Poliziotti penitenziari ed educatori dietro le sbarre … e tutto il mondo fuori

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Un poliziotto penitenziario è il primo collega che vedo la mattina quando timbro il badge e l’ultimo che mi saluta.

Un caffè, una chiacchiera e poi i mondi della sofferenza, quelli dei quali la gente per bene non vuol sapere proprio nulla.

I Baschi Azzurri, invece, quei mondi li affrontano tutti i giorni, come facciamo noi: cercando di lasciare al di là dei blindi freddi e scrostati pensieri dolenti e parole superflue.

Loro sono umani. Di un’umanità genuina, non affettata; colma di sguardi sinceri e di passione. Fatta di storie comuni eppure eccezionali.

Sconosciuti per giorni, mesi e anni ma additati allorquando capita l’errore.

Un unico errore per il quale sono messi alla gogna.

“I poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano…” diceva Pasolini. Sono figli di padri e madri che hanno dato la vita e venduto l’anima per regalare loro un futuro migliore.

Come noi.

Portano sulle spalle il peso di centinaia di persone senza un lamento o un sussurro.

Anche a noi capita!

Eseguono ordini con composta dedizione pur essendo a volte ordini privi di senso.

Ed è ciò che ci accade spesso …forse troppo spesso.

Prendono sputi e schiaffi, sangue, sudore e merda, tutti i santi giorni.

Come succede a noi.

Sono veri al di là delle chiacchiere e della spocchia di chi parla del carcere ma lo conosce soltanto per sentito dire.

E confessiamolo: quante volte anche noi abbiamo ascoltato pontificare gli esperti.

Quelli che sanno qual è il modo giusto di intervenire con gli ultimi pur essendo i primi del mondo.

Ricchi, grassi e gonfi di parole e consigli!

I Baschi azzurri sono i più veri garanti dei detenuti; gli unici che passano con loro giornate intere ed evitano alle pecore di essere sbranate dai lupi.

Senza gloria ma tante rogne, proprio come noi.

Hanno cuori sotto le divise. Cuori e sogni e lo dimostrano spesso con gesti semplici ma di una ricchezza non scontata.

Come ora. Come in questi giorni che ci scrivono o ci avvicinano per manifestare la loro solidarietà.

Solidarietà per l’immondizia della decurtazione retroattiva.

Solidarietà per la nostra ricerca di una dignità economica.

Solidarietà con i fatti dando forza alla nostra battaglia.

I poliziotti penitenziari non saranno miei colleghi ma sono la mia famiglia: ora so che è così!

I poeti a decantare versi.

I professori nelle loro preziose cattedre.

I formatori nelle loro cattedrali del deserto.

I furbi a perpetrare i loro privilegi sulla nostra pelle.

I saggi a guardare il dito e non le stelle.

E i nostri dirigenti alla prima alla Scala.

Noi e loro dietro le sbarre… e tutto il mondo fuori.

 

di Daniele Catalano

Funzionario socio-pedagogico

Coordinatore Nazionale Federazione Sindacati Penitenziari

 

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