sperimentazione che da soli non riusciamo a farcela, tocca giocoforza fare uno sforzo imponente per risalire la china. E, per l’appunto, sono i sindacati che devono essere considerati come quella grazia che ci rende sostegno e che ci salva dalla selva oscura, con cui poter intraprendere il viaggio di salvezza.

Non c’è verso della Commedia in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare dall’amore e dalla grazia. 

Più volte Dante sintetizza in maniera potente l’aspirazione dell’uomo a conoscere la verità e la bellezza darà sempre quello stupore, trasmetterà sempre l’entusiasmo e la speranza che ci permetteranno di ripartire. 

E, su tale scia, l’auspicio è che i diretti superiori, quelli che aleggiano sulle poltrone che devono e possono rendere snellimento all’agire quotidiano, possano ridare la vera bellezza al desiderio di cambiamento e di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero di una persona. Vorremmo essere alla sua altezza e desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo. 

L’uomo del nostro tempo, prigioniero del vortice sempre più caotico della vita, è spinto ad interrogarsi sulle fratture ideologiche e sul corretto modo di vivere la nostra esistenza, quasi sempre improntati ad uno schema fisso che non aiuta in maniera sufficiente ad indirizzarlo sulla giusta strada e capaci di tenere conto della stessa natura multiforme e fragile dell’essere umano. L’uomo vive concretamente sulla terra e necessita di essere aiutato con maggiore intensità nel rapportarsi serenamente alla vita quotidiana che scivola tra vizi e virtù, istinti e passioni, in una molteplicità di sentimenti che lo rendono spesso vulnerabile. Ed avverte le difficoltà, l’ansia e il malessere interiore e di conseguenza ragiona sulla condizione umana, sulle cause del disagio che impregna i numerosi reparti ed istituti dislocati sul territorio nazionale. 

E quindi, per finire, la massima iniziale ci sovviene che “nel mezzo del cammin di nostra vita…” si trova la figura di ogni essere umano che guidato dalla ragione e sostenuto dal volere divino vuole indicare ai suoi simili il giusto cammino che conduce alla felicità. 

E’ lo stesso Dante che si lancia con impeto contro i mali della società, che ancora oggi affliggono gran parte delle relazioni sociali: l’invidia, la superbia e l’avarizia, tre fattori di assoluta avversità che rappresentano l’enunciazione delle cause principali del disagio sociale che imperversa i nostri tempi. 

Ed io, che ho iniziato a studiare la Divina Commedia dai tempi del liceo, ripresa nel tempo seguendo gli studi dei figli e comunque da sempre amante della letteratura, non posso che rivedere nell’uomo di allora similitudini con quello dei nostri tempi: è un essere messo all’angolo dalla frenesia degli eventi, affaticato dalle lotte quotidiane, stregato da un mondo che celebra i vincitori e calpesta l’orgoglio dei vinti, uomini la cui forza morale è solitamente messa alla prova dagli assalti del desiderio di far apparire una dimensione diversa da quella reale.

E come solitamente accade, come in passato, anche oggi è facile perdersi, lasciarsi andare, adattarsi al sistema e mettere in primo piano il raggiungimento degli scopi personali, allontanandosi dal giusto cammino. 

Una onesta analisi dell’animo umano spinge a considerare la profonda negatività di una realtà che sembra immodificabile. 

E’ facile lasciarsi andare a riflessioni di abbandono. 

Eppure è proprio Dante che ci incita a non rassegnarci e ci insegna che c’è sempre spazio per il cambiamento. 

E tutto non deve passare attraverso titoli e lauree o il raggiungimento di posizioni di gerarchia, ma basta semplicemente adagiarsi a quei valori senza cui tutto diventa un guscio vuoto, nemico dell’uomo, e cioè quel buonsenso che in coppia con la nobiltà del cuore deve risvegliare la coscienza del singolo individuo e spingerlo a comportarsi con senso di giustizia e ad adoperarsi per il bene comune. 

In fin dei conti sarebbe troppo facile assegnare personaggi del nostro mondo ai gironi danteschi, non servirebbe però a risolvere le angustie del sistema: per questo conviene ancora oggi affrontare l’avventura del viaggio con Dante.

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