Parlare di carcere, ma parlarne con cognizione. Il tema penitenziario argomento di formazione deontologica per i giornalisti

Diversi Ordini regionali dei giornalisti si sono occupati, ultimamente, di carcere con seminari ad hoc sulle tematiche penitenziarie. 

La materia è, infatti, argomento di formazione e di deontologia per gli iscritti all’Ordine professionale. 

A Genova, in particolare, si sono tenute due giornate di formazione il 4 giugno e a Sassari un’analoga iniziativa si è svolta venerdì 14 giugno.

Nel capoluogo ligure il seminario “Il carcere – Parole che liberano”, deontologico e aperto al pubblico, ha visto la partecipazione e il contributo di operatori del settore, oltre ai giornalisti. L’Ordine dei Giornalisti della Liguria, da circa 4 anni e senza troppo clamore, svolge delle attività nelle carceri genovesi con corsi paralleli e di supporto per i detenuti/e che seguono percorsi scolastici, di attualità e giornalismo sui diritti e doveri in applicazione della Carta di Milano. 

Il seminario, curato e coordinato da un apprezzato giornalista savonese – Marcello Zinola – che ha trattato i temi della giustizia e dell’esecuzione penale e penitenziaria sempre con attenzione e competenza, è stato occasione per l’ufficializzazione pubblica di un lavoro svolto, appunto senza troppe luci della ribalta, all’interno di Pontedecimo, una delle due Case circondariali genovesi. Nella mattinata del 4 giugno, dunque, nella Sala dei Chierici della rinomata Biblioteca Berio del capoluogo ligure, il seminario ha riservato spazio ai contributi dei protagonisti del lavoro in carcere, professionalizzati e volontari, nei diversi ruoli sociali, di sorveglianza e di recupero (con la testimonianza di un protagonista) e reinserimento. 

Nel pomeriggio il confronto è proseguito con due “ospiti” di Pontedecimo e Marassi, autori/trici di due libri testimonianza che hanno visto ufficialmente la luce proprio in occasione del seminario, e il contributo di don Giacomo Martino, cappellano in carcere, e delle dirigenti penitenziarie Maria Cristina Marrè (C.C. Marassi) e Maria Isabella De Gennaro (C.C. Pontedecimo). 

Sono stati trattati temi forti, non scontati e senza sconti: è stata la prima volta che i giornalisti affrontavano questo tema e in “questo” modo a Genova.

Negli obiettivi dei promotori del seminario, il valore formativo e informativo non era meramente un conto aritmetico di crediti professionali ma è stata anche l’occasione per aprire una eventuale collaborazione e coinvolgimento in iniziative legate al tema delle carceri. 

A Sassari, invece, il corso organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Sardegna – “Libri sul carcere, dal carcere, nel carcere: una finestra sull’editoria penitenziaria”, tenutosi venerdì 14 giugno presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università,  ha inteso proporre ai giornalisti un approfondimento sulle condizioni di vita nelle carceri attraverso i testi di una serie di opere scritte da personaggi che in carcere lavorano o sono detenuti. 

Si è trattato di un’iniziativa del Polo Universitario penitenziario sassarese teso ad allargare il dibattito sulla condizione dei detenuti, anche in relazioni agli obblighi di rieducazione stabiliti dalla Costituzione repubblicana. 

Per i giornalisti, in particolare, l’occasione è stata utile per riproporre un approfondimento sulle norme deontologiche della professione, in ordine soprattutto al rispetto dei diritti delle persone e della loro identità, considerato anche che la violazione di queste regole deontologiche comporta procedimenti e sanzioni disciplinari per i giornalisti.

I seminari di Genova e Sassari hanno trovato origine dalla unanime sottoscrizione, l’11 aprile 2013, della “Carta di Milano’’ da parte del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti. 

La Carta, che è dunque diventato un protocollo deontologico obbligatorio per tutti i giornalisti italiani ed è stata oggi assorbita dal Testo unico dei doveri del gionalista, ha riaffermato tra l’altro il dovere fondamentale di rispettare la persona e la sua dignità e di rispettare “la verità sostanziale dei fatti, come espresso dall’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine, di rispettare i principi fissati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Costituzione italiana e dalla normativa europea”. 

