Ogni agente di Polizia Penitenziaria, prima di entrare in servizio, si augura: Io speriamo che me la cavo

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Il Libro di Marcello D’Orta

Ogni agente di Polizia Penitenziaria si può ritrovare un po’ tra le righe del libro di Marcello D’Orta Io speriamo che me la cavo, pubblicato nel 1990 (sarà casuale la coincidenza con l’anno della legge 395?),  una raccolta di sessanta temi svolti da ragazzi di una scuola elementare della città di Arzano, un comune dell’entroterra napoletano, laddove si racconta di case “sgarrupate”, come le carceri dove il poliziotto penitenziario lavora 8/10 ore al giorno, per più di trecento giorni all’anno.
Come non ritrovarsi in questa descrizione: “La mia casa è tutta sgarrupata, i soffitti sono sgarrupati, i mobili sgarrupati, le sedie sgarrupate, il pavimento sgarrupato, i muri sgarrupati, il bagnio sgarrupato” e nella considerazione che “ … voglio bene alla mia casa sgarrupata, mi ti ci sono affezzionato, mi sento sgarrupato anch’io!”

Ma la citazione che, più di ogni altra, si attaglia all’agente di Polizia Penitenziaria è quella presa dal tema “Quale, fra le tante parabole di Gesù, preferisci?”

“Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura … I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle. Io speriamo che me la cavo.”

Che dire?

Io speriamo che me la cavo è, più o meno, quello che si augura ogni poliziotto penitenziario quando inizia il suo turno di lavoro all’interno di una sezione detentiva.

L’agente di Polizia Penitenziaria

L’agente di Polizia Penitenziaria, per millecinquecento euro al mese, va a fare servizio otto ore al giorno dentro una sezione con cento, o più, detenuti, liberi di gironzolare a celle aperte, “affidandosi” soltanto al buon senso di chi dovrebbe custodire.

Per questo motivo ogni poliziotto penitenziario, prima di entrare carcere, si fa il segno della croce, pregando Dio affinché non gli faccia accadere nulla e lo faccia tornare a casa sano e salvo.

Ma, purtroppo, l’agente di Polizia Penitenziaria sa anche che, in mezzo a quei detenuti, ce ne sono almeno la metà che soffrono di disturbi mentali, anche di rilevante gravità e sa che, ogni giorno, si potrebbe trovare di fronte un detenuto “fuori di testa” che potrebbe aggredirlo, ferirlo e, forse, anche ucciderlo.

Per questo, ogni giorno, arrivando in servizio, pensa Io speriamo che me la cavo.

L’agente di Polizia Penitenziaria è una persona semplice, non ha lauree, master o dottorati di ricerca, un po’ come i ragazzini del Maestro D’Orta ma, pur tuttavia, conosce il carcere meglio di chiunque altro. Meglio dei direttori, meglio dei comandanti, meglio degli educatori, meglio dei professori universitari, meglio dei politici, insomma meglio di tutti.

E il poliziotto penitenziario sa di quel tizio che tanti anni fa scrisse che “… il grado di evoluzione di una società si misura dalle condizioni delle sue carceri” e conosce perfettamente la regola aurea della galera: più sta bene il detenuto meno problemi avrà lui durante il lavoro.

Nonostante ciò, l’agente di Polizia Penitenziaria va ogni giorno a lavorare col rischio di essere picchiato, malmenato, aggredito … e continua a pensare … Io speriamo che me la cavo.

Tutti ci vogliono insegnare come si fa

E pur tuttavia, ogni giorno leggiamo o sentiamo parlare decine e decine di persone, che sanno poco o nulla del carcere, che vogliono insegnarci come si fa a rieducare i delinquenti. Personaggi con un’esperienza penitenziaria inversamente proporzionale ai titoli che antepongono al proprio cognome, che pontificano sul trattamento e sul rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

Garanti, professori, sociologi, tuttologi e soloni (che spesso il carcere l’hanno visto solo fino all’intercinta) salgono tutti i giorni in cattedra per darci lezioni sull’esecuzione penale e per avvertire l’opinione pubblica del rischio di “derive securitarie” del sistema penitenziario.

E ogni poliziotto penitenziario si guarda intorno … vede tutti quei detenuti liberi intorno a lui e si domanda: “Ma questi vivono in un’altra realtà?”, prova a leggere quello che scrive il garante nazionale dei detenuti e non capisce di cosa parla. E, nel frattempo, arrivano notizie dell’arresto di colleghi solo per “quello che dicono i detenuti” e che il Sindaco di Napoli ha nominato un ex detenuto, parcheggiatore abusivo, garante dei detenuti della città.

E tanta gente che parla … parla … parla … e ci impone che questo non si può farequesto non si dicequesto non si può usare

Tornando a ricordare la voce dell’innocenza dei ragazzini del maestro D’Orta, citiamo un altro tema :

“Io vorrei vivere all’età della pietra, per buttare mazzate. Infatti a quel tempo si facevano molte lotte. Se tu appartenevi ad una tribù e un altro apparteneva a un’altra tribù, e si incontravano in mezzo alla strada, allora, come si guardavano in faccia, si colpivano. L’arma di quel tempo era la clava, e chi non ce l’aveva era morto perché senza clava non ci si poteva difendere. Chi non teneva la clava si difendeva coi calci, i pugni, le capate, gli sputi. Ma alla fine moriva lo stesso.”

Insomma, pure i bambini sanno che se non hai nulla per poterti difendere “alla fine muori”.

Niente strumenti per difendersi

Il Taser no. Lo spray urticante no. Gli scudi no. I manganelli no. Gli idranti no (a Tolmezzo alcuni agenti sono stati indagati perché hanno usato l’idrante per “contenere” un detenuto che voleva far esplodere una bomboletta a gas).

E se c’è una rivolta non si può intervenire … tutti fermi ad aspettare che faccia il suo corso e si esaurisca da sé (anche se nel frattempo viene sfasciato tutto).

Poveri noi, tutti nelle mani di personaggi che fanno solo accademia e demagogia ideologica, sempre che tutto, però, rimanga a debita distanza da casa loro.

Personaggi che fanno i filosofi sulla pelle degli altri e che sono disposti a difendere ogni tipo di delinquente… però solo fino a quando delinque altrove.
Molti sono pure pagati dai contribuenti (ma questa è un’altra storia…)

E, intanto, l’agente di Polizia Penitenziaria, ogni giorno, quando va a lavorare in galera, continua ad augurarsi Io speriamo che me la cavo…

Concludo rubando, ancora, una battuta a Marcello D’Orta:
“Io, modesto poliziotto penitenziario, dissento da garanti, politici, filosofi e professori universitari.”

 

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About Author

Giovanni Battista De Blasis

Nato a Roma il 26 agosto 1958 già Sostituto Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in giurisprudenza, un master in scienze criminologiche ed uno in scienze penitenziarie e dell’esecuzione penale. Giornalista pubblicista. Autore di pubblicazioni tecnico-giuridiche, professionali, saggistiche e satiriche. Avvocato praticante. Manager per i servizi di mediazione. Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Vice Presidente e Direttore del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Vice Presidente Vicario dell’Anppe.

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