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Non si può giudicare il Corpo di Polizia Penitenziaria da un episodio.

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È innegabile che chi si renda responsabile di comportamenti non consentiti, vada incontro alle conseguenze previste dalla legge.
Tuttavia, secondo me, considerando le peculiarità insite al particolare lavoro dei poliziotti penitenziari, non basta il deterrente del procedimento disciplinare, per determinare tutto il personale a rimanere sempre ben ancorato ai valori che caratterizzano il Corpo e ad evitare che qualcuno non scivoli in inopportune “degenerazioni”. Per perseguire tali obiettivi non basta nemmeno l’elargizione del Fesi, la disponibilità di automezzi efficienti, la fornitura di uniformi nuove e neppure la presenza di caserme belle e magari pure confortevoli.
Queste sono condizioni indubbiamente indispensabili per il personale della polizia penitenziaria, ma sicuramente non sufficienti per  poter contare sempre su un personale ben orientato e soprattutto ben motivato.
A tal proposito, mi torna in mente un passo del Vangelo, molto ricorrente nel linguaggio comune e che trovo alquanto appropriato per noi poliziotti penitenziari, ovvero che “Non si vive di solo pane”.
Il lavoro del poliziotto penitenziario è tra i più difficili e spesso più disagiati, almeno rispetto a quello degli appartenenti alle altre Forze di Polizia. La difficoltà del lavoro del poliziotto penitenziario è congenita alla natura del rapporto che tale figura implica con la propria utenza. Infatti, a differenza di quasi tutte le altre figure professioni appartenenti al mondo del lavoro, il poliziotto penitenziario si trova inevitabilmente ad operare con una utenza “imposta”. È indubbio che il soggetto detenuto, per quanto consapevole di essere destinatario di un provvedimento del giudice e pur trovandosi a cospetto di poliziotti penitenziari ferreamente ispirati al senso di umanità e garanti del più sano trattamento penitenziario, comunque è indotto a percepire questi come figure a lui ostili, in quanto titolari del compito di limitargli la libertà personale.
Questa inevitabile condizione induce il poliziotto penitenziario a vivere una costante condizione di “tensione”, in quanto costretto anche interpretare il ruolo di “mediatore” tra le finalità dei detenuti e le finalità della legge che è chiamato ad applicare, pur nella consapevolezza che le seconde devono sempre prevalere sulle prime.
A ciò si aggiunga che la società – benché costantemente beneficiaria, per lo più inconsapevolmente, dell’opera della polizia penitenziaria, in quanto grazie a questa viene preservata dal protrarsi delle attività devianti da parte delle decine di migliaia di soggetti già resosi responsabili di reati o comunque accusati di essere tali – percepisce il lavoro del poliziotto penitenziario solo nei momenti “patologici”, come il recente episodio che si è verificato a Campobasso, a seguito del tentativo di evasione del detenuto.
Pertanto, sarebbe auspicabile de iure condendo che venisse introdotto un sistema che consenta di poter interpretare costantemente le esigenze insite alla professione del poliziotto penitenziario, in modo che, da una lato si possa intervenire con la massima celerità su ogni singola situazione concreta, dall’altro si favorisca la spinta motivazionale, anche attraverso metodologie che riescano a veicolare alla società la fondamentale attività di garanzia della legalità che, grazie alla professionalità della polizia penitenziaria, si sviluppa costantemente negli istituti penitenziari e non solo all’interno di questi, sia a vantaggio dei diritti dei detenuti che dei diritti della società nel suo complesso.
Un sistema che consentisse di trasmettere alla società il reale lavoro che quotidianamente viene svolto dai poliziotti penitenziari eviterebbe, anche nelle inauspicate ipotesi critiche come quella che recentemente si è verificata a Campobasso, situazioni paradossali che rischiano di far percepire all’esterno una realtà distorta, nella quale la costante e concreta funzione di legalità assicurata dalla polizia penitenziaria viene messa nell’ombra dagli estranei a questa Forza di Polizia, che vorrebbero ergersi a superiori garanti della legalità.

Costanzo Sacco
Commissario Coordinatore
Polizia Penitenziaria

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3 commenti

  1. Condivido pienamente le osservazioni e il contenuto di quanto esposto. Auguro a tutto il corpo della polizia penitenziaria maggiore riconoscenza e maggiore gratificazione perché il vostro lavoro e’ una missione sociologica che senza empatia e amore sarebbe impossibile svolgerla . Grazie a te a tutti coloro che credono nel proprio lavoro.

  2. Articolo dal contenuto sicuramente condivisibile; ma io mi spingerei oltre, affrontando l’episodio di Campobasso attraverso una diversa prospettiva. A fronte di un avvenimento non imprevedibile nel nostro lavoro come il tentativo di evasione di un detenuto durante una traduzione, quale formazione riceviamo dall’ Amministrazione? Come veniamo ‘allenati’ ad intervenire in simili situazioni? A quale addestramento, e relativi aggiornamenti, siamo sottoposti? Questa credo sia la vera questione – quella cardine – a cui le organizzazioni sindacali non hanno posto alcuna attenzione. Porre queste domande significa evidenziare le lacune che affliggono da sempre il nostro Corpo e che i nostri vertici – non da ora ma da sempre – si sono ben guardati dal risolvere. Si parla solo e soltanto di esperienza, come se fosse l”unico elemento di valutazione di ciascuno di noi. E invece dovremmo prestare molta più attenzione all’ addestramento, alla formazione, all’ aggiornamento periodica e puntuale di tutti gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria. Nel corso dei miei 30 anni di carriera – tutti svolti all’interno di istituti penitenziari – ho toccato con mano le enormi difficoltà che ci troviamo ad affrontare in occasione degli eventi critici proprio per mancanza di formazione specifica. Fino a quando non supereremo questa ignobile e rischiosa situazione non riusciremo mai ad essere un Corpo efficiente ed efficace sotto ogni punto di vista. La nostra Amministrazione é corresponsabile dei nostri errori nella misura in cui non ci forma adeguatamente.

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