E’ stato infatti correttamente evidenziato che l’informazione sul carcere è particolarmente delicata: i suoi soggetti principali, infatti, sono degli individui privati della propria libertà o comunque a rischio o in procinto di perderla perché sospettati o indagati. 

È dunque un’informazione piena di pregiudizi, di stereotipi e di luoghi comuni, tutti elementi che viaggiano in maniera opposta al rispetto della verità sostanziale dei fatti, all’obiettività e alla chiarezza espositiva. 

Non basta che i giornalisti garantiscano il diritto dei cittadini ad essere informati: l’informazione, per essere veritiera, deve essere, prima di tutto, corretta, imparziale e completa.

Nei suoi vari articoli, la Carta ribadisce il valore di ogni azione che tenda al reinserimento sociale del detenuto, un passaggio complesso che può avvenire a fine pena oppure gradualmente, come prevedono le leggi che consentono l’accesso al lavoro esterno, i permessi ordinari, i permessi premio, la semi-libertà, la liberazione anticipata e l’affidamento in prova ai servizi sociali e raccomanda l’uso di termini appropriati in tutti i casi in cui il detenuto usufruisca di misure alternative al carcere o di benefici penitenziari (che non sono – si ribadisce – equivalenti alla libertà, ma solo una modalità di esecuzione della pena, il cui valore più essere illustrato anche da dati statistici), un corretto riferimento alle leggi che disciplinano il procedimento penale, una aggiornata e precisa documentazione del contesto carcerario, un responsabile rapporto con il cittadino condannato non sempre consapevole delle dinamiche mediatiche, una completa informazione circa eventuali sentenze di proscioglimento. 

E’, tra l’altro, espressamente indicato, al punto 9) della Carta, di “usare termini appropriati nel definire il personale addetto alle carceri”: è del tutto evidente il riferimento ai termini utilizzati nelle cronache per identificare gli agenti di Polizia Penitenziaria, molto spesso definiti erroneamente “secondini”, “agenti di custodia” o “guardie carcerarie”. 

Lo abbiamo detto più e più volte, ma è sempre utile ribadirlo. 

Il termine “secondino”, oltre ad essere inattuale, ha una valenza dispregiativa. Nelle oltre 200 carceri italiane, per adulti e minori, non lavorano “guardie carcerarie” o “secondini”, ma appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. 

Secondino e guardia carceraria sono vetusti appellativi, per altro in disuso da decenni, con cui, fin troppo spesso, chi definisce gli agenti che operano nel sistema carcere. 

La definizione “Agenti di Custodia”, invece, è diventata inappropriata dopo l’entrata in vigore della legge n.395/1990, quella che ha istituito il Corpo di polizia penitenziaria e ha portato allo scioglimento del Corpo degli Agenti di Custodia. 

Dire “guardie carcerarie” dunque è  parziale e riduttivo, poiché la nostra attività non si limita a rimanere all’interno del perimetro degli istituti di prevenzione e pena! 

L’uso di una terminologia corretta da parte dei giornalisti è dunque eticamente fondamentale nel rispetto della dura professione intrapresa dagli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. 

Si tratta, quindi, di un bisogno di responsabilità, di rispetto e di correttezza nei confronti degli altri.

In conclusione, possiamo affermare che le due iniziative organizzate dagli Ordini dei Giornalisti di Genova e Sassari, sono state estremamente interessanti e importanti, avendo messo l’istituzione penitenziaria all’attenzione di coloro che si occupano quotidianamente di informazione e comunicazione. 

Ma si sono, entrambe, contraddistinte per la mancata presenza e partecipazione di appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. 

In entrambi gli incontri, infatti, non era presente quale relatore un Comandante di Reparto, un Coordinatore di Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, alcun Dirigente e Funzionario del Corpo.

La presenza, per altro marginale e residuale, di rappresentanti sindacali e dirigenti penitenziari non può certo compensare il vulnus di una assenza ingiusta e ingiustificabile, quale appunto quello di qualificati appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, che avrebbero sicuramente potuto fornito una utile ed importante testimonianza di appartenenza all’Istituzione.

Insomma: vien da pensare e da dire che se tanto è stato fatto, molto ancora c’è da lavorare sul fronte della comunicazione per quanto concerne la valorizzazione istituzionale e sociale del Corpo di Polizia Penitenziaria…

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Informazioni sull'autore

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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