“Noi, poliziotti penitenziari, che ogni giorno lottiamo per restare umani”

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Una lettera che spiega la condizione di chi ogni giorno lavora in carcere. A scriverla è un poliziotto penitenziario del carcere di Poggioreale, che ha deciso, chiedendo l’anonimato, di consegnare un lungo sfogo, in cui racconta la battaglia quotidiana per “restare umani”.

“Chi non ha mai lavorato in un reparto detentivo non capirà mai di cosa si tratta. Tutto al più può immaginare, cercare di farsi un’idea, indi pontificare e credere poi di poterne discutere con scrupolo e tirare anche delle somme.  Solo chi vive una sezione detentiva per ore, giorni, settimane mesi ed anni può capire a quale stress psico fisico si va incontro e quali conseguenze  caratterizzano ed incidono poi l’esistenza stessa del Poliziotto Penitenziario”.

La “carcerite”

“Anche il più quotato, esperto, professionale e perché no, umano dei Poliziotti può essere soggetto a quella che in gergo e volgarmente viene definita “ carcerite“. Una sorta di sindrome da stress carcerario che inevitabilmente ti porti dentro, ti accompagna e ti rende la vita e la visuale di essa stessa sempre proiettata là, dove devi tornare stasera, o domani o dopodomani. Un pensiero fisso che solo gli impegni quotidiani e gli affetti familiari riescono a distogliere e lenirne in parte gli effetti.
Il Poliziotto è prima di tutto un essere umano e non ha certo nessuna volontà di apparire con le narici larghe e gli occhi rapaci e quando si cala in quel girone infernale deve, con tutte le sue energie cercare di restare tale, di restare umano, anzi, lo deve essere sempre di più per non correre il rischio opposto di disumanizzarsi.
Il nostro è un lavoro che richiede impegno costante per evitare di trovarsi in situazioni che ne svilirebbero tutto l’operato ed è  assolutamente vietato abbassare la soglia d’attenzione”.

La condizione del poliziotto penitenziario

“A proposito di attenzione, senza voler fare politica spicciola che lascia il tempo che trova, si è soliti avere massima attenzione per il Detenuto in genere, magari anche giustamente visto che si suole spesso dire che il grado di civiltà di un Paese lo si raffronta con le condizioni di vita nelle Carceri, ma oggi, più che mai, è assolutamente necessario far capire a chi ci governa ed in ogni settore preposto alla Dirigenza degli Istituti di pena, che quella “Attenzione” deve essere volta con serietà e scrupolo anche nei confronti di chi ogni giorno, indefessamente mette piede nei Reparti detentivi per svolgere con onestà la propria giornata di lavoro. Non è più tempo di lasciare solo un Poliziotto con settanta, novanta e anche centocinquanta detenuti. Ma in quale lingua bisogna far capire questo concetto? Quale è la formula, semmai esiste, per far comprendere questo profondo disagio??, cosa bisogna inscenare per trasmettere definitivamente la misera condizione di un Poliziotto Penitenziario ?  Oggi vi è il bisogno di operare innanzitutto in una condizione di massima sicurezza, vista l’escalation di eventi critici, aggressioni, evasioni e chi più ne ha più ne metta. Ma non solo : la presenza scarna dei Poliziotti in Reparto compromette anche in maniera oggettiva la buona riuscita degli obiettivi e delle problematiche quotidiane cui  è sottoposto costantemente un Agente.

Vi sono una infinità di richieste che magari opportunamente i detenuti sono soliti fare. Chiedono insistentemente sulla riuscita di una richiesta ( domandina, sic!), di una istanza, di una graduatoria per lavorare, di un colloquio, di una telefonata.  Insomma, tenuto conto che non ci troviamo propriamente in un convento di monache, friggere il pesce con l’acqua è assolutamente pericoloso, tutt’altro che Professionale ed assolutamente dequalificante e deprimente.

La rabbia del poliziotto penitenziario

Oggi un Poliziotto in Reparto vive con estrema rabbia la mancata o tutto al più la procrastinazione in eterno delle  sanzioni disciplinari di chi si rende protagonista di azioni e parolacce nei suoi confronti, di oltraggi e raffronti perpetui continuando a stare sempre da solo !
Oggi siamo attaccati da ogni dove e dobbiamo giocoforza andare avanti, restare lucidi e senza mai mettere una virgoletta fuori posto.
Fino a quando tutto questo?
Quando finirà questo incubo?
Qualcuno riuscirà mai ad ascoltare seriamente queste grida ?
Nel frattempo noi andiamo in Reparto.
Se vi sono orecchie disposte all’ascolto, fatecelo sapere…

Fonte: fanpage.it

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2 commenti

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    Hai perfettamente ragione, è il Ministero che non si interessa dei suoi dipendenti, sono più di 30 anni che ci lavoro, e sinceramente non ho mai visto, nessun cambiamento, positivo, saluti e coraggio.

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    Bellissima Lettera!!! Uno sfogo che mostra bene quali siano le condizioni di una categoria di lavoratori che fa un lavoro molto delicato e importante e che è stata troppo trascurata dalle Istituzioni!! Sempre dalla vostra parte! E buon lavoro!!

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