Ogni nuova legge sulla sicurezza deve tener conto anche della Polizia Penitenziaria

0
Share.
Vuoi essere aggiornato con tutte le VIDEO-NOTIZIE? Iscriviti al nostro canale!

 

Spesso, su queste pagine, abbiamo scritto e discusso sulle differenze che ci sono tra paese reale e paese legale.

Questa, come noto, è una espressione entrata a far parte del lessico politico moderno e contemporaneo per indicare il contrasto (manifesto, palese, evidente) tra le classi sociali di un paese e quella che detiene il potere politico. In particolare, tale contrasto è stato utilizzato nella prima metà del XIX secolo, in Italia come nel resto dell’Europa occidentale, per contestare l’eccessiva ristrettezza del diritto di voto che, infatti, veniva determinato dal censo, e da qui, appunto, la contrapposizione tra “paese legale” – il corpo elettorale ristretto e elitario – e “paese reale” – il resto della comunità dei cittadini impossibilitati ad esprimersi liberamente. E i temi della sicurezza sociale spesso palesano questa discrasia tra legale e reale. Pensate ai politici: quando appartengono a schieramenti che stanno all’opposizione in Parlamento, chiedono più fondi per il Comparto Sicurezza ma poi, se vanno loro a governare, se ne dimenticano sistematicamente… Eppure, la sicurezza dei cittadini non dovrebbe e non può essere oggetto di tagli indiscriminati e ingiustificati. Ed invece la realtà è che con sei miliardi di tagli che i vari Governi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi hanno operato dal 2008 a oggi, i cittadini sono meno sicuri perché ci sono meno poliziotti a controllare le loro case e i quartieri, meno poliziotti penitenziari nelle carceri a fronte di un numero di detenuti che è già da tempo tornato ad aumentare, esauriti gli effetti “taumaturgici” della sentenza CEDU – Torreggiani, meno Vigili del Fuoco a difenderci da disastri e calamità ed a garantire sicurezza e soccorso pubblico e, addirittura, hanno cancellato il Corpo forestale dello Stato proprio quando invece avrebbe dovuto essere più stringente ed efficace il contrasto a agromafie ed ecomafie per la tutela dell’ambiente. Nella nostra realtà operativa, poi, abbiamo in questi ultimi anni assistito ed assistiamo ad una serie continua di provvedimenti sbagliati e gravi, come ad esempio l’imposizione dei numeri degli organici del Corpo negli Istituti e servizi penitenziari senza alcuna logica, la soppressione delle Centrali Operative Regionali della Polizia Penitenziaria – che controllano i trasporti dei detenuti in tutto il Paese sui mezzi del Corpo, i piantonamenti, i sistemi stessi di sicurezza delle carceri – che segue la scelta scellerata di chiudere sul territorio carceri e Provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria in ragione di supposte razionalizzazioni. Ma c’è di più. L’ultimo esempio di palese ed evidente contraddizione tra “paese reale e paese legale” lo abbiamo visto pochi giorni fa: le carceri, come sapete, sono quotidianamente al centro delle cronache per gravi eventi critici come rivolte, evasioni, tentati suicidi sventati in tempo dalle donne e dagli uomini del Corpo. Ma la preoccupazione di qualcuno era quella di garantire il bagnetto in mare ai detenuti, spesso colpevoli anche di gravi reati, condannati con sentenza passata in giudicato. Assurdo ma è successo davvero. Con una propria disposizione, infatti, la direzione del carcere di Gorgona ha autorizzato, da sabato 13 luglio, i detenuti del carcere a effettuare dei “bagni a mare” presso la località dell’isola “Cala Martina”. Saputa la notizia siamo trasecolati, anche per le anomale regole d’ingaggio unilateralmente scelte per controllare i detenuti in costume, e per questo abbiamo immediatamente interessato il Ministro della Giustizia Bonafede che, “a stretto giro” ed attraverso il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, ha disposto la revoca di quella assurda disposizione. Abbiamo apprezzato impegno e tempestività: ed altrettanti impegno e tempestività vorremmo fosse posta in essere nell’ambito della stesura del decreto sicurezza bis. Si sente infatti parlare di emendamenti per Polizia di Stato e Vigili di Fuoco, ma si dimentica (o si finge di dimenticare) che in Italia c’è anche un Corpo di Polizia dello Stato che si chiama Polizia Penitenziaria che ha bisogno di concreti interventi, a cominciare dall’assunzione delle oltre 4mila unità che ci manca in organico, sicuramente utili ad “aggiustare” i nostri Reparti.

E vanno nella giusta direzione anche gli emendamenti presentati dal DAP per quanto concerne l’organizzazione della quotidianità penitenziaria. Per tutto questo chiedo, anche dalle colonne della nostra Rivista, l’impegno del Ministro della Giustizia Bonafede affinché sensibilizzi il Governo Conte e l’intero Parlamento a tenere nel debito conto, in sede di stesura di leggi sulla sicurezza, anche le esigenze della Polizia Penitenziaria e del sistema carcere del Paese.

Torna alla Home

About Author

Donato Capece

Nato ad Albano di Lucania il 23 marzo 1947 già Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in lettere e in giurisprudenza, un master in scienze criminologiche, uno in studi penitenziari ed uno in metodologia e tecniche della creatività. Giornalista pubblicista. Autore di pubblicazioni tecnico-giuridiche e professionali. Avvocato praticante. Manager per i servizi di mediazione. Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Presidente dell’Accademia Europea Studi Penitenziari. Segretario Generale del Sappe e Presidente dell’Anppe.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp